La porta dell’Aldilà e la toppa di chiave (parte 3)

A proposito di porte, quale miglior simbolo sessuale di un buco di serratura o toppa di chiave? E’ proprio questo schema che si ritrova in parecchie costruzioni indiane: la pianta delle case di terra (earth lodges) dei popoli agricoltori delle Pianure centrali e settentrionali, Pawnee, Arikara, Mandan, Osage, Oto, Omaha, era a forma di buco di serratura sul piano orizzontale, in quanto composta di tetto a cupola e un corridoio che portava all’esterno, lungo dal metro e ottanta centimetri fino a più di quattro metri. Visto da una certa distanza un villaggio di case di terra assomigliava a un gruppo di enormi tane di talpa; sia il tetto della casa che il corridoio di entrata erano ricoperti di stoppie e questo tetto era a sua volta ricoperto da un considerevole strato di terra molto compatta e rifinito con un intonaco liscio di argilla o zolle d’erba che fungevano da tegole. Se veniva coperto di zolle l’erba continuava a crescere e i fiori selvatici abbellivano le pareti esterne e il tetto e solo l’orlo annerito del buco del fumo mostrava che quella collina fiorita era un’abitazione umana. All’interno la casa di terra era un microcosmo, che veniva riprodotto nella abitazioni ma soprattutto nelle case cerimoniali. Melvin Gilmore (1930) descrisse il “Tempio tribale Arikara”, che aveva caratteristiche molto simili alla casa di terra Pawnee. I quattro pali principali ricordavano le quattro divinità Pawnee che stavano ai quattro angoli del mondo come principali aiuti al Capo Lassù (Nesaru). Questi a loro volta erano connessi con la luce del sole (sudest), il tuono (sudovest), il vento e il respiro della vita (nordovest) e la notte (nordest).Gilmore descrisse il metodo che era usato un tempo per orientare e costruire le abitazioni cerimoniali degli Arikara, che comprendeva l’allineamento della casa nella direzione del sole nascente al momento della costruzione. A meno che il tempo scelto non fosse vicino a quello degli equinozi, non si sarebbe potuto avere un orientamento sull’est (Chamberlain 1982). La posizione delle stelle era importante per conoscere il periodo in cui cadeva una cerimonia; la casa di terra serviva da osservatorio astronomico e i sacerdoti, sedendo sul lato occidentale, potevano osservare le stelle attraverso l’apertura per il fumo e attraverso il corridoio d’entrata orientato a est all’alba, allo zenit e al tramonto. I sacerdoti si muovevano all’interno della casa che, con il suo pavimento, rappresentava, con la sua pianta a buco di serratura, l’orizzonte di questo piano, cioè il piano intermedio in cui vive l’umanità attuale; il focolare era il passaggio per il sottosuolo e il buco del fumo il passaggio verso il cielo stellato, di cui la metafora era il soffitto a scodella della casa (Atira, la volta del cielo, letteralmente “venuta dal Mais”, era la parte femminile della divinità creatrice dei Pawnee Tirawa Atira,) sostenuto, come l’universo, dai quattro pali che segnavano le direzioni semicardinali, associate alle rispettive divinità, animali, piante, fenomeni naturali, età dell’uomo e così via. La casa sacra Pawnee e Arikara era orientata secondo l’asse est ovest, secondo il ciclo che va dall’alba, la nascita, il possibile e l’atto pensato (il corridoio-vagina) al tramonto, l’attuato e l’azione eseguita e portata a termine (la casa-utero).

