L’Antropologo professionista? Un “lavoratore della conoscenza”

Utilizzare l’antropologia culturale applicata per fornire servizi di ricerca/consulenza/progettazione a diverse realtà inserisce di diritto l’antropologo professionista in quella categoria definita dei “lavoratori della conoscenza“. Pensiamoci: raro che un antropologo applicato coltivi la terra (agricoltura), trasformi materia (artigianato), programmi e controlli macchine (industria). Di solito, qualsiasi sia l’ambito di applicazione, registra informazioni, le analizza, le organizza, le integra, le restituisce rinnovate, innovate, più efficienti da usare e più utili sottoforma di indicazioni operative. In altre parole, ciò che un antropologo utilizza per lavorare sono informazioni. Meglio, sono informazioni organizzate riferite a oggetti, fatti, persone, contesti, cioè conoscenza.

Un antropologo culturale ha gli strumenti per decodificare, ad esempio, gli aspetti ideativi e pratici di una certa cultura aziendale (o organizzativa), il modo in cui essa contribuisce a coordinare i comportamenti delle persone, a generare e sostenere dinamiche di gruppo, a permettere o limitare determinati processi di sviluppo. Fatto questo, può organizzare delle sessioni di lavoro per contribuire alla ridefinizione di contenuti e atteggiamenti, in vista di un obiettivo condiviso. Infine, può sostenere una negoziazione compiuta tra i vari agenti del nuovo assetto generato, promuovendo un salto qualitativo nell’esperienza quotidiana di chi utilizza concretamente, ad esempio nel lavoro, i nuovi elementi appresi dalle persone con cui si ha lavorato. Si può parlare, in caso di un riadattamento di una cultura aziendale (corporate culture) verso un assetto più funzionale, di innovazione culturale ottenuta attraverso un processo di knowledge management (KM).

Sia chiaro che questo modo di procedere è tipico dell’attività antropologica generale: anche condurre un’etnografia in Papua Nuova Guinea è un processo di knowledge management. Così come lo è lavorare all’interno di una impresa che intenda attivare processi di innovazione tipo 2.0. L’antropologo è quindi un lavoratore della conoscenza perchè riceve essa in input e la restituisce, riorganizzata e arricchita secondo diversi negoziati con l’ambiente.

Non che l’etichetta di “lavoratore della conoscenza” sia di particolare tutela. Nonostante ciò, può essere importante collocarsi con consapevolezza in quello che è un settore dove l’antropologia applicata ha delle potenzialità che derivano dall’intera storia della disciplina: entrare in sistemi di conoscenza “altri” non è fin dall’inizio l’obiettivo dell’antropologia culturale, e la passione degli antropologi?

Cominciare riflettendo sulla prospettiva di “cultura come conoscenza” può portare gli antropologi professionisti a trovare strumenti più pratici e concreti per il proprio analizzare e progettare interventi, integrando delle prospettive molto utili, ma non diffuse nel settore antropologico accademico tradizionale, come il KM, l’antropologia cognitiva e gli studi sull’organizzazione umana mediata da tecnologie.

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