Web Politics 2.0: una prospettiva critica

Tutto questo stupor riguardo la politica 2.0 ovvero la politica “digitale” è estremamente interessante (lo stupore, non la politica) perché manifesta lo stato di arretratezza, quando non di sentimento reazionario e totalitario, dei “progressisti”. Lo stupore rispetto alla politica 2.0 è un esempio classico del come i cambiamenti sociali e politici seguano con molto ritardo (decenni se non addirittura secoli) il mutamento economico.

La fabbrica fordista è diventata obsoleta negli anni ’70, sostituita dal toyotismo, a sua volta superato oggi dalla learning economy, ma la politica e la società italiana ed europea (soprattutto) sono ancora legate a modelli fordisti e controllate da personaggi politici ancorati ai primi anni 1970. Anche i giovani, avendo fatto le scuole quadri e la gavetta nei partiti fordisti, sono più vecchi di Matusalemme in economia e in sociologia. E’ evidente dal loro stupore che essi sono affetti da quella malattia senile chiamata anche totalitarismo (vista l’età, un fatto comprensibile) per cui per controllare una società (sia in economia che in politica e sociologia) occorre possedere il 100% delle azioni. Solo chi ha questa visione sovietica del controllo può vedere nella politica 2.0 qualcosa di nuovo, rivoluzionario e refreshing. Questi signori hanno ancora il concetto della fabbrica fordista (“ognuno può avere una Model T del colore che preferisce purché questo sia il nero“) e pertanto si rifanno ai modelli di controllo sociale che di quel modo di produzione furono figli degeneri il comunismo sovietico e (in parte) il nazismo. Come sia finito il socialismo sovietico, almeno in economia, è storia nota: imploso come una mela marcia su se stesso. Tuttavia la Cina (paese ancora comunista) impone ancora gli imprenditori, che vogliano investire e impiantare fabbriche colà, una cogestione con una azienda cinese che detiene il 51% delle azioni. Ragazzi, in Cina almeno un passo avanti lo hanno fatto dal 100% al 51%!  A voler essere MOLTO cattivi, come può essere credibile la proposta economica di DS e sinistre che provengono da due tradizioni economiche fallimentari come il comunismo sovietico e le missioni cattoliche (modelli ottimi e di gran profitto per chiesa/partito, ma tragici per i governati).
Più duro a morire del modello economico è il modello di controllo sociale e politico che la struttura comunista sovietica proponeva. Qui in Italia il sistema “le vite degli altri”, per citare il famoso film sulla Stasi, va ancora  fortissimo. Un esempio per tutti il “Giro della Padania”, un esempio marxiano del fatto che la storia si ripete due volte, la prima volta in tragedia, la seconda in farsa: dall’assalto al Palazzo d’Inverno all’assalto al Giro della Padania. Ovvero dalle stelle alle stalle – senza offesa per i ciclisti che sono il danno collaterale di turno, poveri loro! Un tipico esempio di come il voler controllare il 100% della vita e delle anime delle persone dia i frutti sbagliati. Il suddetto Giro sarebbe passato totalmente sotto silenzio presso la maggior parte degli italiani e solo i fanatici di ciclismo lo avrebbero seguito, per amore del loro campione e non perché “padani”, con le contestazioni ora tutti sanno che esiste la Padania (eterogenesi dei fini).
Tra l’altro, nota per i naviganti, in periodo di 150esimo dell’Unità di Italia, ho notato con delizioso raccapriccio che questa volta NESSUNO ha citato l’immortale frase di Metternich “L’Italia è solo un’espressione geografica“, che invece fu il leit-motiv delle celebrazioni dei 100 anni dell’unità nel 1960 e che era un must a scuola quando si faceva il Congresso di Vienna. Poiché la stessa espressione è stata (infelicemente? ignorantemente? ai posteri l’ardua sentenza) usata da molti esponenti dei DS, è evidente che essi sono rimasti al 100% del controllo e non capiscono che, in democrazia, il nominalismo è politicamente pericoloso.
E veniamo al dunque, in democrazia e nel capitalismo, non occorre affatto avere il controllo del 100% delle azioni (politiche o economiche che siano), ne basta il 10% o addirittura il 4% in casi estremi. E qui viene la politica 2.0, un perfetto esempio di toyotismo applicato alla politica. Punto chiave del toyotismo è l’eliminazione di ogni tipo di muda(spreco). Il toyotismo considera 8 tipi di spreco: 1) over- production (sovra-produzione), 2) motion (movimenti / spostamenti dell’operatore), 3) waiting (attesa/tempi morti), 4) conveyance (trasporto), 5) processing itself (il processo di lavorazione di per sé) 6) inventory (giacenza), 7) correction (ri-lavorazione e scarti), 8.) unused creativity (creatività inutilizzata). In particolare il punto 8 è quello che più ha caratterizzato “socialmente” il toyotismo: la capacità di valorizzare le idee migliorative e/o le capacità degli operatori, quello che in altri tempi si sarebbe detto la capacità di usare la “scienza operaia”. Per eliminare i muda>/I>, gli sprechi, secondo la filosofia toyotista bisogna procedere con un miglioramento continuo a piccoli passi (Kaizen). Vi ricorda qualcosa? a mio parere la politica 2.0 è una politica fondalmentalmente toyotista e infatti si fonda sui social network e la rete (inventata dal Pentagono, non dimentichiamolo) dove i dirigenti (Google, Fb, Twitter, Apple) detengono il controllo assoluto della unused creativity, la creatività inutilizzata degli operatori ovvero gli utenti coatti di iphone, facebook, twitter etc. Siamo ben lontani dalla learning society (l’attuale modo di produzione capitalistico) dove la conoscenza è la risorsa cruciale e l’apprendimento il processo più importante. Va tuttavia notato che la learning economy non si basa, come ipotizzato negli anni ’90 prima della bolla del NASDAQ o della new-economy, sulla produzione di merci immateriali, non è affatto astratta, ma assolutamente concreta, basata sulla produzione di quei manufatti fisici che sostengono il “lavoro” immateriale, ovvero microprocessori, industria aerospaziale, industria biotecnologica, industria farmaceutica e di beni sanitario-ospedalieri,  energie alternative, ecc. Tutti manufatti che richiedono una capacità di apprendimento in “scienze dure” da paura e per la produzione di questi manufatti si combattono già guerre nel senso letterale e sanguinoso del termine.
Quello che più mi spaventa nella politica 2.0 è che essa aumenta invece che restringere il famoso “digital divide“. Osservando i giovani e i politici che vorrebbero rottamare i vecchi leader fordisti, mi vengono in mente i giovani fondamentalisti islamici in Yemen e in Libano che, fino a pochi anni fa, ricevevano il loro indottrinamento via audiocassetta perché erano analfabeti. Oggi riceveranno la propaganda via iPhone o Internet (primavera araba docet), ma il problema resta: sono analfabeti, dunque esclusi dalla società che sta formandosi. Quanti giovani italiani ed europei si trovano nella stessa situazione? ovvero analfabeti inutili per la learning economy? quanti giocherellano con gli aggeggi preferiti della politica 2.0, ma restano analfabeti pilotati dall’alto, in questo caso dai Big Brothers, ovvero Apple, Google, Fb, Twitter etc?, quanti di fatto affermano, “lo so usare, ma non so come funziona”? persino Ford su questo si girerebbe nella tomba.

