Etnografia storico-economica dei distretti industriali. Il caso Brianza.

Questo post tratta di distretti industriali visti dal punto di vista dell’antropologia economica. Lo fa tramite una recensione commentata dell’importante  volume di Simone Ghezzi (MA, PhD) “Etnografia storica dell’imprenditorialità in Brianza. Antropologia di un’economia regionale” pubblicato nel 2007.

Il testo nasce con l’obiettivo di sviluppare una prospettiva etnografico-antropologica che affronti criticamente il processo di formazione delle precondizioni culturali necessarie alla genesi di una economia locale con le caratteristiche di un distretto industriale.

L’indagine antropologica at home svolta nel distretto della Brianza monzese punta a sviscerare l’articolazione di queste variabili da una prospettiva storica: si va quindi a mostrare quai evoluzioni si siano avute all’interno della famiglia agricola, nei rapporti di potere, nell’integrazione dell’economia agricola con una imprenditoriale del legno e della meccanica, fino ad analizzare variabili fondamentali come la reputazione, il sistema della produzione familiare e l’intera organizzazione distrettuale nella sua relazione, sempre non scontata, con l’economia del sistema-mondo. Inoltre, si vuole andare ad evidenziare quali elementi storici e sociali abbiano fatto sì che l’evoluzione dei quei specifici territori seguisse delle peculiari traiettorie verso un’organizzazione capitalistica di produzione, mostrando delle differenze rispetto ad altre zone d’Italia e portando a dire che la forma di produzione capitalistica, nonostante sia ritenuta omologatrice di tutto ciò che incontra, mostra invece di penetrare e riarticolare culture e pratiche del lavoro che conferiscono al capitalismo stesso alcuni tratti simili, ma anche altri profondamente diversi, a secondo degli specifici contesti dove di sviluppa.

  • L’inizio: malattie, sfruttamento e una falsa soluzione

Attorno al 1800, un insieme di fattori decretavano la zona della Brianza come una delle più povere della Lombardia. Terre poco fertili, pellagra endemica, e feroce sfruttamento dei proprietari terrieri sono i tre cardini attorno ai quali si snodava la quotidianità dei contadini e delle loro numerose famiglie. Dal punti di vista della proprietà e del potere di disporre la lavorazione dei terreni troviamo due attori principali: la Chiesa e le famiglie dell’aristocrazia lombrada che, residenti a Milano gran parte dell’anno, delegavano la gestione dei possedimenti a uomini di fiducia. I contadini, abitanti delle numerose cascine di proprietà dell’aristocratico, regolavano i loro rapporti con i proprietari terrieri con i contratti di mezzadria, evolutisi poi nei coseddetti “rapporti parziari”. Dal punto di vista antropologico, l’analisi sociale e politica di tali contratti, che danno luogo a specifici rapporti e relazioni, sono da considerarsi la fonte principale di analisi volte a chiarire l’origine dell’atteggiamento verso il lavoro e la ragion d’essere delle successive evoluzioni economiche e sociali della zona.

La famiglia mezzadrile era patriarcale e organizzata attorno all’uomo più anziano detto reggitore o, dialettalmente, capoccia o reggiù. Poteva essere composta da più coppie e anche da membri affini, essendo la sua estensione direttamente collegata all’ampiezza del terreno per il quale si poteva essere chiamati a lavorare con un contratto di mezzadria firmato tra il capo-famiglia e il padrone, o fattore (suo delegato). I contadini offrivano la forza lavoro e una parte dei mezzi di produzione, il padrone rendeva disponibile il proprio appezzamento di terra. In cambio, la famiglia mezzadrile riceveva i prodotti sufficienti per la sussistenza, mentre tutto il rimanente, il plus-valore, era dato al proprietario terriero che lo immetteva nei mercati e lo trasformava in moneta.

Conclude Ghezzi:

la mezzadria in Brianza fu dunque un sistema strutturato (qui inteso come “caratterizzato da un modello riconoscibile”) fondato su un potere molto asimmetrico che in certe situazioni poteva accostarsi per analogia al patronaggio […] in cui gli obblighi economici e sociali e al senso di lealtà del gruppo domestico si contrapponeva l’impegno di protezione e di aiuto nelle situazioni di emergenza da parte del proprietario. L’autorità di stampo paternalistico che emanava dal suo ruolo sociale, coadiuvata dal prestigio e della propria reputazione, costituivano le basi su cui si fondava il rapporto tra proprietario e famiglie mezzadrili […].

Le successive modificazioni dei contratti di mezzadria verso i contratti colonici parziari e la frammentazione delle proprietà terriere non hanno comunque cambiato la questione di fondo: l’estrema povertà e subalternità dei contadini lombardi pur essendo l’attiva forza lavoro al centro di un mercato ricco completamente regolato dai proprietari terrieri. Le famiglie contadine, infatti, seppur in possesso di forza lavoro e mezzi di produzione, non riuscivano mai a farsi attori centrali esercitanti un controllo sulla distruzione dei prodotti del loro lavoro, essendo i patti agrari stipulati sempre a favore del proprietario terriero. L’impossibilità di uscire dalla loro condizione subalterna aveva due possibili soluzioni: l’emigrazione, poco praticata nella zona, oppure l’esercizio di un secondo lavoro che garantisse una ulteriore fonte di reddito. Numerose famiglie affincarono all’agricoltura un’attività nel settore della manifattura della seta. Questa in realtà non si dimostrò una soluzione, perché incapparono nuovamente in rapporti di produzione subalterni e di pesante sfruttamento.

