La memoria nel paesaggio: motte e tradizioni orali.

A Sandrigo, in provincia di Vicenza, una mostra didattica sulla Motta del Diavolo e le motte venete, organizzata da Archeosestante con la collaborazione di Antrocom Veneto.
venerdì 29 aprile alle ore 10,00 inaugurazione della mostra storico-archeologica sulle Motte in Veneto presso l’Oratorio Trissino in piazza Garibaldi;
mercoledì 4 maggio alle ore 20,45 conferenza sulla Motta del Diavolo presso la sala della Biblioteca Comunale. Interverranno lo scrittore Nicola Bergamo e gli archeologi Simone Pedron e Simone Deola.
Guardando un paesaggio veneto possiamo constatare come, in un territorio fittamente popolato di abitazioni e zone industriali, si nasconda l’ossatura dell’ urbanizzazione operata dalla Serenissima Repubblica di Venezia. La civiltà romana ha donato al nostro territorio un assetto viario ed urbanistico
ancora rintracciabile e ricostruibile nelle linee principali (cardini e decumani) e in quelle secondarie. Altri domini ed amministrazioni ci hanno lasciato qualche toponimo, qualche edificio, come le “guizze” e le “sale” di longobarda memoria o i castelli medievali. Ma in mezzo a tutto questo sorgono montagnole di terra che si sono salvate dai cambiamenti anche radicali del paesaggio e che ci rimandano ai veneti prima dei paleo veneti, i discendenti dell’Età del Ferro che hanno goduto di un rinnovato interesse e di una discreta esposizione museale. E’ solo da poco che cultori della storia locale e appassionati di archeologia hanno cominciato ad avere consapevolezza dell’importanza di queste strutture del paesaggio e a sensibilizzare la popolazione per evitarne la distruzione. E’ grazie a loro che un gruppetto di antropologi e archeologi hanno cominciato ad avere un’idea della struttura del paesaggio veneto all’epoca dei costruttori delle motte, queste montagnole che ci hanno regalato molti toponimi. In nome dell’antropologia e dell’archeologia pubblica.

Le Culture dei costruttori di motte nel Veneto dell’Età del Bronzo creano un paesaggio composto da comunità decentrate, connesse da tratti culturali comuni che passavano attraverso le estesissime vie commerciali, sostenute da alleanze e matrimoni, legate al culto degli antenati-eroi. Con il passare dei secoli tumuli si accumularono a tumuli, migliaia di essi, una geografia funebre che legittimava il potere dei discendenti viventi. Oggi solo pochi tumuli sopravvivono in Europa, in confronto allo splendore di un tempo, ma antiche saghe e leggende sono riuscite a sopravvivere e ci danno un’idea della loro vita e delle loro idee. Molti punteggiano il Veneto, le motte”, custodi della memoria di eroi dimenticati del nostro passato.
L’antropologia e l’etnostoria ci mostrano come tradizioni orali e oggetti dal forte valore simbolico possiedono un impatto sociale e religioso molto più incisivo di quanto possiamo immaginare, grazie a delle caratteristiche performative che fanno sì che gli elementi strutturali si conservino immutati per migliaia di anni, anche se mutano i dettagli e il narratore non ha più consapevolezza del vero significato. E’ il caso delle storie sulle motte, la cui presenza è spiegata in modo diverso, ma che conservano le stesse caratteristiche strutturali. Queste sono le spiegazioni più comuni, secondo cui le motte sono:
1. Opera di un conte/proprietario terriero;
2. Nascondiglio della “graspa d’oro”, “bastone del vescovo”, qualche tesoro antico;
3. Una ghiacciaia;
4. Una sepoltura improvvisata durante le guerre;
5. Luoghi di incontro delle streghe;
6. Un corno del diavolo.
Come si vede gli elementi strutturali sono :
1. la presenza di un personaggio aristocratico o altolocato (conte, possidente terriero, vescovo) terreno cui si possono aggiungere potenti personaggi legati al soprannaturale, le streghe o il diavolo.
2. Il rapporto con la morte e l’aldilà (sepoltura, streghe e diavolo) e il freddo (ghiacciaia) della tomba.
3. Una connessione tra fama (opera di un nobile) e guerra (sepolture di guerrieri – secondo una versione ‘aggiornata’ soldati tedeschi o partigiani) e banchetti (‘graspa’ d’oro, cioè un rampino per afferrare la carne dal calderone durante i banchetti guerrieri).
4. L’idea che il luogo sia cavo (tomba, ghiacciaia, nascondiglio, corno) e che
5. contenga qualcosa di prezioso e carico di potere, dato dal simbolo del re-sacerdote (bastone del vescovo, corno del diavolo,‘graspa’ d’oro), dall’antichità (tesoro) o comunque ambito (la ghiacciaia di una villa veneta in cui sono conservati alimenti e vini in abbondanza). E’ anche connesso all’uso di deporre oggetti preziosi in ripostigli sottoterra o di affondarli in torbiere e fiumi, tutti luoghi legati all’Aldilà.
6. Simboli di potere: bastone del vescovo e corno del diavolo. Vediamoli:
A) Il bastone del vescovo è detto anche pastorale o vincastro. Il vincastro è un ramo di salice da vimini utilizzato principalmente dal pastore per guidare il gregge, ma anche per allontanare dalle pecore animali come cani randagi o lupi. Il vincastro è stato assunto dalla religione cristiana come simbolo di guida spirituale del popolo di Dio nella metafora del pastore e del gregge. Il pastorale spesso mostra due serpenti che si guardano o la terminazione della parte curva a testa di serpente. In molte tradizioni compaiono i serpenti, simbolo di morte, resurrezione, cura delle malattie e vita eterna, insieme a un bastone o un albero. Talvolta l’Albero della Vita è rappresentato come un bastone sciamanico, come il Caduceo di Ermes, la Verga di Asclepio e il Bastone di Mosè. Ma il bastone è anche il simbolo della regalità, in particolare lo scettro, che nella forma più antica era chiamato ‘asta’ di lancia che, come bastone del messaggero, legittimava il messaggio, e come scettro legittimava la volontà divina.
B) Il corno del diavolo: le corna di toro sono simbolo divino in un’area vastissima. I Divini Gemelli appaiono come cavalli, ma anche tori che trainano il carro/barca della dea solare loro sorella (poi Aurora/Persefone). Ma le corna sono anche il simbolo del signore degli dei protoindoeuropeo e della dea protoindoeuropea dell’oltretomba Vacca Bianca (Demetra greca e Boand irlandese), a cui sono associati i serpenti. Nel mito proto-indoeuropeo la dea solare è rapita dal drago, che abita una caverna sotterranea, e poi liberata da un eroe; drago e diavolo sono associati nella tradizione cristiana. Un tipico simbolo ittita della divinità, il cappello a punta con corna bovine, che avrà lunga vita come cappello da mago o da strega fino ai nostri giorni, assomiglia a un unico corno. E spesso la motta assomiglia al cappello a punta.
7. Motta contenente metallo prezioso (graspa d’oro, tesoro, pastorale d’oro o d’argento) che, essendo nascosto al suo interno, è collegato sia all’idea di miniera e del metallo prezioso dal colore solare (rame, bronzo, oro), sia alle divinità del sottosuolo e dell’oltretomba che in generale lo custodiscono (tesoro anche sotto forma di ripostiglio e deposizione funebre). Non è un caso che nelle aree minerarie, dalla Germania al Galles, alla Bolivia si venerano e si temono spiriti che con il Cristianesimo hanno assunto le fattezze del diavolo, delle streghe e altre creature temibili.
8. Simbolo sessuale e fertilità: bastone e corno come potenza virile. Secondo una concezione comune ai popoli indoeuropei il re sacro è l’autore e il garante della prosperità del suo popolo per mare e per terra, della fecondità delle donne e della disfatta dei nemici. Se questa prosperità era in grave pericolo il re, debole o vecchio, poteva venir sacrificato come racconta Frazer nel suo Ramo d’Oro.