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6 Responses to “Web Politics 2.0: una prospettiva critica”

  • Davide scrive:

    Le persone e le società impiegano molto tempo prima di metabolizzare e integrare completamente le innovazioni tecnologiche.

    Il primo uso che si fa di qualcosa di nuovo è sempre in gran parte inconsapevole, superficiale e non integrato. Gli artefatti che circondano l’uomo gli incutono timore prima che quest’ultimo, attraverso l’uso e l’apprendimento e lo studio diventi un loro utilizzatore esperto, cioè sappia cosa possono fare e anche possibilmente come fanno a fare ciò che fanno.

    Il problema resta la divisione del lavoro intellettuale comunque, che all’interno dell’economia della conoscenza comporta la parcellizzazione delle informazioni e della capacità di pensiero sugli artefatti.

    Quindi c’è chi sa tutto dell’hardware ma non sa smanettare sul software, chi smanetta sui social network in maniera compulsiva senza riuscire a settare le impostazioni di base, chi fa una battuta su un forum e viene licenziato…conseguenze non previste, o ignorate, perchè non si padroneggiano i nessi causali e consequenziali delle proprie azioni (tecnologicamente mediate) sul mondo esterno.

    Il fulcro del discorso è l’economia della conoscenza. La terziarizzazione economica sposta l’attenzione dalle mani alla mente, dall’arnese agli input devices, dall’oggetto fisico alle strutture di informazione. Quali leggi economiche regolano il mondo della conoscenza?

    Centrale l’osservazione di quanto gli utenti della rete producano informazioni in maniera gratuita per altri ma a gran costo per sè (pensare fa bruciare energia biologica, le connessioni internet costano, i pc costano)…a che pro? Per dare informazioni preziose e idee ad altri, che utilizzando enormi capitali infrastrutturali e umani riescono a metterle a profitto personale.

    Non sempre dall’intelligenza collettiva risultano guadagni collettivi. Cosi come il vecchio capitalismo individualizzava i profitti e socializzava le perdite, anche in questo caso si collettivizza la creatività (e i suoi costi) e si privatizzano i profitti.

