Antropologia della felicità II – Cina

Dopo il già citato Bhutan, apripista pare nel misurare della felicità di Stato, è la volta della Cina, con l’obiettivo di aumentarla. Recente una notizia sull’elaborazione di un “indice della felicità” da integrare nel calcolo del PIL, la svolta concreta “wellness and happiness” compare in alcuni siti web dopo che a 5 funzionari è stato negato la progressione di carriera perché i loro governati, stando ai risultati dell’happiness index, non risultavano sufficientemente felici. Succede nella provincia dell’Henan, la più popolosa e considerata la culla della cultura cinese (secondo Wiki). In altre parole, in Cina l’efficienza dei manager si misura in base al feedback di felicità restituito dai governato. Secondo l’articolo linkato, così parla un membro della scuola di partito del PCC:

To bring happiness into the evaluation system is in line with the social development and is a symbol that China is seeking to explore scientific and sustainable methods of management, especially in its vast rural areas

Mentre il Premier cinese, Wen Jiabao, si esprime così:

We should change the criteria for evaluating officials’ work. The supreme criterion for assessing their performance is whether the people feel happy and satisfied, rather than skyscrapers

Che il comunismo sia una ideologia volta all’ottenimento della felicità terrena è risaputo, di conseguenza la mossa politico-ideologica pare ben giustificata, quasi tardiva. Aver cominciato a misurare, seppur in maniera imperfetta, la felicità dei propri cittadini avrebbe forse permesso alle società comuniste di ottenere performance migliori in tempi più brevi, anzichè milioni di morti e condizioni da fame. Ma ciò non risolve la perplessità, e amplia l’incongruenza: me la felicità in Terra doveva emergere naturalmente grazie all’organizzazione comunista (fanno ancora bella mostra i Piani Quinquennali)? e non tanto in seguito all’incentivo ai consumi privati alla ricerca del benessere: “leggera” contraddizione che porta Repubblicata a titolare “Partito consumista cinese”. Ma tant’è. Misteri della socialist market economy.

Ciò che è interessante, inoltre, sono le basi filosofiche ti tale mossa. Se la felicità, il buon demone, l’edonismo, sono tradizioni della filosofia occidentale, su cosa possono contare in Cina per dare fondamento alla speculazione sull’argomento? Su una grande tradizione, come si sa.

Per un approccio sintetico e comparato su alcune tradizioni di pensiero cinese in tema di felicità e buona vita si può vedere qui.

Poi c’è anche un altro aspetto interessante, quello della macchina formativa occidentale che esporta i propri programmi per costruire l’Uomo Felice. Se la politica cinese sdogana il concetto, i formatori americani sono i primi ad arrivare, armati dell’ultimo ritrovato, la Positive Psychology. Recente la prima conferenza a Pechino, conta un’associazione che sta diventando potentissima.

Ecco che un concetto, che incarna l’aspirazione umana per eccellenza, passando per la politica di un sistema autoritario, diventa un servizio che attiva un business. E la catena si chiude. Buona felicità a tutti, con Piano Quinquennale o senza.

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One Response to “Antropologia della felicità II – Cina”

  • Davide scrive:

    Alcuni spunti sociologici sulla prospettiva cinese alla felicità si trovano nell’ottimo blog per mano di Gian Paolo Prandstraller:
    http://generazionepropro.corriere.it/2011/03/se_i_cinesi_scommettono_sulla.html

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