Donne pericolose: Donna Doppia, Donna Cerva, Donna Gialla e le altre (parte 2)

In America esistono vari tipi di cervidi appartenenti alla sottofamiglia degli Odocoileini, dal caribù (Rangifer tarandus) all’alce canadese (Alces alces, in inglese moose) al cervo wapiti (Cervus canadensis, in inglese elk). Tra questi vi è una sottofamiglia di cervidi di media statura: il cervo a coda bianca o cervo della Virginia (Odocoileus virginianus), diffuso dal Canada al Brasile e il cervo a coda nera o cervo mulo (Odocoileus hemonus), che vive nell’ovest degli Stati Uniti e in Centroamerica. E’ il genere di cervide chiamato in inglese deer, un nome che i coloni gli affibbiarono per la sua somiglianza con il daino (Dama dama, che appartiene alla sottofamiglia dei Cervini). I cervidi hanno in comune la caratteristica di definire il proprio territorio e di attrarsi a vicenda tramite l’orina e l’odore di muschio essudato da ghiandole collocate vicino agli orifizi orbitali, nelle nocche delle zampe posteriori e negli zoccoli, nelle aree tarsiali e interdigitali. Il bianco dell’occhio e la cartilagine delle nocche servivano per gli incantesimi d’amore, per esempio tra gli Oglala (Powers 1995). Quanto agli zoccoli, servivano da ornamento per abiti femminili e per sonagli di danza. Gli animali vivono separati per la maggior parte dell’anno, le femmine e i piccoli riuniti in gruppo da una parte, i maschi solitari dall’altra; si riuniscono solo durante la stagione degli amori, dove i maschi gerarchicamente più importanti si procurano harem notevoli. La femmina del cervo canadese (elk) è molto aggressiva, come pure la femmina di caribù e la femmina del cervo della Virginia o del cervo mulo dà alla luce fino a tre piccoli alla volta, perciò i parti gemellari sono molto frequenti.

La narrazione che si concentra sull’aspetto di Donna Cerva sottolinea la seduzione sessuale nel sognatore: ella si presenta come una bella donna, che non rivela la sua natura finché non fugge come cerva dalla coda bianca o, più spesso, nera o la cui ombra è quella di una cerva. Thomas Tyon (Walker 1980:166-167) afferma che quest’uomo ama una donna e pensa sempre a lei; va nella foresta per uccidere un cervo e incontra la Donna Cerva Bianca, Can Tarca Yuwakanpi kin, seduta, che ride e lo guarda e sembra una donna. I due fanno all’amore e dopo l’amplesso ella si svela. Egli torna a casa completamente folle e solo i più forti sopravvivono; è per questo che il cervo a coda bianca è molto temuto. Lo stesso accade con Sinte Sapela Yuwakanpi, la Cerva a Coda Nera e la sola cura per quelli che sopravvivono consiste nel mangiare carbone. Ricordiamo che il carbone compare in modo importante nel complesso rituale della ragazza mestruata. In questa veste la Donna Cerva dalla Coda Nera e il suo doppio con la coda bianca è sinonimo di Anuk Ite, Faccia Doppia, che è identificata con la Donna Doppia, dove la duplicità rappresenta il comportamento sessuale appropriato e quello sconveniente di una donna.

Le donne che sognano di Anuk Ite hanno l’insolito potere di sedurre gli uomini. Queste donne non sono considerate normali ma wakan, sacre. Gli Oglala dicono che se un uomo incontra una donna sola nei boschi o nella prateria deve evitarla, perché può essere una donna cerva. Si crede che il cervo abbia un odore peculiare negli zoccoli che si trasforma in un bel profumo quando la cerva diventa una donna e agisce come un incantesimo malvagio sugli uomini. […] la donna cerva rappresenta una donna mestruata che è isolata dal gruppo. Un odore particolare è emesso dallo zoccolo. Avere rapporti sessuali con una donna cerva (una donna mestruata) metaforicamente può essere fatale (per la società). Molte tribù indiane credono che lo sperma sia in quantità finita e “sprecarlo” su una donna che non può concepire può essere devastate in termini di riproduzione e mantenimento della popolazione” (Powers 1986:39-40).