    Tipico in questo il caso dell’Huffington Post di 6 mesi fa dove 3000 blogger si sono stufati di lavorare gratis e ingrassare la padrona.

    Alla fine tutta questa creatività collettiva dove va? trove si concretizza? Chi ci guadagna? Chi viene sfrutatto da chi? Questa è una delle principali vulnerabilità del Web che mettono in pericolo la qualità dei contenuti presenti e futuri. Se lavoro gratis in cambio di “visibilità”, dal momento che con la visibilità non pago affitti nè faccio la spesa (ma magari mi attiro critiche), dopo un pò mi stanco di essere solo visibile e affamato e cambio strada.

    Idem per la politica web. L’amministratore eletto percepisce uno stipendio. Se non ha idee consistenti per risolvere i problemi che gli competono (motivo per cui è pagato), deve andare a casa e fare altro nella vita.

    La politica 2.0 non può costituire un alibi. Usare twitter non sta aiutando Obama a trovare soluzioni per una crisi epocale del suo Paese. Non mi stupirei che in Italia, data la nota cultura politica, in un prossimo futuro qualche amministratore incapace (ma 2.0) scaricasse sui cittadini 2.0 le responsabilità per le sue mancanze operative, accusandoli di non aver segnalato sui blog e sui forum del Comune quello che stava succedendo nel loro territorio…i collaboratori seri vanno pagati, e lo dovranno essere sempre più. Se nell’economia della conoscenza le merci sono conoscenza, attenzione, informazioni, analisi, scenari e prospettiva, che le usa e le elabora va pagato. E bene.

    Insomma, quando la cretività passa dallo stato di unused a used, bisogna in qualche modo far scattare un compenso concreto (non necessariamente denaro, ma neanche solo “visibilità”) altrimento è troppo disincentivante mettere in moto il cervello. E si fa altro. Tipo cazzeggiare con gli ultimi dispositivi tecnologici stando dentro ad una unused life.

  • flavia scrive:

