Terzo Veneto. Antropologia e paesaggio in Veneto

Segnalo questo documento di Nadia Breda utile per far nascere qualche riflessione attorno ad un’antropologia del paesaggio veneto

Lo sviluppo industriale e distrettuale del nord est, luogo del miracolo economico che fa transitare dall’agricoltura alla manifattura, lascia segni peculiari grazie a quella forza politica e burocratica che ha il fine di costruire il giusto contesto affinchè al suo interno possano essere articolare logiche economiche secondo efficienza, produttività e crescita.

Il peculiare punti di vista critico attraverso il quale si guarda “a ciò che oggi ci circonda” è quello della filosofia paesaggistica del “Terzo paesaggio” di Gilles Clement.

Se l’ambiente antropizzato è così snaturato da creare sofferenza percettiva ed emotiva agli abitanti, occore rieducare lo sguardo verso ciò che è stato miracolosamente risparmiato da tale furia antropizzante. E’ ciò che si riesce a sottrarre alla degradazione “progettuale”, ciò che si riesce a valorizzare con un sistema di valori diverso da quello dominante. E’ un luogo dove si può inventare, con il quale si può instaurare un rapporto uomo-ambiente che non sacrifichi nessuna parte della relazione in nome di un potere altro.

Enfasi particolare è posta sui giardini di Lilliput: piccoli spazi che vengono investiti della nostra attenzione e in seguito della nostra cura per essere vitalizzati secondo la nostra creatività. L’essere umano ha bisogno di costruire e vedere “ciò che è bello” per stare bene e i giardini di Lilliput possono essere una pratica divertente per produrre bellezza.

Giardino di Lilliput tra i capannoni di una zona industriale veneta

Strade, autostrade, capannoni, rotatorie, parcheggi e piazzali sono stati la chiave di volta infrastrutturale del miracolo (economico) del nord est, come le chiese, i campanili e gli oratori di quello religioso e socio-educativo. I capannoni, spesso con l’appartamento dell’imprenditore-artigiano costruito sopra, o a fianco, è l’archetipo abitativo-produttivo che sta alla base del Veneto moderno, come qualcuno ha già notato con toni che appartengono ancora oggi a molti figli di artigiani.

Un’antropologia del paesaggio veneto, colto nelle sue peculiarità storiche e attuali, con uno sforzo per una progettazione futura che ne limiti gli aspetti distorsivi e distruttivi è ormai prospettiva necessaria e non prorogabile. Antropologica perchè sintetica dei diversi aspetti e componenti dell’interazione complessa tra uomo e ambiente, il primo con i suoi bisogni e desideri, il secondo con i suoi vincoli e possibilità. Per un approfondimento della filosofia metropolitana in Veneto e del nord est vedere Luigi Copiello “Manifesto per la metropoli del Nord Est

Be Sociable, Share!
Share this Post:
Digg Google Bookmarks reddit Mixx StumbleUpon Technorati Yahoo! Buzz DesignFloat Delicious BlinkList Furl

2 Responses to “Terzo Veneto. Antropologia e paesaggio in Veneto”

  • sandra scrive:

    Qualche osservazione su ‘Terzo Veneto. Terzo paesaggio. Indagini antropologiche su ambiente e ambientalisti in Veneto’ di Nadia Breda. Per incominciare una debolezza di fondo nel suo articolo: la filosofia della conservazione e della protezione di certi ambienti ‘naturali’ come i palù è del tutto differente da quella anarco-situazionista dei giardini di Lilliput, che hanno l’effimero scritto nel loro atto di nascita.
    Poi c’è uno scoglio ideologico che affonda le argomentazioni della Breda che, come quasi tutti gli ambientalisti militanti, stacca l’essere umano dalla natura, come se fossero due cose differenti, il sé e l’altro da sé, dove il sé – visto come artificiale – è in genere ostile e dannoso all’altro da sé – visto come ‘naturale’, intonso, vergine, pristino, puro, oppure deflorato, relitto da salvare, nello stile della salvage anthropology dei ‘primitivi’. E’ ironico pensare che proprio i palù sono tra i paesaggi veneti di più antica antropizzazione! I palù sono paesaggi naturali tipici di alcune aree pianeggianti tra Veneto orientale e Friuli. Il termine palù, di antichissima tradizione in diverse aree, è un plurale metonimico che definisce le aree acquitrinose, umide e prative dove cresce il palù, termine singolare che definisce popolarmente un’erba appartenente al genere carex. Parte dei palù, quella tra Livenza e Monticano, è stata oggetto di lunghe battaglie tra i difensori dell’ecosistema in questione e i costruttori dell’autostrada A28: dopo un ultradecennale lotta che ha visto le vittorie della fazione ambientalista negli anni novanta, sostenuta anche da intellettuali come Andrea Zanzotto, l’ultimo tratto dell’autostrada (Sacile-Conegliano) è stato completato nel 2010.
    In questo sito (http://www.tragol.it/PALU/Palu.htm ) si riassume la storia dell’area dei palù del Quartier del Piave, mostrando che essi sono tutto tranne che naturali e vergini: ‘L’area dei Palù era già frequentata nell’età del Bronzo, le prime tracce d’interventi agronomico e idraulico sono d’epoca romana. L’attuale sistemazione di bonifica è risalente al medioevo per merito dei monaci della vicina Abbazia di Vidor. Il sistema agrario dei Palù, un sistema ordinato di campi delimitati da fossi, era molto complesso ed elaborato e in passato assicura tre tipi di produzione: foraggio nei prati, legname dalle piante(farnie, ontani, pioppi e salici) nella zona perimetrali dei prati e pesci, gamberi, anguille nei corsi d’acqua. I sistema idraulico costituito da sbarramenti con scolmatori, aveva la funzione di irrigare i campi, mantenere i livelli ed evitare le inondazione dei campi irrigati deviando le acque in eccesso. ‘
    L’articolo della Breda soffre, come in genere la letteratura militante ambientalista, di una visione sentimentale della natura che ha le sue origini nel romanticismo e soprattutto nel sentimentalismo piccolo-medio borghese. Il sentimentalismo borghese verso la natura vede l’umanità staccata da essa, la investe di religiosità romantica, ben diversa dalla costruzione del paesaggio attuata dai grandi aristocratici e del tutto estranea al rapporto del contadino con la natura.
    Il rapporto dei cacciatori e raccoglitori e degli agricoltori con l’ambiente che li circonda può essere visto come un’alleanza per superare le trappole della selezione naturale. Un bell’esempio di adattamento darwiniano come i becchi dei fringuelli di Darwin nelle Galapagos (http://archiviostorico.corriere.it/2006/gennaio/23/Darwin_becchi_dei_fringuelli_delle_co_9_060123061.shtml) .
    L’antropologia ci aiuta a capire tramite le popolazioni moderne i processi avvenuti nel nostro lontano passato, specie quelli che l’archeologia può forse supporre oppure non può documentare con certezza. I libri sono pieni di esempi di alleanze tra specie, per esempio il Pesce pilota o Naucrates ductor che ha l’abitudine di precedere pesci di grossa taglia (particolarmente squali e mante). Gli esemplari giovani, come quelli di altre specie della famiglia, tendono a ripararsi nell’ombrello delle meduse, convivendo con esse, approfittando della protezione che forniscono loro e cibandosi degli avanzi delle loro prede. Nella società umana possiamo dire che il cane e il gatto hanno formato alleanze simili, tanto per citare i casi più ovvi.
    Anche le piante effettuano alleanze con animali, tra cui l’umanità, e se ne inventano di tutti i colori (http://www.actaplantarum.org/morfologia/Semi.htm) . Vi sono vari tipi di Zoocoria, la dispersione causata dagli animali e tra questi c’è la Antropocoria che è la dispersione procurata dall’uomo che oltre ai casi di endozoocoria (quando i frutti o i semi adericono alla superficie degli animali, con meccanismi di aggancio come uncini (Xantium italicum, Cenchrus incertus), o superfici vischiose (bardana, avena, vischio) e possono in tal modo, venir trasportati anche a notevoli distanze) ed epizoocoria (quando i frutti o i semi che sono ingeriti dagli animali vengono liberati con le feci. In questo caso devono essere appetibili (frutti carnosi e semi succosi), ben visibili (di colore rosso o nero) e con un profumo attraente. Il seme deve essere ben protetto dal tegumento per attraversare l’apparato digerente dell’animale, traendo vantaggio nella germinazione dall’aggressione dei succhi gastrici che scalfiscono la sua parte legnosa e dal concime che lo accompagna quando viene espulso). L’essere umano può procurare una disseminazione intenzionale o diretta dei i semi delle piante coltivate, ma anche involontaria o indiretta di quei semi “clandestini” che si trovano mischiati a quelli destinati alla semina, che è la causa più frequente della nascita delle piante commensali, agevolate anche nel loro sviluppo dagli interventi (dissodamento del terreno, concimazione, annaffiatura) diretti a favorire le piante coltivate.