L’idea della mestruazione appare anche nella palla che portano le donne legate da una corda: la palla infatti è l’oggetto cerimoniale principale del Lancio della Palla, Tapa, Wanka Yap, cioè il rito di pubertà femminile, uno dei sette riti sacri descritti da Alce Nero (1975:173-186), dove la palla rappresenta Wakantanka, il Grande Mistero che permea l’universo. Il coito con una donna cerva-donna mestruata mette così in pericolo, per i Lakota e altre tribù, la fertilità stessa della nazione.

La Donna Cerva è chiamata Yunwitsansdi dai Cherokee di lingua irochese, che l’hanno portata con sé dalle montagne della Georgia e del North Carolina fino all’Oklahoma. I Cherokee però non associano particolare pericoli agli incontri con questo membro del Piccolo Popolo, come chiamano gli esseri soprannaturali, tranne quello di essere affascinato e di seguirla in strane avventure. Anche i Kiowa e i Choctaw la conoscono e spesso lei si presenta alle loro danze. I Ponca, di lingua siouana,credono che la Donna Cerva esista ancora oggi e sia il capo delle prostitute, incantando i giovanotti e attirando le ragazze a fare la vita nelle città. Ella incanta con lo sguardo, così nessuno può guardare in basso e vedere gli zoccoli di cervo sotto il vestito da donna. Se un giovane si lascia fascinare da lei, morirà.

“Al mattino qualcuno trovò il giovane. Giaceva morto, il corpo spogliato e nudo nella luce del giorno. Tutti videro come era morto, perché quando la Donna Cerva aveva preso il suo piacere da lui, aveva battuto e calpestato i suoi genitali con i suoi zoccoli taglienti come coltelli. Anche se fosse vissuto, non sarebbe più stato un uomo. […] Nessuno sa chi è la donna o da dove viene. Nessuno sa come o dove vive quando non danza. Perché di notte, quando la linea della stomp-dance gira e si attorciglia intorno al fuoco, la Donna Cerva scompare. Oggi, invece di un uomo, ella prende una ragazza con sé. Qualche volta la ragazza è ritrovata la mattina seguente, stesa nei boschi, pesta e sanguinante. Non è stata violentata, ma può restare sciancata per tutta la vita. Quando queste ragazze riprendono conoscenza, non possono ricordare chiaramente quello che è successo. Tutte dicono che sono entrate in macchina con una donna più anziana e che si sono allontanate in auto dalla zona della danza. Dopo di ciò non ricordano nulla. Qualche volta le ragazze spariscono e non si vedono per molto tempo. Può essere allora che un uomo che è venuto in città senza la moglie ne trovi una che gli cammina accanto, all’improvviso, sulla strada, a notte fonda. Quando lei gli parla, l’uomo deve unirsi alla ragazza, andare con lei fino alla camera ammobiliata e poi pagarla bene. Qualche ragazza torna a casa per fare un figlio, ma quando il bambino è svezzato, le ragazze lo danno ai nonni da crescere e ritornano in città. La Donna Cerva ha quelle ragazze e le tiene in pugno molto bene” (Marriott e Rachlin 1968:194-198).