  • Proto-industrializzazione

La produzione di un surplus agricolo destinato ai mercati nazionali e europei è la prima forza motrice di un modo di produzione capitalistico. A fianco dell’accumulazione di cereali destinati alla vendita vivevano famiglie di contadini in precarie condizioni di salute, malnutrite e sfruttate. Occorre però distinguere i vari contesti che hanno dati vita a diversi capitalismi regionali e locali aventi specifiche peculiarità legate al territorio e al momento storico durante il quale hanno inizio. Nella Brianza, ad esempio, vigeva lo sfruttamento mezzadrile come descritto, e i braccianti salariati erano pochi e le terre molto frammentate per far posto a nuclei più piccoli. In pianura padana la situazione era diversa: grandi appezzamenti di terreno, mezzadria sostituita da contratti di affitto in denaro per produzioni fortemente orientate ai mercati, molti braccianti salariati. Nel centro Italia, produzione orientata ai mercati ma con contratti di mezzadria, che si prolungarono per una parte del 1900. Tre aree geografiche, tre sistemi sociali e culturali, tre diversi rapporti di produzioni danno vita a penetrazioni delle forme capitalistiche diverse tra loro.

Come già accennato in precedenza, l’affiancare attività lavorativa nella manifattura a quella agricola è una soluzione praticata da molte famiglie di mazzadri per limitare l’impatto della povertà. La diffusione e lo sviluppo di queste prime manifatture industriali rurali è chiamata proto-industrializzazione regionale. La disoccupazione stagionale del mezzadro è la chiave di volta per lo sviluppo industriale, perché prestando la propria opera a tempo parziale presso le manifatture contribuiva (1) ad alzare il proprio livello di reddito e (2) a dare la spinta iniziale per la nascita di un sistema industriale che lentamente soppianterà l’agricoltura così come era conosciuta. Si ha la nascita della cosiddetta famiglia contadino-artigiana.

Certo non fu un passaggio facile. L’integrazione fra i due ambiti produttivi, agricolo e proto-industriale, riarticolarono completamente l’organizzazione familiare sia allinterno che nei confronti della società allargata. Le logiche mercantili penetrarono in essa, riducendo le tradizionali basi rurali, disintegrando i sistemi tradizionali di potere e introducendo quella che si potrebbe chiamare proto-incertezza, o proto-flessibilità, dovuta all’instabilità dei mercati dei prodotti manifatturieri. Instabilità che comunque poteva essere mitigata dall’ancora presente radicamento nella produzione agricola, che garantiva comunque una sussistenza al di fuori degli ancora difficilmente comprensibili scambi monetari. La dialetticità tra economia di sussistenza agricola e industria rurale è quindi a fondamento del successivo sviluppo capitalistico della zona della Brianza, chiamato “seconda fase”, ossià l’esplodere della contraddizione che vede il mercante capitalista nelle condizioni di massimizzare i profitti aumentando la produzione, e l’organizzazione della produzione di stampo duale che impediva alle famiglie, in parte occupate nell’agricoltura, di creare il massimo surplus produttivo per permettere al mercante di effettuare migliori prestazioni nei mercati. Il superamento della proto-industrializzazione verso il compiuto capitalismo industriale era iniziata.

  • Antropologia della famiglia in transizione

Alcuni storici hanno sostenuto che la proto-industrializzazione ha portato alla progressiva riduzione delle forme di patriarcato coì come conosciute storicamente. Il fatto che donne e giovani avessero accesso ad un lavoro, e quindi producessero reddito, ha di fatto sgretolato le basi del potere sia carismatico che economico del patriarca, danodo vita alla cosiddetta “famiglia moderna” basata su relazioni umane e rapporti di potere completamente diversi da quelli precedentamente vigenti. Certo, questo cambiamento, seppur corretto dal punto di vista storico, va contestualizzato temporalmente soprattutto in riferimento alla variabile demografica e a quella del mutamento dei rapporti di produzione. In particolare, si sosterrà che la modificazione del patriarcato non ha portato ad un assetto familiare più egualitario, bensì ad una divisione del lavoro basato sul genere.

In realtà, stando alle ricerca empiriche dell’Autore, non sembra che l’evoluzione da famiglia patriarcale allargata a quella nucleare fondata sul potere del marito sia stata precoce e veloce. Nelle ricerche di archivio, e nelle interviste agli anziani, emerge il dato che ancora negli anni ’20 e ’30 del ‘900 il regiù era un individuo temuto e rispettato che vedeva in gran parte riconosciuto di capitale di autorità che veniva concesso ai suoi pari di status nel secolo precedente. La famiglia allargata, nonostante portasse al proprio interno delle contraddizioni ed elle tensioni dovute al mutamento economico in atto, rimaneva sempre una soluzione sociale adatta per diffondere aiuto in caso di bisogno e unire le forze qualora fosse stato necessario.

