Antropologia nella torre d’avorio

Nel comunicato stampa di presentazione al pubblico di Antrocom Onlus sez. Veneto compare l’espressione “torre d’avorio” nel contesto semantico di un luogo da cui uscire. Mi capita di ripensare a ciò che ho scritto e scoprire diversi significati che non erano presenti durante la creazione del pezzo. Alcuni spunti sulla questione.

E’ interessante dal punto di vista della possibilità divulgativa dell’antropologia, della comunicazione scientifica, di power/knowledge, di una antropologia della conoscenza, delle condizioni simboliche di produzione di ciò che riteniamo “conoscenza”.

Per torre d’avorio mi pare si possa intendere: guardare il mondo dall’alto, da una torre, cioè da una posizione sopraelevata cioè che permette di esercitare potere, soprattutto il potere di vedere senza essere visti, e quello di cogliere l’insieme delle cose piuttosto che una parte (fondamento dell’olismo). L’altezza pone al riparo dai brusii che provengono dai luoghi bassi, notoriamente brulicanti e rumorosi. In alto c’è aria più buona che non ristagna. C’è più cielo e c’è più contatto con il Logos. Elogio della verticalità, della distanza e del silenzio. Simbolo di interiorità, di lavoro in profondità, di pace, di contemplazione.

Inoltre, la torre è pure d’avorio, cioè preziosa e protettiva, resistente e bella. Cosa si vuole di più? Ma soprattutto, una volta che si è riusciti ad accedere a tale torre, chi ce lo fa fare di voler cambiare?

Torre d’avorio ha spesso significati dispregiativi in riferimento a una scelta che metta in posizione distaccata e distante dalla realtà delle cose, dai problemi del mondo e dalle condivisioni con i propri simili della buona e della cattiva sorte del vivere. Qualcosa che protegge quindi. Si trova in contesti d’uso collegati all’università, soprattutto riguardo certe modalità produttive e atteggiamenti comunicativi della conoscenza .

Ma non solo. Una “torre d’avorio” dell’antropologia era anche il luogo dove erano presenti le poltrone dei primi armchair anthropologist che senza aver mai compiuto un viaggio che li calasse nella realtà nuda e cruda dell’incontro-con-l’altro, si dilettavano nel teorizzare sull’umano seduti comodamente davanti ad un tè. Ritorna qui la distanza tra il contesto in cui si produce conoscenza e il contesto che è oggetto (e può subire) di quella stessa conoscenza.

Pensare e creare conoscenza richiede alcune caratteristiche della torre d’avorio, certo. Tranquillità, almeno momentaneo distaccamento dalle questioni pratiche dell’esistenza, ma anche da quelle sociali e del proprio momento storico. Si parla di torre d’avorio anche per la scelta dei problemi affrontati, che possono essere palesemente inutili o banali non solo dal punto di vista pratico, ma proprio dal punto di vista teorico.

Insomma, a mio parere la questione della “torre d’avorio” va approfondita perchè può riservare interessanti spunti per un’analisi critica del rapporto fra conoscenza e potere nelle nostre società, dei flussi di conoscenza, oltre che alla condizione e genesi degli intellettuali, siano essi organici, disorganici, impegnati, ritirati, presunti, autosupponentesi o proprio inconsistenti.

E’ necessaria la torre d’avorio? Può cedere qualcosa alla prospettiva popular senza perdere qualità? E senza perdere credibilità? Anzi, può acquistarne uscendo nell’agorà? Quale problemi comporta questo? Può la conoscenza della Torre contaminarsi con quella popolare oppure la distanza è condizione necessaria per la sua stessa sopravvivenza?

Be Sociable, Share!
Share this Post:
Digg Google Bookmarks reddit Mixx StumbleUpon Technorati Yahoo! Buzz DesignFloat Delicious BlinkList Furl

3 Responses to “Antropologia nella torre d’avorio”

  • sandra scrive:

    Eccellente riflessione, che mi fa pensare al paginone del Corriere sull’università italiana, un quadro pietoso. Di qui alla torre con dentro la principessa, ma quella del film I fratelli Grimm, con la Monica Bellucci strega orrenda e vecchissima in realtà, il passo è breve. Poi naturalmente c’è il faro come metafora. Il faro di cultura verrebbe alla mente, se non che questa mente balzana mi fa poppare fuori il ricordo dei pirati della Cornovaglia, e immagino di posti simili, che usavano segnalare la costa sicura con luci, per far naufragare le navi sulle rocce e poi depredarle. Quanti studenti sono naufragati sulle rocce accademiche? a giudicare dal succitato articolo, un’enormità.

  • flavia scrive:

    Il concetto della “torre d’avorio” (TdA) fa scoccare in me due scintille, una è legata alla teoria della relatività. – Nella teoria della relatività ristretta, spazio e tempo non sono assoluti. Per un osservatore, che si muove ad una data velocità, gli effetti relativistici equivalgono ad una rotazione dello spaziotempo: osservatori con diverse velocità avranno diverse misurazioni su dove si trovano l’un l’altro nello spazio e/o nel tempo. Si perde quindi la simultaneità degli eventi. Ovvero la simultaneità di due eventi distanti risulta essere legata allo stato di moto dell’osservatore di tali eventi, e non più assoluta. Da cui deriva la contrazione delle lunghezze nello spazio tempo. – Ora mi sembra che la “torre d’avorio” accademica sia un osservatore che si muove a velocità diversa da un altro osservatore, per esempio l’oggetto studiato che a sua volta osserva lo studioso, e questa velocità diversa fa perdere la simultaneità degli eventi. Mi verrebbe da dire che l’osservatore a si trova ad anni luce (unità spaziotemporale) di distanza spaziotemporale dall’osservatore TdA ed è per questo che le analisi e i suggerimenti TdA sembrano come si dice volgarmente “fuori dal mondo” e forse lo sono essendo l’oggetto della loro osservazione, l’osservatore/osservato in movinmento.
    L’altra scintilla è che il termine “torre d’avorio” è molto politically scorrect essendo l’avorio un materiale bandito in base al CITES e gli animali che lo forniscono iperprotetti!! Dobbiamo bandire il termine TdA!!! Meglio TdM!!! indovinare M per cosa sta!

  • Nicolo' scrive:

    Uscire dalla torre d’avorio direi che è l’unica soluzione per un motivo anche sciocco: non possiamo stare tutti dentro. Ma c’è una potenzialità pressoché infinita nell’uscirne, dalla creazione di una cassetta degli attrezzi applicati in antropologia (che attualmente non esiste), ad un approccio “politico” alle questioni antropologiche che irrompono nelle nostre società cosiddette occidentali che sembravano imperturbabili e indifferenti alla diversità fino a poco tempo fa (Sartre avrebbe parlato di “sporcarsi le mani” a proposito di questo), al coraggio e all’emozione di evitare le implosioni che flussi incontrollati di valori e immaginari simbolici potrebbero causare. Un compito immane, am non sono queste le sfide del futuro?

  • Leave a Reply:

    Name (required):
    Mail (will not be published) (required):
    Website:
    Comment (required):
    XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>