Profughi, rifugiati politici e migranti.

Prenderò lo spunto dall’ennesima polemica sui “profughi” esplosa a Cittadella (PD) tra il sindaco e parlamentare Bitonci e la Caritas della diocesi di Padova per fare alcune considerazioni sul concetto di profugo, rifugiato politico (o chiedente asilo) e migrante.

Secondo il dizionario italiano Sabatini Colletti profugo è colui “che è costretto a lasciare la propria patria in seguito a calamità naturali, guerre ecc.”
Per il Dizionario Hoepli profugo = “agg. e s.m. (pl. m. -ghi; f. -ga, pl. -ghe) Che, chi è costretto a fuggire dal proprio luogo d’origine, in seguito a calamità naturali, eventi bellici, persecuzioni politiche ecc.: i profughi del terremoto; p. politico, religioso“.
Fin dai tempi delle guerre di religione, il profugo è connotato dalla dimensione quantitativa. Il profugo è l’unità singola della massa dei profughi, un gruppo umano di dimensioni consistenti e con legami relazionali (gruppi familiari, gruppi aventi comuni legami etnici o razziali, di provenienza geografica ecc.). Il profugo in quanto tale, lo è in quanto appartenente all’insieme (anche matematico) dei profughi e agisce e si definisce coerentemente ad esso. Dunque il profugo è tale in quanto appartenente a un gruppo piuttosto ampio di individui legati tra loro che traggono forza e sussistenza dalla propria massa. Infatti i profughi “solitari”, cioè quelli che le vicissitudini hanno reso soli (es. gli orfani) vengono subito adottati dal gruppo dei profughi, ne fanno parte integrante. Se pensiamo ai profughi tradizionali (dalle masse umane che si spostavano durante le guerre di religione europee, come gli ugonotti francesi, o gli anabattisti tedeschi o i puritani inglesi) o nelle guerre più recenti (i profughi veneti dopo la rotta di Caporetto, quelli tedeschi dopo la prima guerra mondiale, quelli francesi dopo la caduta della Maginot, quelli tedeschi di fronte all’avanzare dell’Armata rossa, i profughi giuliani e dalmati, gli spostamenti di popolazione durante la divisione tra India e Pakistan, i cinesi nazionalisti nel triangolo d’oro, pied-noir francesi che se ne andarono dall’Algeria, quelli italiani dalla Libia, fino ai profughi delle guerre nella ex-Yugoslavia e nell’ex URSS) essi sono costituiti da gruppi familiari più o meno allargati, uomini, donne, vecchi e bambini.
I “profughi” dei barconi che fuggono dalla Libia, pur fuggendo una guerra, non sono profughi nel senso classico del termine, non sono una massa con legami di parentela o di etnia, sono giovani maschi di diverse etnie, origine sociale e nazionalità e donne quasi sempre in avanzato stato di gravidanza, NON legate in genere da vincoli familiari a nessun maschio presente nel barcone. I “profughi” libici fanno massa, ma non sono un insieme, non hanno in comune i caratteri sociologici che li certifichino in modo unitario (a parte il barcone). Sono infatti giovani africani (non c’è un libico a pagarlo oro) provenienti dall’Africa subsahariana o dal Corno d’Africa. Essi NON stanno lasciando la propria patria in preda alla guerra o alle catastrofi ecologiche (come la definizione di profugo vorrebbe), l’avevano già lasciata da tempo e dai loro racconti erano emigrati in Libia per trovare un lavoro o, (ma questo in genere non è nelle interviste) per trovare un passaggio verso la fortezza Europa. Sono giovani maschi soli, fuggiti dalle bombe NATO o dai ribelli, che sotto Gheddafi in Libia avevano un lavoro remunerato, riuniti dagli scafisti a delle donne sole che servono per garantire una traversata sicura. Che le donne poi siano tutte in gravidanza o con neonati deriva dal fatto ben documentato che gli scafisti le fanno aspettare fino alla gravidanza avanzata in modo da garantirsi il soccorso umanitario (una donna incinta a bordo è un lasciapassare sicuro!). Dunque non sono profughi, almeno secondo le categorie classiche, allora cosa sono?