    Il tuo riferimento al caso dello Huffington Post è interessante e va chiarito. Cominciamo col censurare la frase “e ingrassare la padrona”, sia perché questo linguaggio da pamphlet contri i padroni delle ferriere fa appello all’emotività e non alla ragione (e di ragione ce ne vorrebbe tanta di più) sia perché la notizia non è vera. Arianna Huffington infatti non è più la proprietaria del pacchetto di maggioranza e del “logo” dello Huffington Post dal 7 febbraio 2011, quando vendette la testata ad AOL per 315 milioni di dollari. Già in precedenza (agosto 2006) la SoftBank aveva investito 5 milioni di dollari nel sito, cosa che aveva permesso di assumere uno staff pagato per tenere aggiornato il sito 24/7, per ingaggiare reporters in-house e un team di tecnici multimediali per la parte video. All’operazione si aggiunsero altri investitori tanto che i media intitolarono lo Huffington Post “first round of venture capital funding”. Ciò significa che la signora Arianna non era più la padrona assoluta almeno dal 2006. E’ però con l’acquisto da parte di AOL che iniziano gli scioperi. Nel febbraio 2011, dopo l’acquisto da parte di AOL, Visual Art Source, che scambiava posts (cross-posting) con lo Huffington Post da anni, entrò in sciopero contro lo Huffington Post. Le motivazioni erano sostanzialmente due: la prima se era sufficiente avere una visibilità nazionale e internazionale quale quella garantita dallo Huffington Post per non essere pagati un soldo; la seconda se era accettabile per scrittori seri apparire in compagnia di notizie di agenzia, finti clienti entusiasti pagati per promuovere una terza parte e giornalismo spazzatura. Dopo un dibattito interno la Visual Art Source e le pubblicazioni in partenariato decisero che i loro autori dovessero essere pagati. Al rifiuto di Huffington Post di pagare, essi decisero di non collaborare più con Huffington Post e suggerirono agli autori affiliati non collaborare. La decisione di sospendere ulteriori contributi da parte dei propri autori fu pubblicata come una dichiarazione di sciopero (http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2011/mar/05/huffington-post-aol). Ora avendo la sottoscritta fatto e organizzato scioperi ed essendo anche una cultrice del movimento operaio americano e delle sue lotte, ben difficilmente deciderei di considerare sciopero questa recessione da una collaborazione, per tre motivi, il primo è che la collaborazione era volontaria e il pagamento avveniva sotto la forma di pubblicità e pubblicazione (capitale simbolico), il che non è poco visto l’ambito lavorativo degli “scioperanti”. Nessuno di noi (o di loro) è tanto ingenuo da non sapere che una lista di pubblicazioni su siti importanti permette di fare carriera universitaria, di ricevere offerte di lavoro importanti e di entrare negli ordini professionali; questo si chiama sfruttare un capitale simbolico (vedi Bourdieu). Avere articoli pubblicati senza dover pagare sottobanco l’editore, o senza doversi pagare da sé il volume, vale oro negli ambienti intellettuali del lavoro immateriale. Considerare i propri autori troppo in alto per stare al fianco di giornalisti plebei o notizie di agenzia e “scioperare” per questo è roba che farebbe rabbrividire i Padri Fondatori (visto che siamo in USA) che della lotta contro l’aristocrazia e la sua puzza sotto il naso avevano fatto una bandiera. Il fastidio per la finta pubblicità è ancora più indisponente e reazionario: voglio i tuoi soldi, ma non voglio infastidirmi il naso sapendo come li fai! alla faccia dello “sciopero”.
    La causa attuale dei blogger è ancora più perversa e pericolosa per la libertà delle Rete. Il leader della battaglia è l’avvocato Jonathan Tasini, già blogger di Huffington Post fino al 10 febbraio 2011 (ovvero dopo tre giorni dall’acquisto di AOL). La causa chiede un rimborso di 105 milioni di dollari per più di 9000 bloggers. E’ interessante che la causa sia intentata contro Arianna Huffington e non contro AOL, il vero padrone dello Huffington Post nel momento in cui la causa fu presentata. La causa sa tanto di “voglio anch’io un pezzo della torta ottenuta dalla vendita del Post” a parer mio. Il signor Tasini nel presentare la causa paragona la sig.ra Huffington a una padrona di schiavi “I bloggers dell’Huffington sono stati di fatto trasformati in moderni schiavi nella piantagione di Arianna Huffington” (“The Huffington bloggers have essentially been turned into modern-day slaves on Arianna Huffington’s plantation.” ( http://mediadecoder.blogs.nytimes.com/2011/04/12/huffington-post-is-target-of-suit-on-behalf-of-bloggers/). Egli inoltre propone picchetti davanti alla casa della Huffington, il linciaggio mediatico presso i circoli liberal dove essa ha un posto preminente per trasformarla così in una “pariah della comunità progressista” (ibidem). La motivazione della causa è che l’affare della vendita ad AOL ha arricchito la Huffington e molti suoi partner che avevano messo il capitale in denaro, il lavoro iniziali e anche il capitale intellettuale per costruire un sito del genere, deludendo molta della gente che aveva lavorato per il sito da quando aveva cominciato. Nel presentare la causa viene affermato che è stata la vendita che ha spronato i blogger ad alzarsi e a rivendicare un pagamento (ibidem). Il sig, Tasini asserisce che chiunque continui a collaborare con lo Huffington Post è da considerarsi un crumiro (ibidem). Il sig. Tasini non è uomo da prendere sottogamba. Egli infatti è un avvocato del lavoro famoso per essere stato il principale querelante nella causa sui diritti dei freelance nel 2001. Questa causa fu portata avanti contro il New York Times e accusava i giornali e le riviste di aver infranto i diritti di copyright dei contributori freelance rendendo i loro articoli accessibili senza il loro permesso nei database elettronici dei giornali e delle riviste dopo la loro pubblicazione. La Corte Suprema diede ragione ai querelanti. Bisogna anche ricordare che il signor Tasini ha ambizioni politiche essendosi presentato per il senato contro Hillary Clinton.

    Ora il problema qui, a prescindere ma non tanto dalle decisioni della Corte Suprema, è quello della libertà della Rete. Facciamo un esempio: dopo la vittoria del 2001 il numero di freelance su grandi giornali nazionali (in USA e altrove) è crollato, non solo, oggi vengono chieste liberatorie di tutti i tipi, ovvero l’autore (pur conservando il nome) rinuncia a ogni diritto alla sua opera intellettuale. Un’operazione che da anni si fa in fotografia. Molti grandi fotografi non hanno mai veramente scattato le foto che sono nei loro book, ma hanno acquistato la foto da qualcuno e nel contratto c’è scritto che da quel momento in poi l’autore materiale negherà di aver mai scattato la foto, assicurerà che la foto l’ha fisicamente fatta il grande fotografo che l’ha comprata. Da quel momento il suo figlio intellettuale sarà adottato a tutti gli effetti dal nuovo padre (parlo perché conosco di persona uno che ha venduto alcune sue foto a un grande nome della fotografia). Perciò la causa del 2001, se forse ha portato un po’ di soldi nelle tasche dei querelanti (pagati gli avvocati probabilmente sono rimasti loro i soldi per un caffè), ha chiuso molte possibilità di lavoro e carriera a un numero infinito di giornalisti freelance. Bel risultato! precarizzare i precari!

