Un grumo di sangue: idee indigene sulla fecondazione (parte 2)

Le idee mitiche e fisiologiche sul sesso come atto procreativo riflettono l’asimmetria sessuale più o meno forte all’interno delle varie società indiane. Tra i Lakota, per esempio, l’asimmetria è marcata: l’elemento maschile, lo sperma, che in generale gli indiani pensavano come un tipo particolare di sangue, era considerato il più importante nella procreazione. Nutrito dal sangue mestruale, l’elemento maschile dava origine alla vita. Non vi era alcuna idea dell’esistenza dell’ovulo. Così sembra che anche sotto l’aspetto biologico il contributo maschile fosse considerato attivo e quello femminile passivo (De Mallie 1983:257). La violenta virata in senso patriarcale che subì la società Lakota è evidente anche a livello mitico: Inyan, la Pietra, è sempre più sentita come maschile ma dà origine al mondo come una donna, spremendo il sangue (blu) dal suo corpo. Nelle società matrilineari del Sudovest degli USA, invece, dove lo status femminile era alto, le coppie si auguravano la nascita di femmine, che avrebbero così perpetuato l’esistenza del clan. Le coppie Zuni si recavano presso la Roccia Madre, vicino al villaggio, la cui base era coperta da simboli della vulva e aveva migliaia di piccole coppelle, scavate dalle madri. La donna poneva un po’ della roccia grattata in un vaso e lo deponeva in una delle cavità, pregando di avere una figlia buona e brava; se per caso nasceva un maschio la colpa non era della Roccia Madre, ma di uno dei genitori, il cui cuore non era “buono”.

I sacerdoti indiani, che formavano le opinioni ufficiali tramite i miti, erano convinti per lo più che il sangue mestruale provenisse dal fegato e che, quando la donna smetteva di avere le mestruazioni, accumulasse dentro di sé quel sangue, che serviva così da nutrimento al seme maschile e iniziava a formare il feto. Nella lunga versione Arapaho della storia che va sotto il nome “Le spose degli astri”, il suocero celeste dell’eroina umana sposa di Luna (la sposa di Sole era una rana) stabilisce così dopo il parto senza preavviso della nuora: Tutto ciò va benissimo, ma a me non piacciono questi parti brutali che non hanno nulla di civile. Fra il concepimento e il parto devono passare dieci lune. Non si terrà conto dell’ultimo mese in cui la donna ha avuto le mestruazioni. Si conteranno poi otto mesi senza mestruazioni, seguiti da un decimo, che sarà quello del parto accompagnato da versamenti di sangue. Contando così sulle dita, la donna saprà di non essere stata fecondata all’improvviso da qualche animale selvaggio. Essa avvertirà la madre e il marito. Gli uomini sono fatti di sangue mestruale coagulato; per questo a loro piace la minestra di sangue cotto. In origine, il bambino che nasceva precedeva la perdita di sangue, ora invece la seguirà a dieci mesi di intervallo. E ogni perdita durerà dal primo all’ultimo quarto di luna, cioè lo stesso tempo che era passato dalla partenza di Luna per cercarsi una moglie fino al suo ritorno (Dorsey 1903:212-321, 178). Nella storia la ricerca era durata sei giorni.

Idee simili l’avevano i sacerdoti Navajo e Apache quando affermavano che la principale divinità femminile, chiamata rispettivamente Donna Cangiante e Donna Dipinta di Bianco, doveva essere stata mestruata quando il sole e poi la schiuma dell’acqua entrarono nella sua vagina per dar vita agli Dei Gemelli della Guerra. Molte altre tribù condividevano questa opinione, tra cui gli Hopi e gli Havasupai. Margaret Mead trovò che il tabù contro il sesso durante le mestruazioni tra gli Omaha, inizialmente inteso a proteggere gli uomini, in seguito si era trasformato in un controllo supposto delle nascite. I Navajo correvano i rischi magici connessi con il sesso durante il menarca se desideravano un figlio a tutti i costi e avevano problemi di sterilità. Tuttavia l’uomo doveva badare a restare sopra la donna o avrebbe corso il pericolo di restare lui incinto. Queste idee si collegavano alla necessità di compiere più atti sessuali per “formare” un figlio: i Gros Ventres del Montana e gli Apache Chiricahua dell’Arizona erano tra le tribù convinte che ci volessero vari tentativi. Un Apache spiegò: Quando un uomo fa l’amore con una donna un po’ del suo sangue (il seme) entra in lei. Ma la prima volta è poco e non tanto quanto ne ha la donna là. Il figlio non comincia a svilupparsi ancora perché il sangue della donna fa resistenza. Il sangue della donna è contrario ad avere il figlio, mentre il sangue dell’uomo lo vuole. Quando se ne raccoglie abbastanza, il sangue dell’uomo forza la venuta del figlio (Opler 1941:149). Così se la coppia faceva l’amore tre volte la settimana poteva avere il figlio “cominciato” in due o tre mesi ma, secondo un altro Apache, se una ragazza fa l’amore molte volte in una notte, non ci vuole niente a far cominciare il figlio.

La posizione forte della donna Navajo, nella cui società la festa più importante è quella della pubertà femminile, si riflette anche a livello mitico. E’ Prima Donna che si occupa delle questioni sessuali nel tempo della creazione e forma gli organi genitali costruendo un pene di turchese e una vagina di conchiglia bianca. Ella determinò anche il grado di desiderio, maggiore per gli uomini che per le donne; l’atto sessuale però doveva lasciare il pene debole e la vagina forte (Reichard 1983:31) I Navajo credevano anche che il potere vitale di una donna mestruata fosse tanto forte che, se lei passava sopra un uomo disteso, questi sarebbe rimasto incinto! Tra i Lakota, invece, le donne erano considerate più insistenti nella ricerca del rapporto e in ogni caso di indiscrezione sessuale erano ritenute le uniche responsabili.

Le tribù avevano idee diverse sull’attività sessuale durante la gestazione. Le Cocopah, le Apache, le Fox, le Lakota, le Cheyenne e molte altre si astenevano da ogni rapporto e ciò poteva continuare fino allo svezzamento totale, il che nelle Grandi Pianure poteva significare 4-5 anni. I Lakota credevano, inoltre, che se il figlio nasceva ricoperto di muco, cioè con la “camicia”, ciò era segno che i genitori non avevano osservato l’astinenza durante la gravidanza. I Kaska del Canada nordoccidentale erano convinti, invece, che il sesso durante la gravidanza aiutasse lo sviluppo dell’embrione, ma che eccedere provocasse la nascita di gemelli, per cui interrompevano appena sentivano i primi movimenti del feto. Gli Hopi, da parte loro, come gli altri Pueblo, erano convinti che un figlio andasse “irrigato” come un buon campo di mais e che il rapporto sessuale facesse bene sia alla madre che al figlio durante tutta la gravidanza. Anzi, se un marito cominciava a fare un bambino e poi interrompeva l’opera, la moglie avrebbe avuto molti problemi (Niethammer 1977:2).

 

Riferimenti

DeMallie, R.J. Male and Female in Traditional lakota Culture, in The Hidden Half, University of America Press, Lanham MD 1983.

Dorsey, G.A. Traditions of the Arapaho. Field Museum, Chicago, 1903.

Niethammer, C.J. Daughters of the Earth, Collier, Chicago 1977.

Opler, M.An Apache Lifeway : The Economic, Social, and Religious Institutions of the Chiricahua Indians, University of Chicago Press 1941.

Reichard, G. Navajo Religion, University of Arizona Press, Tucson AZ 1983.

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