Antropologia ecologica II: cradle to cradle

Alcuni pensatori “ecologici”, antropologi inclusi, sono anti-umani (piccolo esempio). Lo sono nel senso che ritienegono Homo Sapiens Sapiens una specie che sta distruggendo il pianeta alla stregua di un cancro: il peggior animale possibile, autolesionista, perché mette in pericolo il proprio ambiente. Una specie non degna di nessuna fiducia in quanto a capacità concreta di governare, almeno in parte, il proprio sviluppo. Mosso da avidità, hybris, nessuna consapevolezza riguardo alle reali logiche sistemiche e alla loro fragilità, incapacità di pensare in maniera approfondita sul proprio futuro di specie, è sempre più lanciato a folle velocità verso la propria auto-eliminazione. Seppur esposto a modelli ideali che potrebbero farne correggere la rotta (modelli sociali tipo cacciatori-raccoglitori, sistemi di valori più consoni alla Creatura, trasformazione dell’attuale modello economico, disinvestimento nelle tecnoscienze, wilderness diffusa) non pare essere granchè in grado di apprenderli e di trasformarli adeguatamente in uno stile di vita diffuso a livello planetario tale da scongiurare un pericoloso declino ecosistemico irreversibile. In altre parole, l’uomo è un problema e, per essere abitante terreno accettabile, andrebbe radicalmente riformato. Come, attraverso quale processo, raggiungere tale risultato non è chiaro, anche se un progressiva ELIMINAZIONE di valori, comportamenti e idee intrinsecamente nocivi è visto come la via maestra.

Esiste poi un’altra posizione, meno estrema, ma ugualmente consapevole del danno che l’uomo perpetra al pianeta Terra. Homo Sapiens Sapiens ha uno stile di vita che deve essere ottimizzato, che soffre diversi sbilanciamenti nell’ambito del consumo di risorse ambientali, nella costruzione di ambienti urbani poco adatti alle proprie caratteristiche antropologiche, in quanto vulnerabile a stress, inquinamenti di vari tipi, sovraffollamento e conseguenze patologie individuali e sociale che portano ad una realtà sociale precaria, sofferente e di qualità bassa. Secondo questa prospettiva l’umanità dovrebbe attivare programmi di maggior sostenibilità ambientale, di conservazione delle risorse, riducendo progressivamente il proprio impatto sull’ambiente laddove ciò sia possibile pur senza modificare radicalmente il proprio modo di stare al mondo, essendo questo connaturato, in qualche modo, ad Homo Sapiens Sapiens stesso, come dimostrerebbe la propria storia evolutiva. Homo è un grande consumatore di risorse, ma ha anche sviluppato varie ecologie e il pensiero ecosistemico, è un grande creatore di infrastrutture industriali, ma ha anche promosso un aumento del benessere diffuso negli ultimi tre secoli, ha costruito un sistema di mercato che non è sicuramente il migliore in assoluto per gestire risorse scarse, ma è in costante ricerca di sistemi realmente migliori, dopo aver visto il fallimento pratico di quelli che si proponevano teoricamente tali.  C’è una fiducia moderata da parte degli studiosi che seguono questa prospettiva sulle capacità della nostra specie di adattarsi in maniera adeguata all’evoluzione bioculturale in atto e alle sue conseguenze: lo sviluppo tecnoscientifico è sostenuto, l’industrializzazione può continuare, ma la necessità di una importante RIDUZIONE dei comportamenti della specie che impattano negativamente sull’ambiente è visto come la via maestra.

Queste due posizioni parevano, ai miei occhi, esaurire le possibilità all’interno dell’antropologia ecologica. Certo, esiste anche la posizione de “avanti tutta che andiamo benone!”, ma non pare avere la capacità di tenere in considerazione dei dati d’impatto che paiono, al di là dei possibili estremismi interpretativi, ormai innegabili. Homo Sapiens ha dei comportamenti che, se non corretti, possono compromettere seriamente la qualità di vita e la sostenibilità delle generazioni future. Ma COME devono essere corretti?

Nel numero 262 del 3/4/11 di Nòva c’è un articoletto dal titolo “L’industria che ama la terra”. Parla di un certo Michael Braungart, biochimico tedesco nonché ex attivista di Greenpeace che ribalta completamente la soluzione al problema Homo-ambiente:

gli ambientalisti dicono che sarebbe meglio che non ci fossimo. Invece bisogna puntare al contrario, fare in modo che la nostra presenza diventi un guadagno per la Terra: dobbiamo essere utili, non meno dannosi.