    Vediamo ora la nuova “rivolta dei blogger” e i suoi possibili nefasti effetti sulla Rete. La richiesta dei blogger di essere pagati non tiene conto del fatto che lo Huffington Post ha investito per comprare i server (computer) che fanno girare il sito, ha acquistato lo spazio nel web, paga regolarmente i tecnici che mandano avanti l’hardware e il software di gestione, e che rende disponibile ai blogger tutto questo materiale solido e questo lavoro salariato per esternare, diventare famosi e magari fare carriera a prezzo zero. Per essere più chiara farò due esempi. 1) è come se un tizio, cui ho prestato la macchina di mia proprietà per andare al cinema, pretendesse di essere pagato per aver portato a spasso la mia macchina di cui non mi ha neppure ripagato la benzina. 2) è come se io pretendessi di essere pagata per questo post da parte di Antrocom Nazionale che ospita questo blog, o addirittura dal provider che ospita a pagamento il sito di Antrocom Nazionale sui suoi server. Se questa idea passasse e la causa fosse vinta dai querelanti quale sarebbe il risultato? la morte dei blog ovviamente. Chi può, comprerebbe un sito, pubblicherebbe le sue esternazioni e niente risposte o commenti, altrimenti rischierebbe di dover pagare il commentatore in base alle tariffe sindacali; chi non può aprirsi un sito suo, ciccia!! Questa sarebbe la morte della rete e dei social network! ve lo vedete FB che paga chi si iscrive? chiuderebbe subito e quelli che mandano avanti il sito fisicamente sarebbero disoccupati.
    Ultima considerazione: i fautori del salario agli utenti della rete e difesa dei diritti di copyright dei bloggers spero non siano fautori dell’open source, di wikileaks e quant’altro perché allora la coerenza sarebbe morta davvero. Per fortuna il Pentagono quando rese accessibile la Rete al mondo gratuitamente è stato più liberal dei liberal.

  • Davide scrive:

    Bel commento che mi dà modo di chiarire alcune cose.
    Secondo me “ingrassare la padrona” non è linguaggio emotivo, ma molto concreto, cioè far crescere il suo conto in banca. E’ empirico e si potrebbe verificare, quello della H. è cresciuto molto di più di quello del blogger medio che scriveva per lei. E’ legittimo eh, non discuto questo. Ma stiamo parlando di impresa. Il capitale della H. che c’ha messo un’idea è ora monetario, il capitale dei bligger che ci hanno messo sempre idee (i post) è simbolico. Solo che col capitale simbolico non mangi, eventualmente mangi in potenziale (cioè domani). Ma la fame resta.

    Nel mio commento ho citato questo caso senza approfondirlo nei dettagli perchè a suo tempo, 7-8 mesi fa, lo avevo seguito abbastanza bene su varie fonti perchè l’avevo fin da subito trovato paradigmatico. Tutto ciò che scrivi è pertanto corretto (come al solito, tra l’altro)

    Trovo la situazione semplice: la H. ha un’idea vincente, coinvolge persone per lavorarci in cambio di sola visibilità, il progetto cresce, arrivano investitori. E’ il normale fare impresa da quando è nata l’idea di impresa, nulla di nuovo sotto il sole.

    Da notare che alla domanda “perchè lavori?” fatta ad uno di questi blogger l’unica risposta logica sarebbe stata “per lavorare”, essendo il capitale simbolico qualcosa che è utilizzabile per lavorare anche domani, avendo accumulato reputazione. Ma anche domani lavori gratis, per accumulare reputazione…e via all’infinito. Una situazione da ricovero. Uno lavora per ricevere un compenso monetario che gli permetta di vivere, sennò piuttosto mi giro i pollici, o la chiamo “passione”.

    Allora perchè è interessante? Per tanti motivi. Il primo è che il lavoro intellettuale gratis sta dilagando con danni sociali enormi (basta pensare a quanti corsi universitari sono affidati a precari a gratis). Dilaga nel mondo reale e nel web. Con una piccola differenza: che spesso nel mondo reale lavoro gratis = lavoro di qualità pessima mentra nel mondo virtuale (il caso H. per esempio) lavoro gratis = lavoro di qualità.

    Il dramma di questi blogger è che creano un valore enorme avendo in cambio visibilità. Ovvio che se lavoro sono visibile, ma il senso di lavorare dev’essere la propria riproduzione biologica e sociale, mica un sentirsi figo nella blogosfera. Quello è narcisismo.

    E’ infatti risaputo che la reputazione del blog sia stata costruita non tanto dalla ventina di giornalisti regolarmente assunti, vìbensì da una pletora (3000?) di blogger volontari. Lavoro di qualità a costo zero: uno dei miracoli, questo si, di internet.