Vale la pena a questo punto citare integralmente quanto dice un informatore (n. 1922) dell’antropologo riguardo alla famiglia nel mentre della proto-industrializzazione:

In cascina c’erano tre o quattro generazioni. Quando un nipote si sposava, lì in casa gli trovavano un posto, magari nelle camere insieme alla mamma e al papà. […] C’era magari chi lavorava alla Sorrenti [antica fabbrica della zona], invece, e faceva la squadra, chi lavorava fino alle 2 del pomeriggio, poi dopo venivano a casa e andavano in campagna a lavorare la terra. E c’erano quelli che andavano a Milano, ed erano a casa il sabato o la domenica, e anche loro dovevano andare ad aiutare il regiù. […] Lo chiamavano “el regiù”. Era il capofamiglia che li teneva sotto tutti. Lui magnava e beveva, andava a prendere la ciucca alla domenica, andava a mangiare la “piccola”, la piccola era lo spezzatino, alle 4 dopopranzo, andava a mangiare la piccola all’osteria, beveva il suo litrozzo di vino e quelli che erano a casa gli faceva pestare il muso. Il regiù allora era il duce della casa. Guai a mancargli di rispetto. Quello che diceva lui era vangelo. (p. 74)

Ne segue che un giovane operaio contadino, almeno fino agli anni Trenta, aveva poca libertà di movimento proprio, mentre i due vincoli fondamentali della sua esperienza erano la necessità di essere solidale con la famiglia e di rispettare il regiù.

  • Il campo e la fabbrica: antropologia del modo di produzione ibrido

L’Autore non crede molto alla teoria marginalista secondo la quale il lavoro industriale comincia ad affiancare quello agricolo quando l’incremento di output per ogni input di lavoro agricolo aggiuntivo è minimo. Pensa invece che siano rilevanti altri fattori storici e contestuali nel portare all’ibridizzazione tra agricoltura e industria, come le fluttuazioni dei prezzi, l’indebitamento crescente dei contadini nei confronti dei proprietari terrieri, l’aumento continuo degli affitti e l’incertezza climatica che minaccia i raccolti. Poi ci furono anche i fattori favorenti questo incontro, come la stagionalità dell ‘agricoltura, che permetteva la liberazione di forza lavoro da collocare negli opifici in particolari periodi dell’anno. Altra variabile, quella di genere e età, che vedeva donne e bambini, meno produttivi in agricoltura, rivelarsi forza lavoro eccellente in fabbrica. Ciò portò quindi ad una massiccia divisione del lavoro, collocando il alvoro in fabbrica come inferiore e sminuente, adatto appunto a donne e bambini, portando gli uomini a ritenerlo come ultima possibilità per loro stesso. Si crea quindi un modo di sussistenza ibrido per le famiglie brianzole:

nonostante la frammentarietà delle informazioni sui mestieri di ciaascun familiare del gruppo domestico, i dati raccolti ci consentono comunque di affermare che praticamente quasi ogni famiglia era coinvolta in molteplici attività lavorative, in campo agricolo, artigianale e industriale, per ridurre la vulnerabilità economica, e che la dimansione del contributo economico all’economia domestica variava nel tempo per ciascun individuo (p. 78)

Gli imprenditori e i proprietari terrieri traevano enorme vantaggio da questa ibridizzazione, perché questa alleanza permetteva di avere forza lavoro senza entrare in competizione e garantendo comunque un livello minimo di sussitenza. In pratica, i contadini-operai erano sfruttati due volte: i contratti agricoli erano completamente vantaggioni per il proprietario terriero, la produzione in fabbrica era delegata a donen e bambini sottopagati, remissivi e facilmente licenziabili senza provocare grandi tensioni sociali, avendo questi sempre potuto contare sui (magri) proventi agricoli della famiglia.

Il sistema ibrido mostra ben presto i propri limiti, soprattutto in termini di efficienza. Dopo l’unificazione d’Italia e il conseguente allargamento dei mercati, la domanda di manufatti crebbe enormemente, come crebbero le tipologie di articoli prodotti e la qualità richiesta dalla clientela. Occorreva riorganizzare la produzione in fabbrica, meccanizzarla e standardizzarla: turni stagionali composti di donne e bambini non potevano più essere la base produttiva. Le assenze sul lavoro per motivi agricoli, prima consentite attraverso uno speciale permesso, divennero vietate e punite con ammende. I tempi di produzione dovevano essere ridotti, il alvoro a domicilio entrò in crisi a causa della bassa standardizzazione e molti operai furono costretti a pagari di tasca propria delle multe per la bassa qualità dei prodotti che avevano realizzato. Le condizioni di lavoro in ambienti malsani, i ritmi sempre più accelerati e la spada di Damocle delle sanzioni su errori, inesattezze e rallentamenti produttivi spinsero gli operai e le operai alle prime sommosse e ai primi scioperi, che tra il 1898 e il 1900 fecero perdere un totale di 20 giornate lavorative. Le proteste dei lavoratori fecero organizzare gli imprenditori, che nel 1901 si riunirono nella Federazione fra gli industriali Monzesi, la prima del genere in Italia.

L’esito dell’ibridazione non fu quindi positivo:

Per i contadini della Brianza, la prospettiva di trascorrere una vita intera in fabbrica era chiaramente una scelta di ripiego necessaria per far fronte all’indigenza. Tuttavia, il denaro guadagnato da donne e bambini non portò grandi benefici e la combinazione di lavoro agricolo e industriale, diventata insolstenibile, ad un certo punto trascinò la famiglia al di sotto del livello di sussistenza.