Passiamo alla seconda categoria: rifugiati politici (e perciò chiedenti asilo). Questo è l’asso nella manica delle associazioni di solidarietà che, appena gli oggetti delle loro cure sbarcano, fanno loro compilare la domanda di asilo politico.
RifugiatoA agg. Che ha trovato rifugio [oppure] B s.m. (f. -ta) Persona che ha cercato rifugio in territorio sicuro, in genere in un paese straniero, spec. per cause politiche“. Visto che le organizzazioni di solidarietà come la Caritas fanno loro compilare la domanda, e possiamo sperare che non le facciano compilare a tutti, a prescindere perché sono un buon affare per chi li aiuta a scapito del contribuente e della pace sociale, analizziamo cosa significa essere perseguitato politico. Con buona pace dei richiami ideologici ai rifugiati antifascisti a Parigi (o presso certi ambienti a quelli degli Anni di Piombo sempre a Parigi) il rifugiato politico è uno che cerca rifugio dalle persecuzioni della parte politica avversa, è uno la cui parte politica/etnica ha perso. Questo è un dato di fatto, l’etica non c’entra e fa solo confusione. Tolta di mezzo l’etica erano rifugiati politici sia i comunisti tedeschi e italiani che riuscirono a fuggire e riparare in URSS o in Francia (poi in America) negli anni Trenta che i nazisti che ripararono in Sudamerica o nei paesi arabi nel secondo dopoguerra. E infatti la chiesa cattolica aiutò gli uni e gli altri a sfuggire ai tribunali che li cercavano: i conventi pieni di partigiani e la “Via dei Ratti” che salvò i perdenti (i criminali di guerra nazisti di varie nazionalità) sono fin troppo famosi, per non menzionare poi l’appoggio dato dai criminali di guerra ruandesi, ma dal punto di vista della chiesa cattolica erano opere di carità e tutti sono figli di Dio.
Dunque, eliminando l’aura emotiva, il richiedente asilo è solo quello che appartiene alla parte perdente (cosa nota fin dai tempi della guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene, 431-404 a.C., tanto per citarne una) ed è uno che si sposta da solo. L’essere solo è fondamentale in quanto il “ricercato” deve far perdere le proprie tracce, cambiare la propria identità, deve nascondersi dalla lunga mano dei suoi nemici che potrebbero raggiungerlo non solo in viaggio, ma anche nel suo rifugio all’estero; spesso perciò la società con i suoi sodali (connazionali o membri dello stesso gruppo politico) è un pericolo, almeno finché il rifugio non diventa sicuro. I giovani maschi africani che approdano come “profughi” soli sembrerebbero appartenere di più a questa seconda specie, il rifugiato. Ma qui entra in ballo un problema politico da parte dello stato che concede loro il rifugio: è conveniente concedere il rifugio, oppure (per gli amanti dell’etica) è moralmente giusto concederlo? Abbiamo già visto che per la Chiesa Cattolica (di cui la Caritas fa parte) lo è. Questi giovani maschi appartengono tutti ad etnie guerriere, dove un giovane si fa strada tramite la guerra (con la lancia un tempo, kalashnikov o GIMPY oggi) e da luoghi dove la guerra è di casa o è semilatente (Somalia, Eritrea, Etiopia, Sudan, Costa d’Avorio, Liberia, Mali, Mauritania, Ruanda, Burundi, Congo, Uganda, tanto per fare dei nomi). E’ estremamente probabile che i giovani maschi in questione abbiamo preso parte alle guerre dei loro paesi (se fossero profughi, sarebbero con le famiglie) e che siano fuggiti in Libia perché appartenenti alla fazione che ha perso e che molti abbiano trovato lavoro colà come mercenari facendo quello che avevano imparato a fare. Poiché il linguaggio non verbale del corpo è spesso assai più comunicativo di quello verbale, l’ipotesi non sembra poi tanto peregrina. L’atteggiamento e i modi dei giovani che hanno assalito le strade in Puglia e in Sicilia nelle proteste contro i Campi di Accoglienza, parlavano chiaro: erano gli stessi che abbiamo visto negli scontri di Freetown, di Mogadiscio o del Congo. Alcuni giovani “profughi” presenti a Padova hanno mantenuto anche la mimetica e il boonie d’ordinanza, limitandosi a cambiare solo il tank top, e le loro posture, quando li incontriamo ogni giorno sotto casa, parlano chiaro e sono ben diverse da quelle degli immigrati africani che arrivavano in città solo qualche anno fa. Le immagini di questi giorni supportano quanto meno il dubbio: i ribelli libici catturano o giustiziano i mercenari di Gheddafi (al 90% africani, non arabi o magrebini) e mostrano i documenti che dimostrano che sono del Mali, Sudan, Ghana e Costa d’Avorio (appunto). Ora poiché è ben difficile nelle guerre africane tracciare un confine etico tra “buoni” e “cattivi” come per fu nella II guerra mondiale (ma abbiamo visto che la Chiesa cattolica non lo ha mai fatto a parte che nelle guerre contro gli “eretici”) la domanda è: è conveniente per lo Stato Italiano dare rifugio a probabili mercenari e criminali di guerra africani? chi controlla le dichiarazioni loro e dei loro sponsor? daranno all’Italia il tipo di contribuito tecnologico che i criminali di guerra nazisti diedero per esempio all’Argentina o alla Siria, al”URSS o agli USA, o ci troveremo solo alle prese con delitti tipo Gorgo al Monticano o peggio?