Un altro tipo di edificio sacro è la kiva Pueblo. Kiva è la parola Hopi usata generalmente per designare una camera semi-sotterranea che serve da camera di lavoro, club sociale e camera sacra. In quella maschile le donne, che hanno kiva per le società femminili, entrano per portare da mangiare agli uomini, per pulire la stanza o per fungere da spettatrici in certe occasioni. Si entra dentro la kiva dall’alto, tramite una scala a pioli sul tetto, allo stesso modo con cui si entrava nelle abitazioni Pueblo, dai tempi delle primitive case a pozzo preistoriche fino al periodo in cui i conquistatori spagnoli imposero porte a livello della strada. Sul pavimento vi è un focolare e vicino è scavato il sipapu, l’apertura che collega con il Mondo Sotterraneo. Esso di solito è chiuso con una pietra o un’asse di legno su cui i danzatori pestano con forza, in modo che i morti sotto possano sentire. In una cerimonia alla fine dell’anno chiamata wuwuchim, un mese prima del solstizio d’inverno, quando i morti prendono parte alle iniziazioni dei giovani maschi, l’apertura è lasciata aperta. Anche la kiva rappresenta un microcosmo, uno dei “centri” Pueblo; gli altri sono la plaza, il villaggio stesso e il territorio del villaggio definito da sacre montagne nelle quattro direzioni. Il punto medio o centro del cosmo è rappresentato dal villaggio e dalle rappresentazioni simboliche del luogo di emergenza: il sipapu o ombelico della terra. Qualsiasi cosa di una certa importanza ha il suo posto appropriato nell’universo e la conoscenza è essenziale per il controllo. Se gli esseri umani sono armoniosi, gli esseri soprannaturali risponderanno alle loro richieste, purché essi seguano i rituali e le procedure appropriati. Ma ogni errore può influire su tutto il resto e provocare il disastro (Eggan 1972:297).

Il mondo Pueblo è generalmente sferico o, sul piano orizzontale, circolare e la parola Hopi per altare è la stessa per cerchio, anche se l’altare può essere lineare nell’aspetto fisico. Questo concetto vale anche per la kiva, che oggi è in genere rettangolare. I Pueblo, anche nei loro miti, non sono affatto interessati al loro inizio o all’origine di tutte le cose, provano interesse solo per la loro emersione dall’altro mondo situato nel sottosuolo; talvolta spazio e tempo sono uniti in una risoluzione del cosmo come tra i Tewa e gli Zuni e a Zuni il termine “centro” viene attribuito sia al villaggio che al solstizio d’inverno e quindi il centro dello spazio diventa anche il centro del tempo (Ortiz 1969:143). Tra i Pueblo l’umanità non scende dal cielo tramite una progenitrice come per altri popoli agricoltori, ma sale dal sottosuolo come le piante; talvolta l’umanità esce da un lago sotterraneo, che fisicamente può essere rappresentato dal Blue Lake dei Taos, oppure da un luogo mitico nel “nord”, Sipofene (si-pô-fe-næ), il “lago nel posto sabbioso” dei Tewa. Altre volte essa sale attraverso vari mondi-utero fino all’universo attuale attraverso un’apertura nel terreno detta sipapu in Hopi e tradotta generalmente come “ombelico”, equivalente al greco omphalos. E’ ovvio che nessun essere umano può venire fuori da un ombelico e che la traduzione, scambiando la causa con l’effetto è “pudica” e maschilista. Vede cioè la realtà dal punto di vista del figlio e non da quello della madre. Questo è tanto più vero se consideriamo la sessuofobia che ha paralizzato tanta parte della scienza occidentale e quindi anche dell’antropologia. La traduzione più corretta dovrebbe essere “vulva”, perché di questa si tratta. A questo proposito un mito delle origini degli Apache Jicarilla, la cui mitologia sente molto la vicinanza dei Pueblo, trae il parallelo in modo molto esplicito, il che, come osserva il curatore, Morris Opler (1994:26), è raro nella mitologia indigena: “La terra è nostra madre. Venimmo da lei. Quando salimmo su questa terra, è stato come il bambino che nasce da sua madre. Il luogo dell’emergenza è l’utero della terra.” Anche nel mito Arikara dell’emersione è un chiaro il riferimento al parto: Madre Mais esce dal mondo sotterraneo guidando l’umanità e altri esseri viventi. L’apertura era un po’ piccola, ma facendo uno sforzo riuscì a passarvi la testa. Al secondo tentativo riuscì a passare fino alle gambe. Poi avanzò dall’altra parte e tutto il popolo la seguì (Pettazzoni 1990).

