Il Sole e la donna (parte 1)

La cosiddetta impurità delle fanciulle puberi e la santità delle persone sacre, per la mentalità primitiva, non differiscono materialmente l’una dall’altra (Frazer 1922 [1973:918-19).

Nel sistema delle direzioni della religione Sioux Oglala il nord è la sede del Gigante delle tempeste di neve, del Vento del Nord. Nel circuito profano il Nord è la direzione della terra degli antenati e quindi degli spiriti, ma nel circuito sacro, quando si entra in un tepee, il Nord è la direzione della vita e del respiro e dove risiede il Popolo Bisonte, la sorgente del cibo. Il Vento del Nord è associato all’inverno, waniyetu, che può essere tradotto come “il tempo/luogo del respiro/vita” e nel rituale il suo colore è il rosso. Rosso in Oglala si dice sa ed è legato etimologicamente a san, vagina. Il Popolo Bisonte ha la sua dimora nel nord e il termine generico per indicarlo nel rituale è pte, bisonte femmina (tatanka, bisonte maschio quando si vuole specificare). La vita, il respiro è ni, uno degli aspetti dell’anima secondo gli Oglala e il nord è anche la sede del ni. La direzione della morte, dove gli spiriti si avviano lungo la Via Lattea, “la direzione che ci sta sempre di fronte”, come dice Black Elk, è il Sud, dove ha la sua sede il Vento del Sud, il vento maschile per eccellenza, il cui colore è il bianco. Qui giunge la parte dell’anima chiamata wanagi attraverso la strada celeste e poi ritorna al Nord passando sotto la terra. Il messaggero del Vento del Nord è la gazza, un uccello mangiacarogne le cui penne sono usate dal guerriero ma che in Oglala ha un nome che si può tradurre “tempesta puzzolente” e fa riferimento all’odore della vagina, sulla cui origine si soffermano molti miti (Powers 1977:191). Questo ci conferma per altra via il carattere femminile del Nord, dato che l’associazione simbolica con animali puzzolenti come la Puzzola, l’Opossum e il Rospo è un segnale certo di femminilità (Lévi-Strauss 1966). La gamma totale degli attributi del Vento del Nord si può riassumere con gli aggettivi “vecchia, femmina, dispensatrice di vita ed eterna” Il Vento del Sud è un personaggio particolarmente virile e ha tutti gli attributi del marito Oglala: è coraggioso e lotta contro il Vento del Nord per proteggere Stella Cadente, che rappresenta la Terra giovane, primaverile e vitale, diversa dal Vento del Nord che può essere visto in questo aspetto come una suocera. Vento del Sud e Stella Cadente alla fine si sposano e se ne vanno. C’è un cambiamento negli schemi di sussistenza e l’agricoltura cede il posto alla caccia-raccolta nomade (Powers 1977:193).

Gli agricoltori Pawnee e Arikara di lingua Caddoan dividevano le direzioni dei punti cardinali in oriente e occidente; l’est e i suoi associati nordest e sudest sono maschili, legati alla guerra e alla conoscenza esoterica maschile, mentre l’ovest e i suoi associati nordovest e sudovest sono femminili, legati all’agricoltura e alla conoscenza esoterica femminile. Dato che durante il coito lo sperma può fecondare la donna oppure no l’est maschile è il regno del possibile, mentre l’ovest femminile, che tramite il parto attua la promessa della fecondazione, è la sede della realtà (Weltfish 1977, Parks 1996).

I Mandan e gli Hidatsa celebravano grandi riti per un’importante dea della vegetazione, la Vecchia che Non Muore Mai, e secondo i Mandan, che abitano la regione dell’alto Missouri dal 1400 dopo Cristo e forse anche da prima, essa aveva tre figli e tre figlie di cui il Sole e le tre sorelle, Stella del Mattino, Zucca Striata (nome di un astro satellite della Stella Polare chiamato ritualmente Donna di Lassù) e Stella della Sera, hanno un carattere che incute terrore. In particolare il Sole e Donna di Lassù sono cannibali e provocano anche gli aborti, la follia, la paralisi facciale, la siccità, la morte, l’infedeltà coniugale, le convulsioni, la debolezza di spirito e altre maledizioni (Bowers 1965:330). Nonostante il “solarismo” dei commentatori e degli studiosi ottocenteschi, legati al “solarismo” apollineo e virile di provenienza greco-romana, cristiana e illuministico- massonica, gli indiani non amavano il sole, ma lo temevano, anche se molte tribù di lingua Sioux e gli Algonchini centrali forgiavano un patto con il Sole tramite lo scalpo:

“Era in suo onore che si dava battaglia e che venivano presi gli scalpi … Il guerriero Menomini leccava il sangue che colava dallo scalpo ancora fresco per simboleggiare che il nemico veniva divorato dal Sole. I vecchi dicono che il Sole mangia gli uomini morti in combattimento” (Skinner 1913:79, 116 e 1911:309 in Lévi-Strauss 1971:354).

