La porta dell’Aldilà e la toppa di chiave (parte 1)

Il rapporto dialettico tra la vita e la morte rende il sangue così “sacro” e pericoloso tra gli indigeni americani, ma non solo. Presso molte tribù un guerriero che prendeva il suo primo scalpo doveva purificarsi allo stesso modo della fanciulla pubere, attraverso la separazione, il digiuno, l’uso del grattatesta e della cannuccia per bere e le stoviglie speciali. I divieti riguardanti le ragazze puberi e le puerpere sono gli stessi anche per i guerrieri come l’Uccisore di Apache dei Papago, le vedove e i vedovi, gli assassini, i becchini, i sacerdoti che si preparano a un rito.

Il rapporto tra sangue femminile e sangue guerriero viene espresso dall’idea azteca che le donne morte di parto e i guerrieri morti in battaglia fossero simili, tanto da andare insieme in cielo al seguito del Sole; un’altra usanza azteca rinforza questo rapporto: quando moriva una donna di parto i suoi parenti dovevano fare la guardia alla sua tomba, perché i giovani guerrieri erano in agguato per impadronirsi degli avambracci e delle mani del cadavere, considerati amuleti guerreschi potentissimi (Sahagun 1569).

Nel mito fondatore della cerimonia di cura dei Navajo chiamata Shooting Chant (Newcomb and Reichard 1989) troviamo l’ Allodola di Prateria, una compagna della Donna Ragno, incontrata dai Gemelli della Guerra nella loro prima visita al Sole. L’Allodola fu incaricata dal Dio Nero, il dio del fuoco, di prendere le piante per annerirsi nella Cerimonia di Guerra. L’allodola di prateria è su una vasta geografica l’uccello dei guerrieri, che ne imitavano il verso; prima di rientrare al villaggio vittoriosi essi aspettavano l’alba e si annerivano la faccia con fuliggine o succhi di piante. Grande Stella (Stella del Mattino), dio della guerra dei Pawnee riesce a superare l’ostacolo rappresentato dalle quattro divinità delle tempeste dei punti semi-cardinali e giunge dove giace Stella Brillante (Stella della Sera) la cui vagina è stata protetta dalla Potenza Creatrice androgina Tirawa Atira con denti di serpente a sonagli. Grande Stella riesce a violare la verginità della dea con un coltello di ossidiana e a metterla incinta di una figlia. La Stella del Mattino è una divinità guerriera ed è il signore dell’oriente, dell’alba: qui il rapporto anche con il parto è evidente, perché il guerriero irrompe all’alba, quando il cielo si arrossa, come il neonato irrompe fuori dal ventre di sua madre in mezzo al sangue. Questa valenza guerriera del coito e del parto del parto è chiara anche nella tradizione astrologica europea di origine semitico-egizia, dato che il primo mese dell’anno astrologico è coperto dall’Ariete. L’Ariete è co-significante della nascita, l’ariete è un animale da sacrificare, l’ariete è una macchina bellica che sfonda i portali delle fortezze e il pianeta preposto all’Ariete è Marte, dio della guerra romano. Il rapporto tra parto e guerriero non sfuggiva evidentemente neppure agli astrologi del Vecchio Mondo.

Il dio più grande degli Hopi oggi è Masau’u, il dio della morte e della superficie della terra, della guerra e della fecondità, signore del fuoco. Il suo aspetto è terrificante e tuttavia ambiguo. Può apparire come Briccone sessualmente incontinente e autore di terribili scherzi e contemporaneamente è una divinità molto seria, “uno il cui tocco può uccidere” (Tyler 1984:14). Quando l’esploratore dell’umanità emergente dai mondi sotterranei a questo mondo lo incontra per la prima volta lo trova proprio vicino al Sipapu, il buco dell’emersione e ombelico del mondo (degli Hopi); essendo il signore del fuoco, lo fissa e lo ravviva con un attizzatoio. Si muove di notte ed è il momento in cui ci vede meglio. Egli porta una torcia e da questo punto di vista è l’opposto del Dio Sole (Tyler 1984:17). Il suo volto è spaventoso perché ha la testa ricoperta da strati di sangue di coniglio, che la fanno assomigliare alla testa di uno scotennato ( lo scotennamento poteva andare dall’asportazione di un lembo di pelle grande come una grossa moneta a quella di tutto il cuoio capelluto, comprese le orecchie e parte della faccia). Tyler (1984:20) a proposito della testa insanguinata afferma: “E’ impossibile usare la parola sangue senza pensare a “sangue di vita”. Oltre a questa idea generale vi sono specifiche relazioni tra sangue e fertilità, in particolare le mestruazioni femminili. Si deve notare che Masau’u indossa un abito femminile, un tentativo di combinare un elemento femminile con un elemento maschile nello stesso spirito della fertilità. Tuttavia esso è un dio maschile con marcate qualità falliche – taglia leggermente  ingrandita, testa a forma di zucca e il fatto che prima dell’emergenza gli Hopi “lo sentirono camminare” (Gunn Allen 1992:69-69).