Una frase a dir poco rivoluzionaria. Ma come sarebbe possibile un tale esito dato che fino ad oggi sembra che l’Uomo abbia procurato solo ferite al pianeta? Secondo Braungart è necessario inserirsi correttamente nei cicli della natura. In particolare, B. articola il proprio discorso all’interno del paradigma dell’ecologia industriale (qui più tecnico): visto che la nostra civiltà attuale è immersa nell’industrialismo e post-industrialismo è opportuno costruire attorno a questo stato di cose un approccio eco sistemico che possa aprire una via di sviluppo realmente percorribile verso un futuro di sostenibilità senza velare la realtà con una retorica  romantica. Scrive:

In Germania la natura è circonfusa da un’aura romantica e passa per un’entità intrinsecamente positiva, calpestata dall’umanità cattiva. Negli Stati Uniti invece, ma anche in Olanda, la natura è vista con più disincanto: una realtà potente, che ci può distruggere se non ci difendiamo dagli uragani e non costruiamo le dighe per contenere in mare. Mi riconosco di più in una visione di questo tipo. Come chimico, mi rendo conto che in natura si trovano anche i peggiori veleni e le sostanze più inquinanti. Per salvarsi, l’umanità dovrebbe semplicemente capire che queste sostanze vanno evitate.

Ma come può l’uomo diventare utile alla natura? Innanzitutto comprendendoli nei suoi cicli fondamentali, e poi conformandosi ad essa nei processi industriali di progettazione e design, produzione dei prodotti, loro utilizzazione e riutilizzazione. Perché la novità epocale sta tutta qui: progettare nuovi processi industriali che diano vita a prodotti che alla fine del loro ciclo di vita possano essere riprogettati e riutilizzati per un nuovo ciclo: dalla culla-alla-culla (cradle to cradle®) invece dell’attuale processo generalizzato dalla culla-alla-tomba. Questa prospettiva, descritta in maniera comprensibile qui, ha alcune caratteristiche di primo piano: cercare di fare le cose bene subito, invece di voler riparare dopo averle fatte, porre un focus sull’ecosistema industriale che è principale forma dell’antropizzazione attuale e fonte dei disequilibri maggiori, approccio realistico e non idealistico alle questioni, grande attenzione alla costruzione di una rete di aziende ed enti certificatori che si impegnano a realizzare prodotti e processi secondo questo modello, oltre che una sperimentazione estesa che ha portato una intera regione a convertirsi al cradle to cradle, Limburgo (Olanda). La prospettiva è già implementata a livello europeo e coinvolge anche la città di Milano. L’aspetto fondamentale è quello di progettare processi ecologicamente compatibile e ricordarsi che non esistono rifiuti, ma solo materie prima da utilizzare e riutilizzare ciclicamente. In questo caso la via maestra è l’AUMENTO della capacità dell’uomo di progettare e utilizzare materia e energia in sintonia con i cicli naturali.

E questa sarebbe antropologia? Certamente, è antropologia ecologica applicata. Tradizionalmente gli antropologi ecologici/ambientali hanno costruito discorsi attorno a ciò che l’uomo dovrebbe fare per vivere sul pianeta in maniera “ottimale”. L’iniziativa cradle to cradle, dopo una teorizzazione iniziale fondata sulla conoscenza concreta sia dei meccanismo naturali che di quelli progettuali e antropici promuove un’integrazione effettiva fra l’ecosistema naturale e l’ecosistema culturale-progettuale dell’uomo, costruendo una reale interfaccia, concreta e non retorica, tra le dinamiche biologiche e quelle antropiche. Ancora, si tratta di una prospettiva olistica, multidisciplinare, e con ricadute, pur partendo da un ambito industriale, che spaziano dalla costruzione degli ambienti di vita privati alla progettazione delle città, dalla rivoluzione della logistica fino a nuovi scenari per la salute e il benessere umano, alla politica. Infine, il modo in cui Homo Sapiens Sapiens utilizza le materie prime, le ingegnerizza, le trasforma in oggetti e prodotti della nostra quotidianità è un processo eminentemente culturale, in seno al mondo industrializzato, che nasce pertanto dall’interazione fra bisogni umani e possibilità ambientali con la mediazione dei processi cognitivi, significati condivisi e sistemi valoriali incorporati in prodotti e processi. Il cradle to cradle può essere una prospettiva di studio interessante per l’antropologia culturale, in particolare industriale e ecologica, perché realizza nel concreto quel “rispetto per la Creatura” spesso evocato da diversi antropologi senza riuscire mai a osservarlo realizzato, seppur ancora su piccola scala, in pratiche evolute, validate ed estese.

Video: “Cradle to cradle: be good, not less bad”

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One Response to “Antropologia ecologica II: cradle to cradle”

  • giovanni jalla scrive:

    Mi sembra una posizione ragionevolissima quella di voler essere una presenza arricchente sul pianeta. Forse si può coniugare anche al di fuori di un orizzonte industriale, nella ridefinizione stessa, e concreta, di un soggetto al di fuori della modernità che si riappropri dei propri termini, fisiologici e naturalistici, di complessità di specie.
    A proposito vi segnalo il saggio

    “Stato di Grazia, fondamentalismo della modernità”, Ed. Clandestine, 2007

    ed il blog che l’attualizza:
    “La Civiltà del Fottere” su
    giovanni-jalla.blogspot.com

    saluti e complimenti per la vostra impostazione

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