Vedremo poi che esiste un nesso preciso tra lo scalpo, la mestruazione e la fecondità sia a livello mitico che sociale.

La diversa devozione delle tribù delle Praterie verso il Sole o verso la Luna ha aiutato queste tribù a distinguersi tra loro. I Mandan e gli Hidatsa erano devoti della Luna e questa diversità era chiara anche agli indiani. Un Hidatsa diceva che il Sole aiutava i Sioux contro di loro e che la Luna aiutava gli Hidatsa e i Mandan. Gli Hidatsa chiamano “rana della Luna” le macchie dell’astro; il batrace è il grosso rospo della sabbia che Sole prese in moglie e questa specie viene rispettosamente appellata “nonna” e i bambini imparano a rivolgergli preghiere. Il Sole per i Mandan agricoltori/cacciatori è inesorabilmente ostile e le pietre che lo simboleggiano nella capanna sudatoria “sono nostre nemiche come lo fu il Sole”, precisa un informatore. Era il Sole a seminare la morte nelle spedizioni di guerra, portava i cadaveri in cielo, nella capanna della madre, che glieli preparava per i pasti. Ma egli cercava di non uccidere sia quelli che aveva favorito ispirando loro dei sogni, sia gli uomini preposti al suo culto, che gli facevano offerte periodiche di brandelli di carne umana e dita tagliate (Lévi-Strauss 1971).

Esiste un preciso rapporto tra il Sole guerriero e cannibale e l’agricoltura in tutta l’area che va dal Messico al Canada, cioè dagli Aztechi agli Irochesi, che erano agricoltori e praticavano il cannibalismo. I Seneca onorano ancora il Sole, En-de-kà Dä’-kwà in una danza del sole e chiamano la cerimonia En-de-kà Dä’-wa Da-non-di-non-io’ o ringraziamento al sole. La cerimonia non ha un periodo fisso, ma è proclamata da chiunque sogni che sia necessaria per il bene del villaggio. La danza comincia a mezzogiorno, quando vengono scagliate delle frecce contro il sole mentre la gente lancia grida di guerra, perché il sole ama i suoni e i simboli della battaglia. Il rito ha luogo all’aria aperta con il canto del detentore della canzone del sole che getta del tabacco nel fuoco. Due altre volte vengono scagliate salve di frecce come offerta al sole quando viene eseguita la grande danza della piuma in onore di Endaka Dakwa (A. C. Parker in Converse 1962:34). Probabilmente Parker riferisce quello che gli dicevano gli Seneca dopo anni di cristianesimo e religione di Lago Maestoso; io ritengo però che essi avessero perduto, dopo circa un secolo di pace, il senso profondo del rito, impegnato a placare il sole con il sangue della guerra e a minacciarlo di non avvicinarsi troppo ai raccolti (i Seneca svolgevano anche un rito di ringraziamento alla Luna, che veniva divertita con un gioco d’azzardo con noccioli di pesca e più anticamente ossa di cervo – l’azzardo è una “piccola guerra”; la cerimonia aveva luogo dopo il tramonto). (segue)

 

Riferimenti

Bowers, A. Hidatsa Social and Ceremonial Organization. BAE Bulletin no. 194. Washington, D.C. 1965.

Converse, M. H. Myth and Legends of the New York Iroquois, Port Washington, N.Y. 1962.

Frazer J.G. Il ramo d’oro. Torino, [1922] 1973.

Lévi-Strauss, C. Il crudo e il cotto, Milano 1966.

Lévi-Strauss, C. Le origini delle buone maniere a tavola, Milano 1971.

Parks, D. R. Myths and Traditions of the Arikara Indians. Lincoln, 1996.

Powers, W. K. Oglala Religion, Lincoln, 1977

Skinner, A. Social life and ceremonial bundles of the Menomini Indians. Anthropological papers of the AMNH, 1913.

Skinner, A. War Customs of the Menomini Indians. American Anthropologist 13 (2):299-312, 1911.

Weltfish, G. The Lost Universe, Pawnee Life and Culture, Lincoln, 1977.

 

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