Oltre all’ovvia osservazione che la Donna Cerva incarna le fantasie di castrazione maschile di fronte a una donna sessualmente attiva e aggressiva, questa tradizione moderna Ponca introduce un altro aspetto della Donna Cerva-Donna Doppia, quello lesbico. Avevamo già visto come, nella scelta della sognatrice Lakota (lingua siouana come i Ponca), vi sia anche il contenitore di pelle grezza del casco di penne tipico dei capi guerrieri e come ella sia patrona della magia di guerra nelle profezie e nella fabbricazione degli scudi, un’attività maschile per eccellenza, che richiedeva la protezione dall’influsso femminile, compreso quello della terra (gli scudi dovevano stare appesi). A questo proposito DeMallie osserva:

“La sognatrice della Donna Doppia, dato che sceglie uno stile di vita decisamente mascolino (non sposandosi, comportandosi aggressivamente e sollecitando una vita sessuale promiscua) e tuttavia avendo una qualche ragione socialmente riconosciuta per il suo comportamento, si pone in una posizione parallela a quella del winkte (il travestito). L’uno non è l’opposto dell’altra, ma entrambi rappresentano categorie intermedie tra il maschio e la femmina, simboleggiate da forme attive e disapprovate di sessualità e dalla produzione del miglior lavoro di ricamo. Sfortunatamente, si sa anche meno delle sognatrici della Donna Doppia che del winkte. Comunque è chiaro che il potere femminile (donatore di vita) di queste donne era simbolicamente morto. Ciò è espresso dal bambino visto pendere dalla corda che unisce la Donna Doppia, che simboleggia la perdita del potere di nutrire la vita” (DeMallie 1983:247).

L’interpretazione della scrittrice femminista Laguna Pueblo Paula Gunn Allen sul significato della corda delle sognatrici della Donna Doppia, lesbiche cerimoniali, è molto diverso:

“I Lakota hanno una parola per alcune di queste donne, koskalaka, che è tradotto come “giovane donna” oppure “donna che non vuole sposarsi”, nei nostri termini “lesbica”. Si dice che queste donne siano le figlie (seguaci/ discepole) di uno Spirito/Divinità che lega due donne insieme rendendole una nel Suo potere. Esse fanno una danza in cui una corda è intrecciata tra loro e attorcigliata per formare un ‘bambino di corda’. Lo scopo esatto o il risultato della danza non è menzionato, ma il suo significato è chiaro. In una cultura che valorizza i bambini e le donne perché li portano, due donne che non vogliono sposare (un uomo) diventano unite dal potere della Divinità e la loro unione è convalidata dalla creazione di un bambino di corda. Cioè il bambino di corda significa la potenza della loro unione in termini che sono comprensibili alla loro società, che perciò lo legittima. […] Sotto il regno del patriarcato, la lesbica cerimoniale è diventata anatema; la sua presenza è stata nascosta sotto la coltre del completo silenzio che distrugge il potere” (Gunn Allen 1986:258-259).

Il cervo è un animale connesso con la donna anche nella differenziazione sessuale mostrata dagli abiti. Unghioli, talvolta chiamati “dita”, e zoccoli venivano attaccati direttamente al vestito presso molte tribù delle Pianure; le donne Hidatsa decoravano l’estremità degli abiti con zoccoli di cervo se il marito aveva contato colpo in guerra, le Cheyenne decoravano il fondo e i lati con zoccoli di cervo, le Arikara usavano zoccoli di pecora di montagna sulle spalle e le Mandan decoravano le vesti con zoccoli di antilope e cervo. Ora tutti questi animali sono famosi per le loro imprese amorose. I denti canini permanenti dell’alce (elk, grande cervo americano), i denti da latte dell’alce e del cervo erano grandemente apprezzati come elementi decorativi. Mentre gli uomini usavano questi denti solo per le collane, le donne delle Pianure settentrionali (e in periodo più tardo delle Pianure centrali) li usavano con abbondanza. Le Mandan furono probabilmente le prime a utilizzarli e le Crow ancora oggi usano abiti di stoffa blu o rossa lussuosamente ornati di denti d’alce. Essi erano molto pregiati, tanto che ne venivano fatte delle imitazioni scolpite in osso. Un grande successo ebbe l’importazione della conchiglia Ciprea Moneta dell’Africa e del Pacifico, come sostituto del dente d’alce: è molto simile per forma e colore e, come dice il nome Ciprea, cioè Venere, somiglia alla vulva, nella forma a mandorla tagliata verticalmente. E’ interessante che dagli abiti ornati di zoccoletti si sia fatto strada, pare tramite i Chippewa, agli inizi di questo secolo, un abito da powwow per le jingle dancers, ragazze sonaglio, nome che deriva dai conetti di latta che risuonano durante la danza. Quest’abito è indossato da ragazze che danzano in modo molto vivace e aggressivo, ben diverso dal solito passo su e giù, molto posato e quasi fermo, delle danze femminili. E’ alquanto probabile che i conetti di latta siano la sostituzione moderna degli zoccoli di cervo e senza dubbio le danzatrici possono impersonare la violenta vitalità della Donna Cerva; d’altra parte l’ origine dell’abito ascritta ai Chippewa ci fa ricordare le donne cacciatrici, che seguivano il dogma algonchino per cui le ragazze sono le padrone del proprio corpo.