L’ibridazione tra lavoro agricolo e di fabbrica porta a ripensare il concetto di “famiglia contadina” durante questa fase proto-industrializzata, che dimostra una variabilità interna e una organizzazione mutevole come sono mutevole le variabili fodamentali del contesto sociale e economico che la vede protagonista. La transizione tra “famiglia contadina” e “famiglia proletaria” non è stata veloce né netta, ma trova molteplici articolazioni in funzione sia del tipo di lavoro svolto, che del numero e del genere dei suoi componenti, che della fasi di superamento dei rapporti di mezzadria, che vedono i contadini affrancarsi gradualmente dai prorpietari e diventare sempre più dipendenti da relazioni di mercato, da prezzi e da salari, pur rimanendo nel mondo “agricolo”.

  • Antropologia dell’imprenditorialità locale

L’Autore ci ha portato a scoprire come l’organizzazione familiare, mossa dalla necessità di fronteggiare la povertà, fosse fondata sulla combinazione di molteplici flussi di reddito, primariamente autonomo e salariato, integrando ambiti produttivi artigianali a agricoli. Questa situazioni evolve nel corso del tempo, erodendo progressivamente lavoro agricolo a favore di quello salariato del commercio e nella manifattura. Sempre più spesso infatti, a partire dagli anni ’30, la prima esperienza di lavoro dei giovani avveniva nelle fabbriche o nelle officine, attraverso l’apprendistato, ricevendo di fatto un precoce imprinting alla logica di mercato.

Dopo alcuni anni di crisi, alla fine degi anni ’30 si registrò una notevole crescita della attività manifatturiere, stimolate sia dallo sviluppo di grandi fabbriche che dalla politica industriale del fascismo in ambito militare. Fu in questo periodo che si strutturarono le reti di imprese, di subfornitura, e si concretizzò una prospettiva imperniata attorno al lavoro autonomo artigianale che è stato l’anima fondativa del distretto. Emersero le prime personalità imprenditoriali capaci, a partire da posizioni di operaio e da corsi di studio serali, di costruire imprese produttive e innovative, organizzando capitali e risorse umane in imprese metalmeccaniche, in un ambiente che fino a pochi decenni prima era stato quasi completamente agricolo.

La questione centrale per innescare un processo di creazione imprenditoriale fu quello della formazione tecnica:

Per molti operai una delle precondizioni più importanti per approdare al lavoro autonomo e all’attività imprenditoriale fu l’acquisizione di una formazione tecnica e di conoscenze apprese attraverso il “fare”, che non è semplicemente il lavoro, bensì l’atto di realizzare qualcosa di concreto nel lavoro (p. 125)

Era quindi di primaria importanza imparare un mestiere, categoria complessa fatti di apprendimenti impliciti ed espliciti, concreto saper fare, esperienza sviluppata al contatto con artigiani durante l’apprendistato e capacità di arrangiarsi a creare ciò di cui si aveva bisogno qualora non lo si trovasse già realizzato. L’Autore rileva come la crescita professionale di tutti i suoi interlocutori sia analoga: da giovanissimi apprendisti costretti a stare in un luogo di lavoro per loro inospitale, spesso maltrattati, con la necessità di imparare senza che nessuno spiegasse nulla, a operai generici, con le mansioni più diverse, alla frequenza di corsi serali per ampliare le consocenze tecniche, che garantivano una mobilità ascendente verso la posizioni di operai specializzati, con le prime autonomie lavorative e le prime responsabilità sull’organizzazione del lavoro loro e di quello altrui. Il passaggio ad imprenditori segna una svolta, perché l’imprenditore non ha come confini quelli aziendali, ma lavora interagendo con una moltitudine di attori: ecco allora che l’abilità tecnica, il saper fare bene, costituisce un capitale per costruirsi una reputazione, capitale simbolico per persuadere soci sull’opportunità di iniziare una nuova impresa, per convincere i clienti a dare la loro fiducia con le prime commesse, per creare insomma quell’ecosistema dell’impresa che ha la fiducia professionale e interpersonale alla propria base.

Il passaggio da lavoratore salariato ad imprenditore è quindi un processo complesso che si snoda tra passato e futuro, tra conoscenza acquisite e necessità di fare spazio a nuove competenze e atteggiamenti per realizzare quella sintesi vincente che porta ad iniziare una attività artigianale autonoma che funzioni. Tra gli anni ’50 e ’60, quelli del miracolo italiano, vedono il distretto della Brianza animato da una generazione di ex dipendenti di aziende spesso malconce e disorganizzate dare una svolta alle loro carriere diventando una generazione di imprenditori capaci di imparare un mestiere tra mille difficoltà e di fare i necessari sacrifici propri di chi voleva avviare una attività ex novo.