Migrante, la parola pur presente in italiano, è oggi soprattutto un calco/traduzione dell’inglese Migrant Worker e ha preso piede soprattutto presso l’associazionismo politically correct e cattolico. L’italiano è una lingua molto più articolata al riguardo in quanto possiede i termini immigrante, immigrato, emigrante, emigrato e migratore.
Secondo il Sabatini Colletti, migrante = “Che si sposta, che migra, migratore” è una parola che entra nel 1834 nel vocabolario italiano ed è generica, vale per gli uccelli, i pesci e anche gli esseri umani, ma più in quanto specie animale che in quanto “persone”, mentre immigrante = “Chi si trasferisce in un paese diverso da quello d’origine, spec. per trovare lavoro” è più specifica, entra nel dizionario italiano nel 1884 e si riferisce espressamente al lavoro e al moto a luogo (verso). L’emigrante invece = “agg. Che emigra, espatria; s.m. e f. Chi lascia il paese natale spec. in cerca di lavoro” oppure, secondo il Devoto Oli, è una “persona che si sposta alla ricerca di migliori condizioni di vita“, è voce che entra nel vocabolario nel XVIII secolo. Ora qualunque sia il motivo, è chiaro che i giovani africani “profughi” erano lavoratori emigranti, immigrati in Libia (anche il mercenario è un lavoratore) per trovare un lavoro. Ora se sono emigranti e avevano trovato lavoro in Libia, perché dopo essere stati salvati dalle bombe NATO non richiedono di tornare dalle loro famiglie?, perché molti hanno speso i loro averi per una rischiosa traversata quando era più facile tornare al loro paesi via terra magari organizzandosi in gruppo? se erano normali lavoratori avevano probabilmente una comunità in Libia in cui si ritrovavano, come sempre fanno gli emigranti/immigrati.
Se questi giovani sono lavoratori emigrati in Libia cosa di meglio per loro e per noi che rifocillarli e pagare loro il biglietto per il loro paese dove le loro famiglie li attendono ansiose? o no?

Nella storia dei sei Maliani a Cittadella ci sono altre due cose considerazioni da fare: i sei sono supportati da una rete di associazioni legate alla Caritas e alla pastorale della diocesi di Padova. Una rete per 6 persone!? viene subito in mente il caso dei 21 “profughi” ghanesi su cui agiscono 34 associazioni di volontariato a Monselice. Accipicchia! facendo 10 volontari ad associazione ci sono 340 persone che lavorano per 21 “profughi”, quanto ricca è la torta e quanto grasso cola, ci sarebbe da chiedersi se andreottiamente vogliamo pensare male e fare peccato!