Esiste tra i Pueblo una figura di Signora degli Animali e cacciatrice molto interessante. Le Danze del Cervo o di altra selvaggina, che includono anche l’imitazione dell’antilope, dell’alce e del bisonte, si tengono a metà inverno, in un’epoca imprecisata tra Natale e l’Epifania. A Taos, dove questa danza è celebrata in connessione con il Natale, 25 dicembre, i Capi dei Cervi, seguiti dai danzatori cervi, dalle antilopi e da qualche bisonte, vengono raggiunti da due Madri del Cervo, spiriti che guidano le due colonne di animali. Queste madri sono talmente sacre che nessuno le può toccare durante la danza e la caccia simulata e per questo motivo due membri della Società della Grandinata Violenta le seguono, sorvegliandole, per tutta la durata della cerimonia (Tyler 1990:84).

“Per gli Zuni la dea della caccia è Ku’yapalitsa e per gli Hopi è Tih’kuyi, una bellissima vergine cacciatrice e madre degli animali. Come la mediterranea Artemide ella ha una duplice natura ed è vergine e madre, non solo degli animali, perché è patrona del parto. Stevenson la descrive semplicemente come “Ku’yapalitsa, una femmina guerriera che porta il nome di Cha’kwena“. Cka’kwena è un’importantissima kachina Zuni, che governa il parto con tale cura che deve visitare ogni casa, anche se il processo richiede più di un giorno. […] Se si deve seguire lo schema di Artemide, c’ la questione di una figura lunare, che segue naturalmente con il suo rapporto con le donne. Non ho trovato tale rapporto nel materiale Zuni, ma ci può essere tra i Keres. Lummis scriveva: “C’è una frammentaria storia Keres che porta evidenza interna che la sua eroina era la madre dei Gemelli Eroi – cioè la Luna” (Tyler 1964: 188-189).

Chakwena viene anche identificata con la gigantessa Shakoyo, madre dell’eroe Poshaiyanne, che è l’Uomo Puma, Custode della Selvaggina e legato al Puma, patrono del punto cardinale nord. Nel mito Zuni il Puma è l’Animale-Dio, fratello di Ku’yapalitsa, anch’essa una gigantessa, che è anche Chakwena e quindi i due si identificano per una grandissima affinità. La linea femminile divina della caccia, parallela a quella maschile, da cui traggono il loro potere i Capi di Caccia umani degli indiani Pueblo, si concentra intorno alle figure di Madre della Selvaggina e di Custode della medesima. All’inizio la Madre della Selvaggina era un vero e proprio animale e, descrivendo l’antilope nel mito e nella religione Pueblo, Tyler presenta tre Madri di crescente complessità : prima c’era una madre umana che partoriva un’antilope e quindi era trasformata in cerva. La figlia antilope è già divina, madre di antilopi ma anche di cervi e capre di montagna. Raccoglieva il sangue uscito da lei durante il parto e dalla sabbia intrisa di questo faceva nascere i due tipi di conigli. Veniva chiamata Donna-dell’Acqua-della-Nascita-del-Bambino o Acqua Amniotica ed era associata alla fertilità in genere.