La kiva riproduce l’emersione-nascita sia al livello del pavimento con il sipapu sia al livello del soffitto con l’entrata tramite la scala. Le grandi kiva delle civiltà Pueblo preistoriche riproducono la vulva-utero anche sul piano orizzontale, non solo verticale, con la caratteristica forma a buco di serratura. Oltre a ciò possono essere considerate delle toppe di chiave anche le cosiddette “porte a T” dei villaggi Anasazi, dato che gli antichi americani non conoscevano l’arco e la chiave di volta: in qualche modo la Porta a T è l’equivalente rettangolare delle voluttuose porte e finestre moresche. Dal 900 dopo Cristo in poi le vecchie case a pozzo vennero abbandonate come abitazioni e utilizzate solo come camere cerimoniali sotterranee. L’allineamento del sipapu,del focolare, del deflettore e del buco di ventilazione su un asse nord-sud restò una caratteristica standard in quasi tutte le kiva degli Anasazi fino al periodo Pueblo III (1100-1300). Le kiva in stile Mesa Verde aggiunsero nuovi tratti a questo asse, dato che con l’avvento della muratura in pietra, vennero inserite nicchie nel muro, in genere giacenti sull’asse sul lato opposto al buco di ventilazione. Quando diventarono comuni i sei pilastri di sostegno del tetto in muratura lo spazio tra i due pilastri più meridionali e direttamente sopra il tunnel di ventilazione venne reso più profondo per formare un recesso all’altezza della panca in muratura che circonda la stanza. Una prospettiva a volo d’uccello senza il tetto di questa kiva rivelerebbe una forma a buco di serratura. Le kiva a buco di serratura con sei pilastri in muratura e tunnel di ventilazione che entrano a livello di pavimento sono lo stile caratteristico degli Anasazi Pueblo III a Mesa Verde e nei vicini distretti del Northern San Juan come la Montezuma Valley. Stili distintivi simili si possono riconoscere anche per gli Anasazi Pueblo III di Chaco Canyon e Kayenta (Ferguson e Rohn 1987). L’orientamento nord-sud è tipico dei Pueblo e riflette i miti di emigrazione da un luogo a nord, dove il popolo era emerso, giù fino a sud dove trova il suo “centro”. Il nord rappresenta la direzione dell’inverno e, nel mito, della morte mentre il sud è la direzione dell’estate e della maturazione dei raccolti. Sempre tra i Pueblo vale la pena di ricordare la forma a toppa di chiave dei forni di origine andalusa, che si adattarono perfettamente a livello simbolico alle idee Pueblo sulla “cottura” degli essere umani nel “forno” del ventre materno, un’idea condivisa peraltro anche dai conquistatori spagnoli e dai loro antenati mediterranei.

Un altro disegno a buco di serratura si trova in un manufatto che abbiamo già incontrato: il mocassino, in particolare quello di alcune tribù delle Pianure settentrionali, come i Mandan, gli Hidatsa, i Crow e i Piedineri. Altri mocassini dei Crow e Piedineri hanno un tipico motivo a U, che può essere interpretato come un utero. In entrambi i casi il disegno è rivolto verso chi indossa la calzatura. Considerando il fatto che i mocassini erano confezionati dalle donne con disegni magici che proteggevano chi li calzava, è ovvio che i disegni a toppa e a U augurano abbondanza e nel contempo proteggono con la propria essenza femminile chi si avventura in terra incognita, cioè fuori del rassicurante ambiente del villaggio.

Riferimenti

Chamberlain, V. D.. When the Stars Came Down to Earth. Cosmology of the Skidi Pawnee Indians of North America. Los Altos, Ca. 1982.

Eggan F. Summary. In New Perspectives on the Pueblos, ed. Alfonso Ortiz, Albuquerque 1972.

Ferguson W. M. – Rohn, A. H. Anasazi Ruins of the Southwest in Color, Albuquerque 1987.

Gilmore, M. R. The Arikara book of Genesis. Reprinted from papers of the Michigan Academy of Science, Arts, and Letters, (v. 12, 1929). 1930

Opler, M. E. Myths and Tales of the Jicarilla Apache Indians, Dover, N. Y. 1994.

Ortiz A., The Tewa World: Space, Time, Being, and Becoming in a Pueblo Society. Chicago University of Chicago Press 1969.

Pettazzoni R.. (G, Filoramo, a cura di). In principio. I miti delle origini. Torino: Utet  1990.

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