    Scrivi bene, molto bene, mi crei un valore enorme tanto che riesco ad attirare investitori e in cambio cosa vuoi? capitale simbolico. Direi il paradiso in terra per gli imprenditori.

    Se qualcuno ha investito in H. è perchè c’erano i blogger, sennò gli investitori non li vedevi neanche col binocolo. La H. ha avuto l’idea imprenditoriale, i blogger l’hanno realizzata. Legittimo voler la contropartita del valore prodotto. Si sono svegliati tardi perchè erano parte di un progetto pionieristico.

    Se mentre lavoravano per la H. hanno accumulato capitale simbolico mettendo in mostra le loro doti è comunque possibile che passino ad altri blog, altri progetti in rete o aprano attività individuali. Se la AOL non riesce a rimpiazzare in fretta blogger di qualità l’investimento calerà di rendimento entro breve.

    Io spero che quei 3000 blogger si uniscano in gruppi di vaeria entità e aprano blog concorrenti a quello di AOL (altro che la cialtronata dello sciopero!). Solo la concorrenza movimenta la creatività. Bisogna vedere se si è capaci di essere concorrenziali avendo in azienda risorse umane che lavorano gratis. Ne dubito, ma potrei sbagliarmi.

    Secondo me i tuoi esempi non colgono nel segno.

    Nel tuo esempio 1) il tizio non crea valore, i blogger si (e molto, ma per altri, e poco per sè)
    Nel tuo esempio 2) scriviamo per una no profit. L’idea imprenditoriale della H. era fin da subito volto al profit, e al profit spinto. Da qui investitori esterni e tutto il resto. Se Antrocom passa a profit tutte le logiche cambiano. Tutte.

    Il problema secondo me è quindi quello delle imprese web, non della libertà del web. Il web è liberissimo, ognuno può aprire un blog e scriversi quello che vuole. Ma se comincia a fare strategie di marketing (come ben faceva H.), se comincia fare piani di business, se cerca investitori (che pongono le loro condizioni al progetto) e poi riesce a vendere tutto ad AOL avere blogger pagati zero è schiavismo intellettuale. Con lo schiavo complice ovvio.

    Ai blogger andava bene? Finchè è durata si, adesso si son svegliati e forse han capito che con i loro post così bellini facevano ingrassare, lo ripeto, i conti in banca di qualcun altro. Beata ingenuità.

    Il web rimarrà libero finchè la politica riterrà che lo debba essere. Finchè farà fare soldi alle persone giuste rimarrà libero, poi cominceranno i paletti. E il gioco si romperà.

    Post recente su una vicenda HuffPo. (sarà tipica di chi fa lavorare aggratis ma in un contesto di profitto?)

    Un bel check up socio-politico dell’intera vicenda HuffPo E’ un articolo lunghetto, cito solo una frase che mi ha colpito ma la decontestualizzo:

    Anthony De Rosa, product manager presso la Reuters, usa l’espressione di «feudalesimo digitale» per definire il sistema istituito da Huffington post e dai suoi simili, come Facebook, Twitter e la piattaforma Tumblr: «Le nuove tecnologie poste in essere da questi siti hanno un forte potere seduttivo, e ci portano a contribuirvi gratuitamente senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Forniamo docilmente i contributi che permettono ad altri di accumulare enormi profitti

  • flavia scrive:

    Interessante l’articolo di Le Monde che segnali perché permette di mettere a fuoco ulteriormente il paradigmatico caso dello HuffPo. La H che si ingrassa (il termine continuo a trovarlo becero, ma lo userò perché è intonato con la querelle) non era una brava donna che ha avuto un’ idea vincente che poi ha monetizzato, ma la ex-moglie di un magnate amico di Reagan (ovvero dei Repubblicani californiani, il che significa moderatamente progressisti) trombato politicamente che ci ha messo il capitale e il lavoro fisico. Ripeto, la signora H non era una novellina che “c’ha messo un’idea” e gli altri l’hanno materializzata mettendoci capitale intellettuale e lavoro, come sembri dire tu, ma aveva investito da anni soldoni suoi (o del marito poi ex) nell’editoria, ovvero ci aveva messo il capitale (finanziario e materiale come mezzi di produzione e servizi) e aveva assunto forza lavoro (visto che organizzava “circoli di riflessione” vicini a Newt Gingrich, ex presidente della Camera dei Rappresentanti ed esponente di spicco della Bible Belt Repubblicana e messo su un blog on line contro Clinton). Scatenata assertrice dell’empeachment di Clinton, la H sembrò cambiare bandiera all’inizio degli anni 2000 spostandosi nell’estrema sinistra radical chic e fondando lo HuffPo, in modo non diverso da molti intellettuali italiani primo fra tutti Marco Travaglio, passato dalla destra alla sinistra con un doppio carpiato. Lo HuffPo, divenuto paladino dei liberal più liberal, cominciò a diventare una celebrità e il suo valore di mercato (era sempre stato una impresa commerciale e i blogger lo sapevano) a salire. Ma a cosa si deve l’enorme successo (reputazione) dell’HuffPo? La tua affermazione che “la reputazione del blog sia stata costruita non tanto dalla ventina di giornalisti regolarmente assunti, bensì da una pletora (3000?) di blogger volontari. Lavoro di qualità a costo zero: uno dei miracoli, questo sì, di internet.”, non regge. La pletora di sconosciute Flavie o ignoti Davide che scrivevano, sarebbe rimasta da giornaletto on line di campagna, se ai peones non si fossero aggiunti bloggers di spicco come Hillary Clinton, Dominique Strauss-Kahn, Michael Moore, Bernard-Henri Lévy, i milionari hollywoodiani Alec Baldwin e Charlize Theron e altri. Personaggi questi che certo non hanno bisogno del salario da blogger per vivere né di capitale simbolico con cui “non mangi, eventualmente mangi in potenziale (cioè domani). Ma la fame resta.”, come dici tu. E’ la presenza di queste firme che ha fatto sì che tutti (ma proprio tutti e soprattutto i media che cercavano notizie) andassero a leggere lo HuffPo, dove la ex First Lady, poi senatrice dello stato di NY, presidenti della Banca Mondiale e altri pezzi grossi di questo calibro potevano esternare come in un salotto, lasciandosi sfuggire (?!) qualche chicca riservata e di tendenza. La storia mi ricorda molto il successo di Dagospia in Italia, che da ignoto blog/rivista on line è salito alle cronache perché per anni vi collaborava l’ex presidente Cossiga, tra gli altri. Lo HuffPo ebbe poi un ulteriore balzo in avanti quando cominciò a “pubblicarvi”, tramite Mayhill Fowler, un avvocato sconosciuto, ma nero, con una buona pronuncia e una bella voce, vestito come un manichino, un certo Barak Obama, legato a doppio filo ai potentissimi sindacati di metalmeccanici della Rust Belt, all’ancora più potente sindacato UAW (il sindacato dell’automobile) e agli ambienti (chiamiamoli così) irlandesi del sindaco di Chicago Daley. Ora con questi “bloggers” non vorrai dirmi che la fortuna dello HuffPo l’hanno fatta gli sconosciuti blogger tipo Flavia e Davide! Non siamo ingenui, l’HuffPO è stata una riuscitissima speculazione editoriale e politica che ha sfruttato il narcisismo radical schic. Infatti una delle principali accuse fatte dai blogger che chiedono un risarcimento allo HuffPo, è di aver assunto giornalisti, ma “questi nuovi redattori sono per la maggior parte provenienti dai media tradizionali – tra cui il New York Times – e tale scelta non può che confermare uno spostamento verso il centrodestra avviato da lungo tempo.” (Le Monde ) Che sia tutta politica la ragione dell’assalto postumo alla padrona H? Mi ricorda tanto gli scrittori di Mondadori che protestano perché la proprietà ha cambiato il direttore editoriale!
    Veniamo poi alla questione del “feudalesimo digitale“. Cito sempre da Le Monde perché trovo il pezzo di particolare interesse.
    Qualunque sia l’ideologia che professano, coloro che utilizzano così i lavoratori traendone profitti giganteschi fanno evidentemente parte della classe degli sfruttatori. Rileggete Marx. Essi sono nemici dei salariati». Rispondendo all’affermazione secondo cui i bloggers possono «sempre scegliere», Hedges ricorda che si tratta della stessa argomentazione che utilizzano «i dirigenti dei laboratori clandestini della Repubblica dominicana e del Messico, le compagnie minerarie della Virginia occidentale e del Kentucky e i padroni degli immensi allevamenti di volatili del Maine.