Nella fattispece, gli interlocutori si soffermano spesso sulla carente capacità, da parte dei giovani d’oggi, di sopportare condizioni di lavoro pesanti, di fare appunto sacrifici. Emerge la categoria “voglia di lavorare”, ritenuta alla base di ogni possibilità di sviluppo economico, allora come oggi, riportando aneddoti come questo:

Da bambino noi andavamo a lavorare per poter imparare un mestiere. Ora i ragazzi si presentano da me e mi chiedono: quanto mi paghi? (p. 131)

Certo le condizioni dell’apprendistato nell’artigianato sono completamente mutate, come riporta un altro imprenditore:

Quando io ero giovane, era facile per noi ragazzi entrare in una ditta, specialmente in estate. Ci bastava una mancia e pochi soldi. Io e mio fratello abbiamo fatto così: era il modo migliore per imparare il mestiere…Adesso è completamente diverso. Se per caso ricevo la visita di uno dell’ispettorato del lavoro, diciamo, a luglio o agosto, e trova qui un ragazzo che lavora senza essere assicurato, mi dà una multa che me la ricorderò per un po’!…(p.132)

Al tempo, il tema della sicurezza sul lavoro e dello sfruttamento non era molto sentito. L’enfasi del interlocutori va sulla loro capacità di aver “rubato” le abilità del mestiere dell’artigiano che li aveva presi, la destrezza manuale acquisita, il senso di concretezza e di saper arrangiarsi, di essere produttivi senza dover aspettare niente e nessuno. La “capacità pratica” è il fulcro della loro epopea professionale. Come dice l’Autore:

[…] è evidente un atteggiamento encomiastico nei confronti della destrezza manuale e del senso di concretezza a cui fa da contrappeso l’intellettualismo sterile di capi o amministratori istruiti ma, fondamentalmente, incompetenti. Questa disposizione all’elogio delle loro capacità pratiche si è radicata ulteriormente nel passaggio da operai a piccoli imprenditori. Designers, ingegneri, amministratori e persino il personale tecnico delle grandi ditte-committenti vengono giudicati tutti allo stesso modo. Nella loro visione del lavoro, la conoscenza teorica non può reggere il confronto con l’esperienza pratica e la competenza degli artigiani. (p.134)

Anche Thomas Dunk, in un lavoro etnografico sulla cultura della classe operaia dell’Ontario settentrionale, ha scritto sull’anti-intellettualismo dal punto di vista valoriale:

C’è una conoscenza generata nel processo lavorativo, una conoscenza pratica che è essenziale alla produzione ma che raramente viene riconosciuta come tale dalle persone in posizione di potere e di autorità perché avvolta in simboli culturali che demarcano la conoscenza secondo le definizioni dominanti. I lavoratori si rendono conto di possedere un tipo speciale di consocenza basata sull’esperienza pratica che gli esperti ritengono di poter ignorare. Non pensano che una persona abbia bisogno di un apprendimento formale per ottenere questa conoscenza.  (Dunk, cit. p. 134-5)

Risultati confermati da ricerche antropologiche effettuate a Chicago, Torino, Sesto S. Giovanni e Terni, solo per citarne alcune. Ma qui c’è qualcosa di diverso rispetto a quanto emerge dagli studi operai: gli interlocutori sono imprenditori, in termini marxiani posseggono capitale fisso (mezzi di produzione), capitale variabile (manodopera) e plusvalore (controllo su processo di valorizzazione e accumulazione), pur continuando ad essere, rispetto ad altri imprenditori industriali, anti-intellettuali. L’Autore azzarda una spiegazione, che credo convincente:

L’imprenditore operaio/artigiano è, a vari livelli, coinvolto personalmente nel processo di lavoro (e così anche i membri della propria famiglia, coinvolti nelle attività dell’impresa attraverso una combinazione di lavoro salariato e non retribuito) e continua a riprodurre in reparto quel senso della praticità sviluppato negli anni di lavoro operaio. Questo potrebbe spiegare l’atteggiamento “anti-intellettualista” che ancora domina il proprio senso degli affari e che acuisce l’avversione culturale verso i capitalisti industriali… (p. 135)

  • Embeddedness  e familismo imprenditoriale

L’Autore cita Schumpeter:

La questione più interessante […] è in quale misura le famiglie industriali siano reclutate direttamente dalla classe operaria e in quale misura dalle classi suepriori. […] Un comune censimento sarà sufficiente per rispondere a tale quesito e dobbiamo essere grati a Chapman per aver condotto questo studio. Studiando l’industria inglese del cotone scoprì che una quota che oscillava tra il 63 e l’85% degli imprenditori e di altri individui con ruoli di leadership proveniva direttamente dalla classe operaia. […] Ai nostri fini una percentuale così ampia non è necessaria – il dieci eprcento sarebbe stato abbondantemente sufficiente, purchè potesse essere dimostrato che i progenitori del rimanente novanta percento fossero provenienti anche loro dalla classe operaria o da altre classi […] La persistenza della posizione di classe è un’illusione, le barriere di classe devono essere sormontabili, sia nelle parti alte che in quelle basse (cit. p. 136)

