Un esercito di uno

A margine di commenti di tutti i generi offerti dai media e non ultimo da Davide, aggiungo la mia opinione a proposito della strage di Oslo, Norvegia. Premetto che quello che mi ha stupito è che non sia successo prima e mi spiego. Mi è capitato di constatare di persona, per un fortunato caso, cosa sia lo spirito nazionale norvegese, che conoscevo solo intellettualmente. Sono capitata a Tromso, nel nord della Norvegia e ‘capitale’ della Lapponia, quindi luogo di tensione, di frontiera, tra ‘norvegesi’ e ‘sami’, qualche anno fa proprio la settimana in cui cadeva la festa nazionale in maggio. Ho anche trascorso alcuni giorni a Oslo, città che definire pulita, ordinata, amichevole è dire poco, molto più gentile della vicina danese, Copenaghen, con i nervi assai più tesi, allora.


Chiunque abbia assistito alle stucchevoli e fiacche celebrazioni del Centocinquantenario dell’unità d’Italia fa fatica a capire quanto sia sentito profondamente un anniversario qualunque in Norvegia, di una forza analoga a quella negli USA il 4 luglio. Ogni albergo e ristorante aveva un settore aperto dove erano offerti cibi e bevande gratis a chiunque entrasse, le scuole avevano organizzato sfilate venendo anche dai villaggi più distanti, e nonostante il nevischio gelasse la giornata di fine maggio (siamo a nord del circolo polare). Tutti o quasi gli abitanti di Tromso – e dalla diretta TV, quasi tutti i norvegesi, e anche molti sami che partecipavano alle sfilate – indossavano il costume nazionale.
Questo costume nazionale riproduce un costume recuperato nelle aree rurali della bassa Norvegia dagli antiquari romantico-nazionalisti del XIX secolo come ‘tipico’ della ‘nazione norvegese’ che si stava costituendo. Non entro nella storia del nazionalismo scandinavo, mi limiterà ad osservare che le lingue scandinave, mutualmente intellegibili, hanno subito un processo di differenziazione linguistica grazie all’opera degli intellettuali nazionalisti durante gli ultimi due secoli. Questo processo di differenziazione, invece, si è annacquato considerevolmente presso i cittadini di origine scandinava negli USA e in Canada, che fanno ‘massa critica’ condividendo musei dell’immigrazione e associazioni etniche. Questo per dire che i confini tra comunità sono scivolosi e sempre in movimento e non c’è dubbio che in questo momento si stia formando una sovra-nazionalità scandinava e cristiana-europea a fronte di un’immigrazione assai consistente da aree a cultura molto diversa.
All’antropologia che studia i confini è noto che in popolazioni che abitano lontano tra loro, per quanto diverse gli usi, non scattano meccanismi di diversità selettiva atti a creare una barriera, un confine, tra Noi e Loro. Questi meccanismi scattano quando due comunità sono vicine, adiacenti, non importa quanto siano simili, la differenza si trova sempre. Non entro nel perché succeda, ma accade sempre, a prescindere dagli appelli alla solidarietà, buonismo e così via, che hanno in genere la funzione di accentuare la diversità, perché la certificano, dato che dobbiamo essere buoni ‘con i meno fortunati’, i ‘poveri’ e altre categorie fumose che raggruppano i Loro, persone che sono viste come pericolose e rivali nell’accesso alle risorse dei Noi, da quelle materiali come il lavoro a quelle immateriali come lo stile di vita e le opinioni. Se poi, come è avvenuto nel caso specifico, ma anche in altri casi, compresi gli attentati di matrice fondamentalista islamica contro forme di modernizzazione, i rivali Loro sono anche, infidamente, aiutati da una quinta colonna, per debolezza o interessi oscuri, all’interno dei Noi, siano funzionari governativi, gruppi politici o religiosi, “associazioni segrete complottiste” delle varie teorie, ecc. la miscela esplosiva, alla lettera, è pronta.
La cosa grave, come nel caso norvegese, è la sottovalutazione, la cosiddetta ‘ingenuità’ riconosciuta dal Primo Ministro, la colpevole ignoranza dei fenomeni sociali da parte di una classe dirigente che avrebbe avuto il mandato popolare di governarli e mediarli, se siamo in democrazia, non di ignorarli sentendosi anche tanto buono. Quello che mi ha colpito è stata l’assoluta incapacità dei membri e funzionari delle associazioni giovanili del Partito Laburista massacrati nell’isola, in quanto aspiranti classe dirigente di domani, di far fronte in modo adeguato a un evento catastrofico improvviso. Hanno, a sentire i resoconti, reagito in due modi: o si sono lasciati abbagliare dalla divisa di poliziotto, e come i bisonti si sono lasciati ammazzare sul posto, oppure come i conigli sono scappati da tutte le parti senza abbozzare neppure una reazione. Cinquecento giovani militanti sono stati battuti da un esercito di uno, per quanto organizzato.