    Rileggendo Marx, la cosa non sta in piedi. Applicare Marx , già obsoleto alla fine del 1800, al modo di produzione della Learning Economy è esattamente il tipo di stupidaggine che stigmatizzavo nel mio primo post. Paragonare le operaie delle maquilladoras, che non possono spostarsi dal paesino perché perderebbero i pochi diritti tribali, familiari ed economici che sono riuscite a strappare in generazioni, o i minatori della West Virginia, che devono stare dove c’è il carbone (se vogliono fare i minatori ovviamente), ai blogger che NON sono costretti (se non dall’ideologia, quindi capitale simbolico) a restare a scrivere su un blog, ma che con un battito di tastiera possono trasferirsi ovunque nel mondo stando seduti su comode sedie del loro antro informatico, è offensivo verso quelli che si guadagnano il pane lavorando fisicamente in condizioni di vero sfruttamento. Marx e pure Lenin si rivolterebbero nella tomba.
    Ma il riferimento con il medioevo è interessante anche perché dà del rapporto feudale una idea distorta, o meglio da propaganda della Rivoluzione francese alla Marat. Quando il rapporto feudale nacque era, come sempre avviene, un contratto sociale che vedeva le due parti in condizioni di parità: i contadini coltivavano tramite un lavoro continuo e incessante, i feudatari garantivano la protezione dalle scorribande di predoni e da invasioni nemiche. Il contadino doveva stare sulla terra 24/7 per 365 giorni l’anno e non aveva certo il tempo per esercitarsi circa 6/8 ore al giorno per poter tendere l’arco lungo di legno di tasso in modo adeguato per spedire la freccia a una distanza decente e con un potere di impatto che forasse almeno il giustacuore di cuoio spesso (cito gli arcieri perché furono questi a distruggere la nobiltà di spada francese ad Agincourt). Il contratto sociale era “tu passi il tempo ad addestrarti con l’arco, la spada e l’ascia da guerra, compri le suddette armi, armature, mantieni i cavalli pesanti adatti alla guerra e i reggiborse (scudieri/apprendisti) e muori per me e per difendere i miei campi se ci attaccano, io ti mantengo al mio meglio.” Lo scambio era dunque all’inizio del feudalesimo più che paritario (in fondo è lo stesso scambio che si fa con chi entra nell’esercito o nelle forze dell’ordine), poi come spesso succede la situazione si è evoluta (?): alla nobiltà di spada si affiancò la nobiltà di toga ovvero quella che traeva beneficio scambiando lavoro immateriale o capitale simbolico (chierici) contro mantenimento. Dunque il parallelo con il feudalesimo, quello vero, non quello hollywoodiano, è molto rischioso e potrebbe dare torto alla gilda dei blogger che da volontari vogliono il posto fisso.
    Circa la morte della libertà della rete, io spero che il tuo ottimismo sia realizzato, ma non posso non ricordare due eventi storici che hanno visto il contrario. Verso la metà dell’Ottocento la categoria di lavoro specializzato più richiesta e “pagata” erano i moulders (addetti alle colate) dell’industria dell’acciaio. La loro specializzazione stava soprattutto nell'”intuire dal colore del metallo fuso” quando era il momento di ruotare il convertitore e ottenere la colata di acciaio fuso. Consideriamo che 25 tonnellate di ghisa possono essere trasformate in acciaio in altrettanti minuti se tutto va dritto, ma se il moulder sbagliava, la colata era di scarto e bisognava rifare il processo. Un buon moulder valeva “oro”, e non a caso i sindacati dei moulders (nelle acciaierie, nei ceramifici, nelle vetrerie ecc) furono tra i primi a formarsi e tra i più potenti. Negli USA ad esempio i primi sindacati organizzati su scala nazionale furono proprio di questo tipo di lavoro specializzato (skilled workers). Ovviamente i moulders, forti delle loro organizzazioni sindacali, cominciarono a chiedere salari sempre più alti e benefits, la risposta del padronato fu brutale, alla repressione degli scioperi i sindacati risposero con la violenza, niente di ché, finché i moulders tenevano i padroni delle acciaierie per le palle, ma… ma la risposta fu, come sempre in Occidente, tecnologica. Ricerca e sviluppo infatti tendevano sia a utilizzare materie prime meno pure, sia a “liberarsi” dei moulders tramite modi di produzione più standardizzati e meno aleatori che garantissero che ogni colata fosse come richiesto. Proprio quando i moulders erano all’apice del potere conquistato con 100 anni di lotte operaie, il modo di produzione dell’acciaio cambiò e non ci fu più bisogno dei moulders. Gli operai vennero licenziati e i sindacati chiusero per mancanza di iscritti. Ricorda niente? Magari la più modesta vertenza dei call center oggi sostituiti da operatori automatici situati a Mumbai o a Lagos?
    Spero tanto che tu abbia ragione e io torto e che la rete rimanga libera e dalle sue ampie tette fornisca latte e miele ai lavoratori dell’intelletto in cerca di remunerazione per il loro lavoro intellettuale di qualità (anche se io, pignola come sono, la qualità mica la vedo tanto), ma la storia è una severa maestra e il Pentagono sta facendosi un’altra rete tutta sua e di pochi eletti… bah, chi vivrà vedrà.

  • Trovo molto interessante questo post

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