L’Autore presenta una citazione shumpeteriana in apertura del capitolo perché è questo economista che ha posto al centro del processo economico l’innovazione e l’imprenditore come figura chiame nel creare crescita economica e ricchezza. Inoltre, l’accenno alla mobilità sociale, all’assenza di barriere di classe, la fluidità sociale e la possibilità di ascendere (e di discendere) delle persone mosse da libera iniziativa sono centrali nell’opera di Schumpeter. Caratteristiche che vediamo anche nel distretto della Brianza, dove praticamente tutti gli imprenditori intervistati hanno iniziato la loro carriera lavorativa come operai, e ne mantengono ancora in gran parte gli atteggiamenti, la mentalità, i valori di riferimento e le esperienze vissute al tempo del loro apprendistato. Certo, la fluidità sociale non è sufficiente: gli asset vincenti di questi imprenditori sono stati sicuramente la proprietà fondiaria, un capitale culturale di studi tecnici e esperienza concreta, un capitale finanziario iniziale neecssario per avviare l’attività (non egualmente disponibile per tutti) e un sistema sociale (familiare e informale) ed economico (credito bancario e associazioni artigiane) che costituiva un milieu estremamente favorevole per la transizione da operai a imprenditori. Sono queste caratteristiche che fanno emergere il concetto di embeddedness (Granovetter) come alternativa alla prospettiva del self made man che spesso traspare dalle narrazioni delle storie di vita degli imprenditori, concependo lo sviluppo imprenditoriale come una questione sociale di radicamento dell’iniziativa individuale in un contesto aventi determinate caratteristiche, togliendo di fatto l’enfasi eccessiva sull’individualismo. In particolare, l’Autore mette in evidenza come le possibilità di credito per avviare un’attività non sia così trasparente come si potrebbe pensare, bensì fortemente dipendenti da variabili simboliche come ad esempio la “reputazione” del richiedente il finanziamento, non direttamente collegato ad esempio alle garanzie finanziarie che si possono dare in pegno alla banca, che di fatto non rappresentano più una condizio sine qua non per ottenere il prestito stesso.

Scrive l’Autore:

la reputazione può essere vista come un elemento simbolico di grande importanza in una economia flessibile, e non soltanto come uno strumento di emancipazione. De-costruendo il concetto vi si cogli un significato antropologico più profondo e dialettico, che varia a seconda della posizione sociale di chi la possiede. La reputazione di un’impresa committente è dell’imprenditore con cui si identifica, fa riferimento alla determinazione di quest’ultimo nel pagare regolarmente e tempestivamente i propri fornitori e nello stabilire uan solida collaborazione con loro. Invece, la reputazione di un subfornitore si fonda sulla sua disposizione a lavorare “bene” e “sodo”, ed a consegnare il alvoro nei tempi prestabiliti. […] “Lavorare bene”, “lavorare sodo”, “voglia di lavorare”, non sono affermazioni neutrali bensì politically loaded, cariche di significati politici, nel senso che racchiudono in sé un presupposto ideologico…[…] (p. 172)

Ecco che le istituzioni responsabili della decisione di chi privilegiare al credito utilizzano anche valutazioni simboliche che trascendono le misurazioni di carattere strettamente economico. La buona reputazione dell’artigiano, secondo l’Autore, si basa sulla famiglia laboriosa, sulla capacità di fare bene e in fretta il proprio lavoro, e sulla solidarietà di matrice cristiana. Curioso il fatto di aver scoperto che una cattiva reputazione di un artigiano sia etichettata con il termine “comunista”. Scrive:

Tra i miei interlocutori, imprenditori di aziende artigiane e industriali, l’espressione “fare il comunista” ha un evidente significato dispregiativo e si presenta in questa veste nel linguaggio quotidiano, assumento il significato metonimico di “sindacalista”, “rompiscatole” o anche “lavoratore indolente. Quando durante una conversazione con Luigi Tremo, gli chiesi se rinascendo avrebbe fatto nuovamente l’artigiano, eruppe con tutto il suo sarcasmo: “stai scherzando? Nooo! Rinascessi, diventerei un comunista! Andrei a lavorare pretendendo quello che non mi merito, ma che voglio! (p. 173)

Nell’ultimo capitolo l’autore ritorna ad analizzare quella organizzazione familiare con la quale ha aperto il volume. La prospettiva antropologica sul “familismo imprenditoriale” è uno dei cardini dell’intero progetto etnografico presentato. Scrive l’Autore:

[…] l’interpolazione tra l’etica del lavoro ed etica della famiglia ha prodotto unos trumento ideologico che influenza l’organizzazione e i rapporti sociali di produzione. E’ in questa accezione che utilizzo la categoria “familismo”, una categoria concettuale che si riferisce alle forme di oggettivazione di pratiche e costruzioni simboliche nella famiglia che connotano e plasmano le relazioni in altri ambiti sociali, in particolare la sfera della produzione, dove si intrecciano lavoro non mercificato e lavoro mercificato. Questa particolare modalità di familismo, di cui è permeata l’impresa, è definita “familismo imprenditoriale” (p. 182)

E’ innegabile infatti che le relazioni familistiche siano fondamentali per favorire la nascita e lo sviluppo di quel tessuto di piccole e medie imprese non solo in Brianza ma anche il moltissime altre parti d’Italia. Le variabili famililiari sono centrali in tutto il percorso degli interlocutori: il sostegno della famiglia è fondamentale per compiere il periodo di apprendistato quando si è giovani, è un fattore di mediazione per l’inserimento lavorativo da operai grazie alla rete parentale e amicale, è cruciale nel garantire collaborazione produttiva quando si costituisce una impresa familiare, è il futuro dell’attività che si rispecchia nei figli, è la compagine societaria che annovera soci tra fratelli, cognati e generi.  Scrive l’Autore:

In sintesi, la peculiarità dell’impresa familiare in senso lato sta nella sovrapposizione di relazioni economiche, parentali ed emozionali. L’organizzazione del lavoro è basata su rapporti sociali di produzione in cui competenza tecnica, potenziale sfruttamento della manodopera e divisione di genere del lavoro coesistono con relazioni di intimità, altruistiche e fondate sulla lealtà. Questa sovrapposizione, o meglio, questo rapporto dialettico si manifesta in tutta la sua contraddittorietà quando ci si deve confrontare (e conformare) con ambiti formalizzati (cioè normati giuridicamente), quali l’eredità, la proprietà, lo stipendio, per citarne solo alcuni. (p. 176)

In Brianza quindi, come in molti altri distretti dell’economia italiana, l’impresa è intrisa di parentela. Tema precipuamente antropologico questo, su cuo generazioni di antropologi si sono spesi. Recenti interpretazioni della parentela da parte di antropologi statunitensi (Rosaldo e Yanagisako) portano ad affermare che la concezione nord-americana di essa sia in contrapposizione simbolica con il lavoro e gli affari. Una questione sono la famiglia, i rapporti affettivi e parentali, un’altra la professione, il mondo del lavoro e la costruzione di una carriera negli affari. Ciò che è interessante è il fatto che la parentela in occidente non sia mai stata molto studiata dagli antropologi, che hanno invece privilegiato società tradizionali che avevano appunto la parentela come sistema fondante la socialità e l’economia, oltre che tutti gli altri aspetti rilevanti del funzionamento concreto e della loro riproduzione. E’ su questo aspetto che l’Autore pone l’attenzione, citando Beker:

L’individualismo ha preso il posto dela familismo, perché molte funzioni delle famiglie nelle società tradizionali sono più efficacemente gestite dai mercati e da altre organizzazioni delle società moderne (p.178).

In altre parole, il familismo sta alla tradizione come l’individualismo sta al mercato. Ora, partendo dal presupposto che l’organizzazione di mercato è ottimale per garantire efficienza, si deduce che il familismo imprenditoriale, in quanto radicato nella tradizione, mostrerebbe gravi situazioni di inefficienza organizzativa e produttiva. Il paternalismo, l’emotivismo, i vincoli etici di parentela, le classi di età, le reciprocità imposte, la divisione del lavoro inefficiente, così come pratiche manageriali opache e lente hanno portato Fukuyama a ritenere il questo modello familistico imprenditoriale, nonostante le buone performance del passato e le preziose caratteristiche di flessibilità e solidarietà, strutturalmente inadatto alla crescita verso nuovi mercati e nuove produzioni tecnologiche. Di parere discorde l’Autore

In realtà lo sguardo antropologico sull’impresa familiare in Brianza mostra non solo che il familismo imprenditoriale la creato le condizioni per una capitalismo industriale altamente competitivo, ma appare anche essere un prodotto storico longevo. Le piccole imprese possono anche non sembrare belle, ma devono necessariamente rimanere piccole e familistiche nella loro struttura per poter continuare ad essere competitive. (p.184)

In conclusione di capitolo l’Autore mette in evidenza, con notevole sensibilità etnografica, alcune questioni che sono tipiche di un certo modo di fare impresa-familiare, oserei dire il DNA dell’impresa familiare distrettuale. Analizza infatti come il familismo:

  • Influenza la scelta della forma giuridica d’impresa, che ovviamente è collegata a numerodi soci, possesso di quote di capitale sociale, parentela e entità delle sforzo/rischio economico da mettere in campo per inziare l’attività. Si registrano allora moltissime ditte individuali, con i parenti nel ruolo di coadiuvanti, oppure snc con compagini societarie più ampie, che conferiscono in srl quando si voglia passare a società di capitali con limitata responsabilità, fino a spa quando i volumi di affari crescono e, pur non essendo più formalmente artigiana, mostra al proprio interno logiche manageriali e organizzative ancora di tipo “tradizionale”;
  • Influenza la quotidianità del rapporto tra lavoro e famiglia, dove si registra una contiguità sia finanziaria, di flussi di capitali, che spaziale, con la casa privata spesso contigua ai locali produttivi (tipici i capannoni con l’abitazioni sovrastante). Gli interlocutori tendevano a presentare i due ambiti come chiaramente separati, anche se ad un’analisi più approfondita si notava una profonda commistione tra i due mondi, seppur nel tentativo di tenerli separati, come mostrano le parole di un imprenditore nei riguardi del tempo trascorso con la moglie:

Gliel’ho sempre detto anche prima di sposarla: “io voglio la mia libertà. Non la libertà di andare al bar o di andare a donne. No, è la libertà di lavorare tutte le ore che voglio e che la mia attività mi richiede. Se ci sono dei giorni che sono qui a lavorare fino a mezzanotte, lei non mi deve romepre i c….(p.188)

Oppure quando un altro interlocutore diceva:

L’artigiano ha due famiglie: la propria e l’impresa (p. 200)