Concludendo, vediamo come le tradizioni orali conservano in modo notevole l’idea che la motta sia un elemento del paesaggio sacro connesso alle antiche cosmologie del’Età del Bronzo e preservano ottimamente il complesso culturale che lega la sepoltura eroica che la motta custodirebbe con l’abbondanza dei beni e la fertilità della terra e dei suoi abitanti.
Bibliografia
Benveniste, E. 1976. Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee. Torino: Einaudi PBE.
Earle, T., Kristiansen, K. 2010. Organizing Bronze Age Societies. The Mediterranean, Central Europe, and Scandinavia Compared. Cambridge: Cambridge University Press.
Fortson, B. W. 2004. Indo-European Language and Culture: An Introduction. Oxford: Blackwell.
Frazer J. G. 2006. Il ramo d’oro. Studio sulla magia e sulla religione. Roma: Newton Compton.
Kristiansen, K., Larsson, T.B. 2005. The Rise of Bronze Age Society. Travels, Transmissions and Transformations. Cambridge: Cambridge University Press.
Mallory, J. P., Adams, D. Q. 1997. Encyclopedia of Indo-European Culture. London: Fitzroy Dearborn.
West, M.L. 2007. Indo-European Poetry and Myth. Oxford: Oxford University Press.

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One Response to “La memoria nel paesaggio: motte e tradizioni orali.”

  • Davide scrive:

    Approccio molto denso quello etnoarcheologico. Il paesaggio veneto ha bisogno di essere decodificato e interpretato come un sistema di oggetti e segni che ne rispettino la storicità, in modo da non ritenerlo sempre nient’altro che “una uniforme distesa di capannoni senza soluzione di continuità” come spesso si legge negli scritti di chi guarda i paesaggi in maniera piatta, banale e spesso ideologica. L’antropologia che s’intreccia all’archeologia, la produzione culturale ideale che si interfaccia con quella materiale, permette una prospettiva che ha nell’uomo-che-vive-un-ambiente la propria ragione indagatrice. Non si tralasciano la storia, l’ecologia, i comportamenti, i vincoli che l’ambiente pone all’uomo e le risposte inventive culturali che questo mette in atto per plasmarlo secondo le proprie, mutevoli, possibilità evolutive.
    La motta è uno spazio peculiare che irrompe nell’orizzontalità del paesaggio, attivando simbologie interpretative che sono ben profilate nel post. Sarebbe interessanti proseguire con il lavoro portando dati su altre motte venete, per una comparazione che faccia emergere in maniera sempre più chiara gli elementi strutturali presenti nelle narrazioni storiche.

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