Come dio del fuoco è associato al bastoncino chiamato trapano da fuoco, l’elemento maschile del fuoco e il suo impersonatore talvolta porta un cilindro pieno di semi con cui bastona la gente finché il sacchetto scoppia e lascia uscire i semi. Egli indossa abiti alla rovescia, come tutti i morti, ma sono abiti femminili e i suoi impersonatori prima delle cerimonie vanno dove sono state sepolte delle donne per prendere gli abiti del cadavere, che saranno restituiti dopo il rito (Tyler 1984:20). Si delinea qui, sulla porta dell’Altro Mondo, un rapporto visto da un altro punto di vista tra sangue femminile, vita e morte. Nella mitologia dell’emergenza Hopi una versione assegna a Masau’u la creazione della luna e del sole, ma tramite l’aiuto femminile. Infatti quando gli Hopi emersero dal sottosuolo su questo mondo vi era solo buio e cominciarono a lamentarsi. Il dio li consigliò di costruire una fonte di luce usando del cotone (maschile), pregandovi sopra per farlo ruotare e salire in cielo. Essi provarono, ma la creazione di cotone emetteva solo una luce debole per cui decisero di ritentare. Masau’u li consigliò stavolta di usare un cesto usato da setaccio (femminile), perché è robusto e dura per sempre. Gli Hopi tentarono e coprirono il setaccio di vimini con una tela di cotone e poi con una pelle di bisonte (agricoltura e caccia), gli legarono un sacchetto pieno di cibo e vi dipinsero sopra una faccia, poi vi cantarono sopra delle preghiere che alla fine lo costrinsero a ruotare su se stesso e a decollare verso il cielo. Mentre saliva il disco emanava una luce sempre più forte finché apparve la luce piena del giorno. Molto bene, disse Masau’u, ma ora bisogna dare loro un nome; si fece avanti una donna che cominciò a battezzarli ritualmente lavando loro i capelli, per prima alla creatura dalla luce fioca, che chiamò “luna” e poi a quella dalla luce brillante, che chiamò “sole”. Dopo questa cerimonia essi fecero di nuovo ruotare il sole.

Il sangue mestruale è importante anche nella caccia rituale alle aquile nelle Pianure di cui abbiamo una dettagliata descrizione per i Mandan e gli Hidatsa. Le aquile, uccelli solari per eccellenza, sono presenti in gran parte dei rituali. Le loro penne sono parte integrante del costume guerriero, perché l’aquila non cattura solo prede vive, ma è anche un mangia cadaveri, come il sole cannibale, e per la loro connessione con la morte fanno parte del bagaglio dell’uomo di medicina. Anche il sangue mestruale ha connessioni con la morte, essendo in rapporto con l’esca (non l’aquila, che invece deve essere uccisa senza spargimento di sangue, tramite strangolamento) e con la buca/utero in cui il cacciatore attende l’uccello, nascosto sotto delle frasche su cui giace l’esca, pronto ad afferrare il rapace e trascinarlo dentro la buca.

“Orbene gli Hidatsa cacciano l’aquila nascondendosi in buche; l’aquila viene attirata da un’esca sistemata sopra e quando l’uccello si posa per impadronirsene, il cacciatore l’afferra con le mani. Questa tecnica presenta un carattere paradossale: l’uomo è la trappola ma, per assumere questo ruolo, deve scendere in una fossa, ossia assumere la posizione dell’animale preso in trappola; egli è contemporaneamente cacciatore e cacciagione … L’analisi del rituale convalida, in tutti i suoi particolari, questa ipotesi di un dualismo tra preda celeste e cacciatore ctonio … Un altro aspetto singolare della caccia alle aquile è che le donne durante i mestrui esercitano su di essa un’influenza benefica … perché evocano l’esca come sangue e corruzione e l’esca fa parte del sistema…” (Lévi-Strauss 1964:63-65).

D’altro canto la buca stessa è simile a quella in cui stava la ragazza pubere: Ella Deloria riferisce che quando ha il menarca la ragazza Lakota Sioux stava seduta in un buco profondo un braccio nel terreno in modo che il sangue di vita e la terra potessero mescolarsi, essendo entrambe le cose santi simboli di fertilità (in De Mallie 1983). Poteva venire usato sangue mestruale oppure un cadavere anche per la caccia alla balena tra i popoli Nootka e Makah della Costa Nordovest, perché, come abbiamo visto nel caso del dio Hopi Masau’u, la morte, il putridume (il nome del dio significa putrido, in decomposizione, in lingua Hopi) possono essere perfettamente in stretto contatto con la vita: così il sangue mestruale ha questa possibilità di essere fonte di vita e di morte. Tutte le informazioni sui popoli Nootka menzionano l’uso di scheletri, teschi o cadaveri durante il bagno cerimoniale che il baleniere fa per prepararsi alla caccia. Il baleniere e anche talvolta sua moglie, che lo assiste, si carica sulla schiena lo scheletro, poi si getta nella pozza d’acqua, dove nuota, tuffandosi e spruzzando a imitazione del cetaceo. Secondo Curtis (1916) questo uso era ancora in auge ai suoi tempi, alla fine del 19° secolo, ma gli avevano riferito che più anticamente erano usati cadaveri freschi: il corpo doveva essere maschile e morto da non più di quattro giorni.

Riferimenti

Curtis, E. S. The North American Indian (1907-1930) v.11, The Nootka. The Haida. Cambridge MA, 1916.

De Mallie, R. Male and Female in Traditional Lakota Culture, in Patricia Albers-Beatrice Medicine, The Hidden Half. Studies of Plains Indian Women, Lanham, MD, 1983.

Gunn Allen, P. Granmothers of Light, London, 1992.

Lèvi-Strauss, C. Il pensiero selvaggio,  Milano, 1964.

Malotki, E. – Lomatuway’ma, M. Masaw: Profile of a Hopi God,  Lincoln, 1987.

Newcomb, F. J., Reichard, G. A.. Sandpaintings of the Navajo Shooting Chant. Courier Corporation, [1937] 1989 .

Sahagún, B. Historia Universal de las cosas de Nueva España. facsimile edition, Milano, 1996.

Tyler, H. A. Pueblo Gods and Myths, Norman, 1984.

 

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