  • Influenza il modo di concettualizzare il lavoro, introducendo la differenza fra lavoro produttivo e improduttivo. La necessità di dover spesso contare solo sulle forze familiari al fine di limitare il rischio di esporsi assumendo personale o acquistando macchinari porta gli imprenditori a dover impiegare la forza lavoro disponibile spesso in maniera non ottimale. In molto casi la componente produttiva del lavoro è ipertrofica, a scapito dei settori amministrativi, commerciali e di controllo. Attività, queste utlime, spesso eseguite da figure femminili della famiglia, dalla moglie alla figlia diplomata in ragioneria, che cercano di costruire una gestione aziendale non improvvisata compiendo in ufficio quel lavoro che l’imprenditore spesso giudica improduttivo, marginale, perché non direttamente legato alla produttività dei macchinari. La mentalità “cantinara” spesso sopravvive fino alla costituzione di una spa, e uno degli effetti è sottovalutare la componente “concettuale” della conduzione di impresa. Certo c’è anche chi ha rispetto per le “attività intellettuali” della vita aziendale (DDT, inventari, gestione clienti/fornitori, marketing, banche/consulenti/commercialisti/avvocati), che apprezza e coinvolge i figli laureati in economia, in marketing o in comunicazione. Dicono i figli di un imprenditore:

Mio padre è abituato a lavorare ancora come si faceva trenta anni fa. E’ un eccellente lavoratore, solo che non è molto…”realistico”, quando deve stabilire il prezzo di un lavoro. Lui fa sempre un prezzo più basso di quello che proproniamo noi [lei e il fratello]. Noi siamo più precisi, più calcolatori, lui invece…a lui basta avere il lavoro da fare, ma non si rende conto che ilc entro nevralgico dell’azienda è l’ufficio. Lui fa prezzi più bassi perché ha paura di perdere gli ordini e i clienti, poi però dopo si rende conto che il prezzo è troppo basso e allora chiama il cliente per ridefinirlo e allora cominciano le questioni. Adesso per evitare questi inconvenienti, mio padre e mio fratello definiscono il prezzo insieme. (p. 193)

  • Influenza la continuità aziendale, nel senso che idealmente il figlio maschio dovrebbe continuare con la componente tecnica dell’azienda, con un buon orientamento al rischio, mentre la figlia femmina con quello amministrativo/gestionale, con una comportamento parsimonioso. Ecco che il passaggio generazionale prevede uno sdoppiamento dell’imprenditore unico (coadiuvato dalla moglie) nella duplicità della sua discendenza, con una maggior efficienza generata dalla specializzazioni dei propri figli ognuno per il proprio ambito, arrivando persino a prospettarsi idealmente le attitudini dei discendenti in termini di propensione al rischio e propensione alla cautela, doti queste che dovranno raggiungere un equilibrio dialettico per il buon esito dell’impresa famigliare negli anni a venire. Il non avverarsi di questi piani ideali provoca spesso profonde tensioni all’interno delle imprese familiari;
  • Influenza le modalità di controllo del lavoro, che si esprime nella frase, frequentissima “qui comando io, a casa mia moglie”, perno del controllo patriarcale dell’imprenditore presso la sua “famiglia aziendale”. La retorica del “siamo tutti una famiglia” riferito ai famigliari occupati ma anche ai dipendenti non parenti è molto diffusa. Nonostante l’imprenditore riferisca di “non stare addosso ai dipendenti”, di fidarsi ciecamente di loro, questi riportano un controllo continuo in tutte le attività. L’occhio del padrone è sempre vigile.
  • Influenza la composizione del salario, in quanto composto da una componente fissa e da una variabile a seconda dello status del dipendente. L’Autore ha evidenziato che lo status del dipendente, se sposato, padre di famiglia influenza la quantità di denaro elargito, soprattutto nelle piccole imprese e nei confronti dei collaboratori più fidati e di grande esperienza. Nei momenti di transizione della vita, come il matrimonio, che conduce allo status di capofamiglia, l’imprenditore può corrispondere una maggiorazione che non ha un corrispettivo nell’aumento delle capacità produttive in azienda ma solamente in quello delle responsabilità nei confronti della propria famiglia. Stessa logica è stata registrata in relazioni a provvedimenti di licenziamento, nel qual caso vengono “sacrificati”per primi i dipendenti che non hanno una famiglia propria, secondo una logica gerarchica informata da un fattore di solidarietà.

Il volume di Ghezzi è una ricerca etnografica che combina la profondità storica alla sensibilità etnografica nell’indagine dell’attività produttiva, e del sostrato organizzativo, di un importante distretto italiano. E’ un’opera molto equilibrata, tra storia e antropologia, tra teoria sociale utile a concettualizzare e esperienza etnografica utile a comprendere, unita a spaccati di storie umane e biografie che ci permettono di vedere le cose dal punto di vista di chi quell’esperienza l’ha vissuta. Capace di penetrare nella quotidianità dell’imprenditore artigiano, nel portare alla luce logiche familiari proprie del contesto, senza mai perdere il filo principale, quello del rendere in maniera densa cosa voglia dire essere imprenditori artigiani in Brianza. Demolisce alcuni luoghi comuni, porta alla luce l’embeddedness della figura dell’innovatore, ricostruisce un micromondo che non finisce di mostrare aspetti curiosi, idiosincratici, faticosi e profondamente umani dello sforzo umano a produrre, lavorare, creare e inventare. Uno studio che si rivela indispensabile per chiunque si occupi di distretti industriali, a vario titolo, visto che quanto analizzato nel volume riguardo la Brianza può essere senza dubbio utilizzato da base, non solo comparativa ma anche analogica, per proseguire le indagini in altri distretti del nostro Paese.

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