L’antropologo in azienda: culture, interazioni, spazi produttivi

Lo studio dei rapporti tra espressioni culturali, comportamenti individuali e spazi sociali è da sempre al centro degli interessi dell’antropologia culturale. L’etnografia ci porta numerosi esempi di come la variabili culturali vengano trasposte negli spazi sociali da diversi gruppi umani secondo precisi dettami volti a plasmare e connotare lo spazio di vita secondo preferenze, valori, necessità materiali e simboliche.

Un recente articolo di Repubblica dedicato alla crisi degli “open space” mi fa riflettere su quali siano le migliori carattristiche di un particolare ambiente, quello lavorativo, affinchè possano essere create e riprodotti peculiari istanze culturali del gruppo, come la collaborazione e l’interazione costruttiva tra colleghi. Tradizionalmente questi studi sono condotti da tre categorie di professionisti: architetti (che progettano e realizzano lo spazio fisico), psicologi ambientali (che sono gli esperti delle relazioni tra individui e ambiente) e ergonomi, pensatori interdisciplinari che ottimizzano quelle che sono le interazioni tra uomini, apparati artificiali e contesti.

In realtà in questo caso, secondo me, la questione è squisitamente antropologica, in quanto si tratta di capire come organizzare uno spazio affinchè si favorisca lo sviluppo e la solidità di particolari tratti in una specifica cultura, quella d’impresa. Non importa che gli spazi siano solo belli e funzionali, o che le persone si sentano a loro agio individualmente, o che costruttivamente gli artefatti siano ottimizzati per le caratteristiche di Homo Sapiens: occorre che in questi spazi Homo Sapiens sia incoraggiato a instaurare relazioni informali, a sentirsi sicuro nel poterle iniziare, condurre e completare, che utilizzi in modo opportuno le informazioni di cui viene a conoscenza, allineando aspetti cognitivi, emotivi e relazionali. E’ una chiara prospettiva di business anthropology che necessita di competenze sia biologiche (per gli aspetti etologici) che culturali (per gli aspetti di preferenze, trasmessione di schemi culturali, relazioni di potere).

L’idea di base delle aziende è questa: favorendo una cultura della interazione informale tra colleghi si aumenta la fiducia generale, si migliora la cooperazione del team, si favorisce l’emergere di creatività, che può condurre a innovazione, che può condurre a aumento dei profitti e della competitività aziendale. Questioni sottili, legami deboli, ma fondamentali per far evolvere la cultura aziendale.

L’articolo di Repubblica è stimolante, ma secondo me imposta fin da subito una relazione troppo netta tra “open space” e economia dell’attenzione, e tra attenzione e produttività. D’accordo che l’aumento di quest’ultima variabile è il fine di ogni azienda, ma lo studio e la progettazione di ambienti di lavoro che siano culturalmente ottimali è anche, e soprattutto, la via maestra per generare benessere e soddisfazione nei lavoratori, vero cavallo di battaglia delle aziende nel terzo millennio.

Un articolo apparso un HBR Italia ci aiuta ad impostare antropologicamente la questione. Si presenta un semplice e utile modello chiamato delle 3P: Prossimità, Privacy, Permesso.

Prossimità: Homo Sapiens è pigro. Occorre creare degli spazi di socialità che siano nei luoghi vicini a luoghi di scambio o di sosta: distributori d’acqua, di caffè, fotocopiatrici, ascensori, intersezioni tra scale, librerie e biblioteche. Difficile che Homo Sapiens faccia rampe di scale solo per scambiare due parole con un collega…meglio favorire l’incontro.

Privacy: Homo Sapiens tiene alla segretezza di alcune sue manifestazioni. Non ama essere ascoltato quanto parla a meno che non sia lui a deciderlo, e detesta essere disturbato. occorre pertanto creare degli spazi conformando in maniera adeguata l’ambiente in modo che chi decide di iniziare uno scambio informale possa farlo senza avere il pensiero di essere ascoltato, potendo vedere chi entra e chi esce, senza sorprese spiacevoli che attivino uno stato d’animo di imbarazzo o ansia.

Permesso: Homo Sapiens ama fare la cosa giusta. Occorre informare esplicitamente i lavoratori che in quella azienda le interazioni informali tra colleghi sono incoraggiate. Poche regole, molto chiare, e libertà di azione.

Quando queste tre variabili sono relazionate in maniera squilibrata Homo Sapiens percepisce quell’ambiente come non favorente le interazioni informali, sarà portato a non attuarle e quei tratti della cultura aziendale non saranno agiti, diffusi, solidificati in quel contesto. E’ importante quindi prestare attenzione a tutti le componenti dell’ambiente nel momento del suo allestimento, avendo sempre bene in mente il rapporto tra persone, contesti, comportamenti, culture: solo dalla loro calibrazione si potrà ottenere il risultato desiderato, cioè il miglioramento della cultura dell’innovazione nell’azienda.

Un piccolo esempio è la struttura degli uffici di Google a New York, azienda innovativa, profittevole e che registra una alta soddisfazione lavorativa tra i propri collaboratori. Affinare lo sguardo antropologico per cogliere i dettagli costruttivi degli spazi può essere curioso. Riflettere su come siano i nostri spazi lavorativi, e come fare a migliorarli un pò dal punto di vista antropologico, può essere ancora più utile! Buona visione.

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