Eppure ci eravamo abituati a reagire agli attacchi: in situazioni assai più pericolose e difficili, come un aereo con sconosciuti di nazioni diverse ristretti e legati come sardine in spazi angusti. Tutti i vari tentativi di attentati sono stati sventati da cittadini qualunque che si sono organizzati senza neppure parlare la stessa lingua, rendendo inoffensivo l’attentatore. In modo simile, attacchi come quello di Columbine, che pure sono particolarmente difficili da prevedere rispetto a un raduno di partito, hanno avuto meno vittime perché dopo la prima sorpresa gli aggrediti si sono organizzati.
Un problema tipico dei commenti era la scarsa qualità esplicativa degli stessi, che tentavano di decifrare l’episodio usando categorie schematiche del secolo scorso. Per dire, Destra e Sinistra in salsa europea. Così non si capisce niente. Breivik va compreso con categorie differenti, le stesse con cui capire Unabomber, che non a caso è uno dei suoi ispiratori. I neo-nazisti lo hanno correttamente scaricato: non è roba nostra, uno che inneggia alla democrazia, a Israele ed è un massone protestante può al massimo far parte del “complotto demo-pluto-giudaico” che ossessiona i nostalgici della svastica. Benché di buone letture e conoscenza dell’inglese, Breivik è pur sempre un agricoltore (per questo il fertilizzante per la bomba non ha insospettito troppo le sonnacchiose autorità), ha colpito i simboli e i sostenitori del Grande Stato, un palazzo governativo e i laburisti, che avevano anche l’aggravante di aver aperto le porte agli immigrati e ‘inquinato’ la sana cultura norvegese, invece di proteggerla come Grande Stato.
E’ un’ideologia ruralista, che definirei democrazia anarchica, che ha la sua versione urbana nelle bande di motociclisti, e che trova il suo aspetto doppiopettista in frange dei Tea Parties e analoghe associazioni, che può avere contaminazioni ‘suprematiste ariane’, ma che in genere si considera progressista e guardiana dei valori fondanti della Costituzione democratica. Dopo aver viaggiato per decenni nell’America profonda, nella pancia (e anche più in basso) degli USA e del Canada, tra boschi e sterminati campi di pannocchie, nelle aree brodo di cultura delle cosiddette ‘milizie’ di cui Unabomber può essere considerato un ideologo, affermo senza dubbi che la maggior parte di queste persone, anima di associazioni patriottiche, di veterani e di logge massoniche di paese, sarebbe dolorosamente stupita e offesa nel sapere di essere considerata ‘fascista’, dato che si considera guardiana dei valori fondanti della democrazia, contro il ‘fascismo’ rappresentato dal Grande Stato, che favorisce i ‘ricchi’, e dai (dis)valori di cui sarebbero portatori molti immigrati che minano le libertà civili. Vale la pena di notare che molti immigrati ‘integrazionisti’ possono condividere e sostenere queste associazioni.
Ovviamente all’interno di questa galassia esistono sia i criminali, come le bande che si finanziano con il traffico di armi e di droga, dove il confine tra ideologia libertaria, convenienza economica e boicottaggio del ‘nemico’, può essere labile, sia i fanatici estremisti che pensano di cambiare il mondo e difendere la ‘civiltà’ dei Noi ( la civiltà è sempre la propria, lo dica Breivik o Bin Laden, ovviamente con le dovute differenze di scala organizzativa), sia i cittadini amanti della legge che si limitano a sventolare bandiere e vestire abiti nazionali i giorni comandati, e a parlar male del governo corrotto, fautore del Grande Stato, che tassa i meno abbienti a favore dei ricchi, con gli amici di uguale sentire. In Italia molti di questi ultimi si annidano nell’antipolitica e in parecchi partiti ‘progressisti’ e sarebbero dolorosamente stupiti e offesi nel sapere di poter essere considerati ‘fascisti’.

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