Antropologia e business III: il mercante e il Dragone

Una locandina del Centro Estero Veneto mi fa nascere alcune riflessioni sulle possibilità formative/applicative per gli antropologi culturali interessati alle aziende, al business e al rapporto tra cultura, economia e globalizzazione.

Si tratta di una serie di quattro incontri per aziende che vogliano impostare una strategia di business in Cina. Le informazioni disponibili sono molto interessanti da una prospettiva di business anthropology (uso l’accezione inglese non per snobismo o amore per l’anglismo, ma solo perchè il termine “business” riassume molto meglio di qualsiasi parola italiana – affari è riduttivo, aziendale è parziale, economico è troppo generico – di cosa si occupi questa branca dell’antropologia culturale).

Ecco la locandina:

E’ difficile immaginare una situazione che coincida, più di questa, con un contesto di business anthropology. Perchè? Perchè ci sono le tre componenti fondamentali di questo approccio: peculiarità culturali e comportamentali da comprendere, punto di vista manageriale, prospettiva economica rilevante.

Le aziende hanno bisogno vitale di questo tipo di informazioni, che integrino le tre sfere in modo creativo ed efficace per raggiungere obiettivi aziendali, che non sono solo la crescita economica, ma anche la formazione delle risorse umane per poter operare nel nuovo contesto cinese, l’allestimento di una logistica efficiente, la messa a punto di prodotti innovativi, l’apertura di canali di comunicazione tra Italia e Cina. E’ solo con queste informazioni che un’azienda riesce a ponderare rischi e opportunità dell’entrata nel mercato cinese, preparandosi al meglio per monitorare i primi e sviluppare le seconde.

Come è normale, nella locandina non viene mai citata l’antropologia culturale. L’evento nasce in collaborazione tra tre dipartimenti dell’Università di Venezia (Economia, Management e Studi sull’Asia): probabilmente qualche docente universitario terrà la sua “lezione”, trasferendo informazioni aggiornate e dettagliate alla platea.

Alcune semplici riflessioni.

1) avere tre esperti che parlano del proprio dominio di conoscenze non equivale a lavorare sull’interazione tra le tre variabili, tentativo che potrebbe fare un business anthropologist esperto di Cina. Alle imprese interessa sapere come le tre variabili interagiscono nella quotidianità del lavoro con i cinesi in Cina, non avere istantanee separate dei tre dominii

2) a questi incontri può andare un responsabile commercio estero, un imprenditore, al massimo un paio di persone per azienda…e gli altri? La strategia aziendale prevede formazione ad un gruppo di persone che andranno a operare in quel mercato: nel caso di richiesta di fare formazione in azienda, che la eroga? I tre esperti insieme? Con quali costi e tempi? Un business anthropologist potrebbe tarare e condurre, azienda per azienda, un training alla squadra commerciale che segua i temi proposti in queste quattro giornate

3) oltre ad essere potenziali opportunità lavorative per i futuri antropologi interessati all’internazionalizzazione di aziende, queste tipologie di incontri sono utili momenti formativi per l’antropologo stesso. Permettono di acquisire informazioni specialistiche e di integrarle in una prospettiva antropologica che ne enfatizzi le interazioni. Inoltre, essendo platee formate da aziende, per un antropologo sarebbe una sorta di “osservazione partecipante” per comprendere meglio difficoltà, potenzialità, criticità e punti di forza di quei sistemi culturali innovativi, fragili e vulnerabili che sono le piccole-medie aziende che si muovo nei mercati globali.

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2 Responses to “Antropologia e business III: il mercante e il Dragone”

  • flavia scrive:

    Alcune considerazioni legate alla mia esperienza in questo campo nata sia in base alla mia professione di insegnante di istituti tecnici, sia per altri motivi (inconfessabili, ovviamente!). Questi convegni NON sono fatti per dare informazioni agli addetti, ma per distribuire fondi a pioggia all’organizzazione che promuove gli stessi e ai relatori. L’organizzazione referente ottiene un finanziamento, il finanziamento è sovrastimato e il denaro resta a bilancio e viene svincolato successivamente, grazie ad apposite “conoscenze”, per altri scopi non necassariamente illeciti. Molti ITIS fanno corsi di questo tipo e i fondi in eccesso, vincolati, vengono, dopo molti anni, svincolati dal ministero (grazie a un santo in cielo, ovviamente) per comprare apparecchiatire, mobilia o per lavori di messa in sicurezza. Niente di male solo che il coso non è fatto per i fruitori, ma come fonte di reddito per gli organizzatori.
    Lo stesso vale per i relatori. Avere una fonte di reddito esterna, ovvero avere finanziamento dà potere nell’accademia e fa fare carriera. Non occorre dire di più.
    I frequentanti il corso sono in genere beniamini (eufemismo) delle ditte (o istituti partecipanti) e quasi mai sono quelli che poi relmente lavorano sul campo. In genere sono amministrativi e dirigenti, quasi mai i commerciali (quelli che poi vanno in Cina o negli altri paesi a trattare con i funzionari gorvernativi o gli imprenditori locali.). Quasi mai i partecipanti selezionati, rientrati sul posto di lavoro, trasmettono le conoscenze acquisite agli altri. Questo avviene per vari motivi di cui il principale è il potere/carriera, segue l’ignavia e il desiderio di non fare figuracce dimostrando a tutti di non aver capito niente, e ultimo il disinteresse di quelli rimasti a casa che non vedono motivo di perdere tempo ascoltando “quel cretino leccaculo”.
    Nella mia esperienza l’operatore sul campo è un “fai da te” che deve deve scoprire la “façon du pays” da solo (talvolta rischiando la pelle, come in certi paesi islamici o africani) e usualmente contro le bizze delle ambasciate italiane che hanno una loro consolidata rete di “contatti” e che temono di essere scavalcate. Se hanno il sospetto che sia il caso, boicottano alla grande. Se tuttavia l’operatore sul campo, il commerciale, è fortunato, può usare le sue amicizie private. Ricordo che un mio amico doveva tenere una conferenza di management in Vietnam (allora appena liberato dalle sanzioni USA), allo scopo di aprire il mercato. Non sapendo che fare (le sue competenze linguistiche anche in italiano erano scarsine), mi chiese di scrivere la relazione. Alla mia domanda sul target della stessa la risposta fu “boh!”. La relazione doveva spiegare la “filosofia aziendale” e fare proposte introduttorie a un finanziamento congiunto FMI-BM. Ovviamente la ditta non aveva alcune filosofia aziendale, o meglio aveva quelle cazzate che in Italia passano sotto il nome di qualità, ma che all’estero sono solo chiacchere e carta patinata, nulla che titillasse il target. Mi dissero di inventarmi io la “mission” e tutto il resto, e anche la base della proposta commerciale, ovvero perchè dovevano compare quelle cose e propio da loro. Per fortuna del mio amico io sono sempre stata una fanatica del Vietnam e una ghost writer veloce e precisa. Alla fine il mio amico lesse la relazione ad Hanoi al convegno. La relazione piacque tanto che fu utilizzata dal governo per ottenere il finanziamento da BM e FMI e il mio amico si fece pure un’ora di intervista alla TV vietnamita. Il contratto fu firmato.
    Come si vede nessun corso di formazione, né antropologi (se formati dalle università italiane, apriti cielo, sempre in base alle esperienze personali) nè altro supporto.
    E così vogliamo conquistare i mercati ?!

  • Davide scrive:

    Questi momenti di formazione sono sicuramente più formali che sostanziali e hanno moltissime criticità, che in gran parte sottolinei nel tuo opportuno commento. Una enorme criticità è che chi insegna spesso non ha alba alcuna (ma proprio alcuna) di cosa serve realmente sapere a chi dovrebbe imprarare. Non dico le cose pratiche (quelle se le fa chi fa la pratica) ma nemmeno le teoriche! Il management interculturale (ambito astruso, vago e oscuro almeno tanto quanto l’antropologia) è sulla cresta dell’onda da molto tempo per un semplice motivo: le aziende hanno bisogno di internazionalizzare. Appena si mette il naso fuori da casa propria per fare tutte queste cose che richiedono un’organizzazione efficiente ci si rende subito conto dei propri limiti relazionali, comunicativi e di leadership. Anche l’impresa è un costrutto culturale. L’Italia, paese esportatore per definizione, è al medioevo in quanto a formazione manageriale all’internazionalizzazione. Con il post segnalavo un bisogno, questo bisogno. Ma la risposta è sempre all’italiana: chiamo due tre speaker, una sessioncina ognuno, presento una ricerca, e bon. Formalmente tutti contenti. Sostanzialmente un passo indietro, perchè il corso l’ho fatto ma, non avendo imparato niente di utile, adesso cosa faccio? Come puoi vedere ho scritto “business anthropologist del futuro”….per il presente niente di valido all’orizzonte, ma ci arriveremo, se vogliamo sopravvivere. Tu pensa che molti manager italiani, anche di buon livello, nemmeno parlano un inglese decente…come pretendere sensibilità e competenze antropologiche orientate al business? Al massimo ci si legge la guida Culture Shock del paese di destinazione per scoprire curiosità, modi di fare, accortezze in un volumetto tipo bignami…e via.
    La strada è il “fai da te”, certo. Vado, mi faccio la gavetta, e dopo 10 anni posso dirmi “esperto”. Ma è efficiente? che rischi comporta? A livello di security mandare agenti e forze comemrciali in paesi esteri, anche pericolosi, senza formazioni adeguate, a che rischi sottopone l’azienda a livello di responsabilità dei titolari e a livello di business continuity? La Cina si sta rivelando un Vietnam per molte imprese occidentali. Attratti da un mercato potenziale infinito, ci andiamo animati di buon spirito e pensiamo che basti abbozzare un inchino per iniziare bene una trattativa…spargimento di sangue. Il problema è che se non si implementa un piano formativo realistico e concreto per formare i manager all’interculturalità del business sarà difficile, in un mondo iperglobalizzato, che la nostra economia riprenda a crescere nel medio periodo…ne parlavano giusto ieri in Parlamento…staremo a vendere.

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