    L’umanità ha anche usato altri metodi per formare alleanze con piante e animali, legati alla reciproca utilità. E’ ben noto, per esempio tra gli indiani americani, che molte piante venivano favorite tramite l’uso degli incendi, e così era favorita la riproduzione dei cervi e delle antilopi tramite l’incendio del sottobosco. E’ probabile, secondo gli antropologi americani che anche se non si può ancora parlare di agricoltura, gli incendi abbiano favorito certe piante e probabilmente sono stati una delle possibili componenti della nascita dell’agricoltura. Simili patti di reciproca utilità sono alla base della domesticazione di animali di ogni tipo. Il vantaggio è evidente: mentre specie selvatiche dell’animale addomesticato o parenti strette hanno avuto vita dura oppure si sono estinte (pensiamo al cavallo, al bisonte e all’uro), altre hanno prosperato fino ai nostri giorni.
    Molte, se non tutte le piante considerate decorative come i fiori era in origine erbacce che se erano abbastanza attraenti erano tollerate dai coltivatori; ciò portò a un processo di selezione naturale che ha reso i fiori sempre più attraenti per gli umani. Dato che fiori e donne vanno assieme possiamo dire che le contadine che si occupavano degli orti vicino a casa hanno favorito lo sviluppo dei fiori, specialmente se le piante che li producevano erano anche utili per scopi alimentari o medicinali. Si pensa che ciò sia avvenuto per tutta la storia dell’agricoltura e anche da prima, quando le donne che si occupavano della raccolta tendevano a favorire le zone dove le piante utili erano più abbondanti. Questo può spiegare perché molti fiori funzionano da compagni delle più utili piante agricole; avevano evoluto una relazione simbiotica con le piante alimentari ben prima di essere entrambe addomesticate e perciò si trovavano nella stessa area, convenienti per essere selezionate come piante attraenti, dato che segnalavano da lontano le piante utili, ma magari non appariscenti. Persino piante velenosissime come l’oleandro riuscirono a superare le difficoltà della selezione. In effetti si tratta di un elemento comune e inconfondibile della vegetazione riparia degli ambienti mediterranei, quasi sempre associato ad altre specie riparie quali l’ontano, la tamerice, l’agno casto. S’insedia sia sui suoli sabbiosi alla foce dei fiumi o lungo la loro riva, sia sui greti sassosi, formando spesso una fitta vegetazione. L’associazione vegetale riparia con una marcata presenza dell’oleandro è una particolare cenosi vegetale che prende il nome di Macchia ad oleandro e agnocasto, di estensione limitata. L’agnocasto è molto utilizzato per le sue qualità terapeutiche e usato per contrastare i disturbi pre-mestruali e della menopausa. Dobbiamo credere perciò che le donne lo abbiano premiato per questo. Una volta domesticati però la maggior parte dei fiori erano coltivati separatamente oppure in parti degli orti con funzioni primarie diverse, come gli orti delle verdure o dei ‘semplici’. Grazie alle loro astute strategie I fiori riuscirono anche a sopravvivere all’ostilità dei religiosi per via della loro connessione con le donne e il sesso. In Occidente l’idea di giardini esclusivamente dedicati ai fiori non divenne comune fino al 19° secolo, dopo il trionfo della borghesia.
    Quanto ai giardini di Lilliput e il Guerrilla gardening (http://www.aamterranuova.it/article2071.htm) o critical gardening, che sarebbe una forma di giardinaggio radicale con un obiettivo ben preciso, cioè trasformare piccoli pezzi di terra abbandonati delle nostre città in angoli fioriti, mi sembra invece, vista dal punto di vista delle piante, solo un ulteriore esempio di Antropocoria, che è un tipo di zoocoria, quella strategia di sopravvivenza che le piante mettono in atto da intere ere geologiche. Alla faccia dell’antropocentrismo sentimental-borghese dei guerriglieri lillipuziani e dei militanti verdi.
    Un’ultima osservazione: mi sfugge l’autolesionismo per cui certa gente ama così Lilliput. Forse perché hanno letto la versione purgata per bambini. In realtà il libro è una feroce critica alla società del tempo: ognuno dei viaggi diventa il pretesto per irridere, di volta in volta, il sistema giudiziario, i meccanismi del potere o la politica bellicista. Il naufrago Gulliver si ritrova prigioniero di una razza di uomini alti circa 15 centimetri , abitanti le isole vicine di Lilliput e Blefuscu (allegorie dell’Inghilterra e della Francia del tempo), divise sino al fratricidio da un’annosa e irresolubile controversia sul modo più corretto di rompere le uova, se dalla parte più grossa o da quella più piccola (allegoria delle dispute religiose). Le sue osservazioni sulla corte di Lilliput (modellata su quella di Giorgio I) mettono in ridicolo le lotte tra le varie fazioni, rappresentate dalla rivalità tra ‘tacchi alti’ e ‘tacchi bassi’ (i partiti Whig e Tory), gli intrighi di corte, i metodi scorretti con cui viene conquistato il potere e la fiducia del sovrano. Swift dipinge i lillipuziani come infidi omiciattoli e l’allegoria che viene intesa dai nostri ingenui militanti alternativi come la vittoria dei piccoli contro il gigante Gulliver, è in realtà una beffarda descrizione di come un gigante intellettuale sia spesso immobilizzato da omuncoli di infima taglia mentale. Non dimentichiamo come Swift risolveva sarcasticamente la carestia in Irlanda!

  • flavia scrive:

    approvo il pezzo sul gigante intelligente limitato dai nani cerebrolillipuzziani!!

  • Leave a Reply:

    Name (required):
    Mail (will not be published) (required):
    Website:
    Comment (required):
    XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>