Ora, che la Caritas come braccio della Chiesa Cattolica abbia interessi nell’Africa subsahariana, è cosa risaputa e comprensibile visto che la zona è luogo di attrito con l’Islam e le religioni (tutte le religioni) hanno sempre cercato di conquistare anime elargendo favori molto terreni come l’acquisto a prezzi di favore dei raccolti coloniali ai propri convertiti, l’aiuto nell’emigrazione verso paesi di sicura fede (basti pensare ai filippini, ai nigeriani edo e ibo e ai moldavi e romeni ortodossi arrivati in Italia, tanto per citare dei casi famosi), ma allo stato Italiano che ne viene? Ha senso fare dei corsi per insegnare l’italiano e un mestiere in vista di una permanenza eterna qui, o non sarebbe meglio investire tutti quei soldi per insegnare quei mestieri là, magari fornendo parte del denaro, usato in Italia per mantenerli, al profugo stesso in modo che metta su un’attività al suo paese. Ah già, se si danno i soldi direttamente in mano al profugo o all’emigrato, quell’egoista se li tiene e non li prende più l’associazione di solidarietà.

L’altra cosa interessante è che il caso di Cittadella vede anche un piccolo conflitto in seno alla chiesa. Il parroco di Santa Croce Bigolina, la frazione di Cittadella dove l’associazione alloggerà i Maliani in nome della Pastorale della Diocesi di Padova, ha subito precisato che lui non è stato né avvertito, né consultato, tanto più che la sua parrocchia dipende dalla Diocesi di Vicenza e non di Padova. Interessante, che sia un caso di NIMBY curiale? o che nella sua guerra politica contro la Lega a fianco del PD, la curia padovana ha preferito fare uno sgarbo alla curia vicentina pur di creare problemi a Bitonci? Seguiremo con interesse l’evolversi dei fatti.

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3 Responses to “Profughi, rifugiati politici e migranti.”

  • sandra scrive:

    Una modesta proposta alla Jonathan Swift: perchè non costituire una nostra legione straniera africana in cui arruolare i mercenari disoccupati che vengono qui? non è solo una battuta. Infatti, data la situazione in Libia in via di somalizzazione, la somalizzazione della Somalia (scusate il calambour), un numero non precisato di paesi, dove abbiamo interessi economici, in varia fase di confusione più o meno armata, avere i nostri ‘figli di puttana’ (per dirla alla kissinger) in campo potrebbe farci comodo. Così se sono venuti per lavorare, il lavoro si trova, mentre ai preti si fa fare la cura dimagrante!

  • Davide scrive:

    Caspita, non siam mica tutti esperti di letteratura irlandese! :-)
    C’ho messo un’ora a mettere a fuoco il commento Sandra…e ho imparato qualcosa.
    Non conoscevo lo Swift satirico, che scrive nel 1729 il pamphlet “Una modesta proposta” su una questione sociale rilevantissima…addirittura wiki dice “Quest’opera è ritenuta il più grande esempio di ironia nella storia della letteratura inglese

    Il riferimento a Kissinger mi ha portato qui e a rinfrescarmi un attimo le idee sulla realpolitik.

    La Libia diventerà un laboratorio antropologico davanti a casa nostra, con tutto quello che questo comporterà. In tv si alternano notizie di movimenti politici, militari, economici, finanziari volti a mettere al riparo interessi, accordi, fissare linee guida per l’incerto futuro, capire chi sarà cosa e chi potrà fare cosa. L’occasione è ghiotta per farsi un’idea della letteratura antropologica coloniale e postcoloniale in Libia, sia italiana che estera. Io personalmente non ne so nulla.

