Antropologia del divertimento

Gli antropologi, da sempre, si occupano di politica, religione, economia e strutture sociali. Privilegiano, diciamo, il lato serio della vita sociale e dell’esistenza umana. Gli aspetti più alti, nobili, costitutivi l’esperienza di Homo Sapiens. Credo che ciò sia direttamente collegato alla necessità di proporre argomenti di ricerca e studio che siano ben digeribili da quella forma socioculturale che è l’accademia, unica vera terra di coltura dell’antropologia fino ad oggi.

Nei paesi anglosassoni già da diversi decenni compaiono studi socioantropologici interessanti su temi grazie ai quali vale veramente la pena essere degli Homo Sapiens, cioè sesso, divertimento, felicità e altre attività che raramente trovano un posto dignitoso in accademia. In Italia sono praticamente assenti, e fanno capolino in maniera a volte inattesa e incerta, come un qualcosa di cui pare a tutti ovvio si dovrebbe parlare ma nessuno porta fino in fondo l’atto di indagare in maniera completa questi aspetti fondamentali dell’esistenza.

Proverò allora ad accennarne in diversi post. Partiamo dal divertimento, fattore fondamentale di crescita personale, di sviluppo sociale, di maturazione psicoemotiva e ingrediante base di uno stile di vita pienamente umano. Concetto culturale per eccellenza che stimola però quelle emozioni di base che costituiscono Homo Sapiens e, in quanto tali, sono universali. Cambiano le forme del divertimento, si modificano nel tempo come i costumi stessi, seguono le mode, ma nella sostanza vanno sempre a stimolare quelle aree cerebrali che tanto ruolo giocano nella costruzione della realtà psichica e sociale.  C’è una rivista di Leisure Studies che affronta in maniera interdisciplinare questi temi, all’interno di una tematica di “tempo libero”, laddove hanno fatto breccia nell’accademia meno ortodossa.

Poi ci sono i luoghi del divertimento, gli stili di vita, i comportamenti specifici, i rischi e le situazioni sociali con i loro riti e i loro esiti sperati, la generazione di quello stato mentale, perchè divertirsi è uno stato mentale, che deve prababilmente seguire alcune regole di base per compiersi. Regole di base che sono iscritte nella natura di Homo Sapiens e plasmate dalla sua storia evolutiva.

Un ambito specifico: la discoteca. Vedo con ritardo ma con grande piacere l’articolo di Alessandro Testa pubblicato su Antrocom (vol.7 num.1 – 2011) “Micro-Etnografia notturna – Riflessioni di un antropologo in discoteca“. Uno scritto veloce e chirurgico che mette in evidenza alcune strutture dell’esperienza in discoteca nei suoi aspetti di contesto, relazionali, etologici, emotivi e situazionali. Veramente interessante anche per il metodo, dimostrando che si può abbozzare una weekend ethnography piacevole nella lettura e illuminante anche per chi le discoteche le frequenta regolarmente. Ad esempio l’osservazione che nei bagni la “tensione” della lotta tra maschi per la conquista delle femmine si abbassa generando cameratismo improvvisato tra sconosciuti è interessante, e aiuta a mappare gli ambienti in chiave emotiva e non solamente performativa. Ognuno di noi potrebbe decidere, perchè di questo si tratta, di compiere le esperienza di sempre indossando per una volta i panni dell’antropologo in incognito: nascerebbero delle micro etnografie al supermercato, dal barbiere, al parco …tanti contributi a quella everyday anthropology che tanto utile potrebbe essere per capire come Homo Sapiens stia veramente al mondo.

Sul mondo della discoteca, e in particolare per gli amanti di delizie quali house, techno, trance, GOA e altri stati modificati di coscienza c’è anche questo bel contributo di Gabriele Cerlini intitolato “Evoluzione della discoteca” (Riti dance).

Dove sono finite le discoteche degli anni ’90? Da cosa sono state sostituite? Che esperienza offrono i nuovi spazi del divertimento? Guardandosi intorno si vede una chiara mutazione del mondo del divertimento notturno, tanto che ormai credo si possa parlare di archeologia del divertimento intendendo tutto il capitale materiale, culturale, simbolico e ambientale che in passato serviva per far divertire le persone, a partire dalla miriade di stabili dismessi e discoteche abbandonate che solo qualche decina di anni fa erano dei templi del divertimento dance. Credo che osservare con occhio antropologico come le persone si divertono sia rivelatorio della natura umana almeno tanto quanto osservare il comportamento religioso, politico o economico tanto cari alla ricerca antropologica mainstream.

Buona lettura e soprattutto buon divertimento a tutti!

 

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3 Responses to “Antropologia del divertimento”

  • Fabio scrive:

    Scusate ma non riesco a trovare una mail privata perciò mi permetto di segnalarvi, sempre a proposito di studi sociali sul benessere, l’uscita del volume collettaneo a cura del prof. Secondulfo: “Sociologia del Benessere” appena edito da Franco Angeli

    http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_libro.aspx?id=19361

  • Fabio scrive:

    a proposito, grazie per la segnalazione, ho discusso spesso della mancanza in Italia di riflessioni su discoteche, club e divertimento notturno!

  • Davide scrive:

    Ciao Fabio, benissimo segnalare qui, la mail privata ci sarà da qualche parte ma meglio tenere tutto pubblico 😉 ottima segnalazione, il benessere è uno dei grandi temi trascurati dall’antropologia culturale! Violenza, guerre, conflitti sono molto ben rappresentati, come le varie culture pensano, vivono e promuovono il benessere non frega a nessuno…si privilegiano i sofferenti anzichè i goderecci…mah. Nel nostro piccolo, pensiamoci noi a mostrati che c’è anche tutto un filone benessere, che tra l’altro si collega agli studi sugli stili di vita, centrali per moltissime altre discipline (pensa solo a medicina, marketing, ecc)
    Oh se magari ti passa fra le mani il libro di sociologia del benessere e volessi proporre una breve recensione o commento tuo sappi che sei il benvenuto! 😉

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