    Secondo me quello che tu proponi molti paesi lo fanno già: utilizzare una selezione di immigrati per compiti “speciali” all’interno di uno schema di relazioni tra il paese di destino e il paese d’origine. E’ una proposta di assoluto buon senso. Solo che bisogna essere un paese che lo sa fare, che mette a disposizione risorse adeguate per la formazione. Immagina ad esempio i rifugiati libici: invece di massificarli tutti e spedirli alle mense caritas facendoli sentire bambini sfigati, perchè non si cerca di capire meglio chi sono, cosa facevano là e cosa possono fare qua per la nostra società? Alcuni libici potrebbero giocare un ruolo chiave per l’Italia nella libia del prossimo futuro, facendo da cuscinetto tra i nostri legittimi interessi e i legittimi interessi della Libia a diventare un paese libero, moderno, civile, vivibile. Il discorso, molto semplice, è che per fare ciò occorre una cultura specifica e una antropologia specifica, che in Italia attualmente non c’è.

  • sandra scrive:

    Quello che prevedi nella parte finale del tuo post lo stanno facendo da anni molte nazioni, occidentali e orientali. Da noi la cosa ha sempre vuto un andamento ambiguo, ovvio, dati i rapporti istituzionalmente confusi tra Italia e Vaticano. Il problema non è che si usa la religione per far avanzare i propri interessi, anzi, dato che molti stati inviano missioni in senso stretto religioso (per es. i famigerati Padri Bianchi belgi in Ruanda, o le missioni protestanti in Cina), e in senso laico, attraverso onlus umanitarie piccole e grandi (come i colossi Medicins sans Frontières, Emergency – finanziata dal petroliere Moratti, Fair Trade ecc.). Il problema con le missioni italiane è che rispondono a uno stato straniero, il Vaticano, che ha una sua agenda e una sua diplomazia, anche se esistono, vedi il citato caso di Emergency, finanziatori e interessi non legati al Vaticano, che si sappia. Ricordo ancora un natale di anni fa quando, intervistato brevemente al TG1, Arafat fece gli auguri al capo dell’Italia, il Papa Giovanni Paolo II, e non il presidente della repubblica di allora, mi pare fosse Scalfaro o forse Ciampi. Non stava facendo uno sgarbo o una battuta ma un semplice errore dovuto alla sua percezione della realtà e nessuno del TG fu così svelto o coraggioso da correggerlo.E ricordo che in Libia e altrove, al tempo del Discorso di Ratisbona di Benedetto XVI aggredirono le sedi diplomatiche italiane e bruciarono in pazza le bandiere italiane. D’altra parte finora la diplomazia vaticana serviva a oliare anche i nostri interessi, mentre cercava di far avanzare quelli dei cattolici nei paesi islamici. Un caso esemplare è quello dell’Iraq: mentre i media ci propinavano la leggenda di Tareq Aziz ‘volto umano del regime’, lui alla vigilia dell’attacco a Saddam da parte della coalizione venne a far un ultimo tentativo a Roma, non presso il nostro governo, ma Oltretevere, in Vaticano. Come accade in molti paesi, una minoranza religiosa paria deve fare scelte auto-protettive che sul lungo periodo possono essere controproducenti, quando il protettore cade. I cristiani iracheni hanno servito da puntello del regime e da fedeli sostemitori della burocrazia e dell’intellighezia saddamita, un ruolo che crisitani ed ebrei spesso avevano coperto durante l’Impero ottomano. Non meraviglia che con la caduta di Saddam i cristiani iracheni siano stati caccia libera. Un simile problema se lo trovano di fronte gli alawiti siriani di Assad: piccola setta sciita eretica, hanno servito il padrone di turno finchè nel casino della decolonizzazione hanno afferrato l’occasione, come altro braccio del baathismo e arraffato il governo siriano. La repressione in Siria è più una battaglia di sopravvivenza fisica degli alawiti contro le masse maggioritarie sunnite sostenute dal denaro saudita e del Quatar che una ‘semplice’ battaglia di sopravvivenza del regime. Tra parentesi, anche Gheddafi è in gran parte vittima della politica saudito-quatariana contro l’Iran.
    Quanto all’antropologia sulla Libia non ne conosco un granchè, ma su quella ‘coloniale’ si può spaziare sui grandi nomi.

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