Una dea affine a queste ma più complessa è Donna Altare di Sabbia, la cui sfera di potere si estendeva a tutti gli elementi umidi della vita e quindi era la madre di ogni cosa vivente, piante e animali. Di qui alla Grande Madre che combina in sé gran parte di questi elementi il passo è breve: Donna Ragno e Donna Pensiero, come abbiamo già visto. La cacciatrice Keres è chiamata Donna Gialla, Kochinaco. Nella sua personificazione di una delle sorelle dei punti cardinali è Donna Gialla del Nord e il puma è l’animale da preda di quel punto cardinale. A Cochiti è collegata alla pioggia e la pioggia tra i Pueblo è connessa strettamente agli animali cui si dà la caccia e in particolare al cervo. Contemporaneamente è anche guardiana della selvaggina e, quando assume questo ruolo, è la sorella e non la moglie del protagonista, Giovane Freccia. Ella è identificata con la luna ed è associata con il sole. Nei vari miti viene uccisa e ciò impedisce la caccia di Giovane Freccia finché egli non trova un modo per farla rinascere dopo quattro giorni. Come Luna Kochinako ha un ruolo importante come moglie del Sole. Mentre sta dormendo la luce del sole cade su di lei e la mette incinta dei Gemelli della Guerra. Ella appare anche come doppia: nel mito in cui è la guardiana degli animali rapita da Uomo Bisonte, è uccisa da suo marito Giovane Freccia perchè ella confessa di amare Uomo Bisonte. Quando lei scompare, Giovane Freccia non può più uccidere nemmeno un cervo. Dopo la sua morte, lui prende con sé “l’altra Donna Gialla”, cioè la luna nuova (Tyler 1990:128). Sia tra gli Zuni che tra i Keres la verginità di questa dea è più intenzionale che di fatto e non è considerata una virtù, ma un segno di egoismo, di chi vuole tenere tutto per sé, non solo la sua femminilità, ma anche la selvaggina. Ella respinge tutti i suoi corteggiatori e li costringe a test impossibili finché i Gemelli della Guerra non la sposano con un trucco. Nella storia Keres ci si riferisce a lei come alla madre di tutti noi e nella mitologia Keres ella è la madre dei Gemelli della Guerra, come abbiamo visto.

Riassumendo, queste creature soprannaturali, Donna Doppia, Faccia Doppia, Donna Cerva e Donna Gialla mostrano delle caratteristiche comuni: la duplicità ( Faccia Doppia ha due volti, uno bello e l’altro orrendo, vi è una cerva a coda bianca e una a coda nera oppure la sognatrice vede due donne cerve, Donna Gialla ha un’altra che la sostituisce, le sognatrici Lakota girano in due legate da una corda), il rapporto con gli animali (Faccia Doppia domina i lupi, Donna Gialla è una signora della selvaggina, il contesto in cui l’uomo vede la Donna Cerva o in cui è trascinato è il bosco o la prateria, fuori dal villaggio, nel regno del selvatico), il parto (Anuk Ite tormenta le donne che partoriscono con le doglie e la dea della caccia Zuni è identificata con una kachina protettrice del parto, Cha’kwena, Donna Gialla è la madre dei Gemelli), la luna (Faccia Doppia vuole prendere il posto della Luna, che si copre il volto, Donna Gialla segue i cicli lunari vivendo e morendo continuamente, i cervi sono animali legati alla periodicità a causa del cambio delle corna e hanno il deretano che assomiglia al disco lunare; il rapporto tra luna e cervo non sfuggiva neppure alle religioni europee), la guerra (le sognatrici della Donna Doppia possiedono magie di guerra e sognano disegni per gli scudi, Donna Gialla è la moglie del Sole e madre degli Dei Gemelli della Guerra, Cha’kwena è una donna guerriera). A proposito dell’aspetto guerriero ricordo lo scudo del Bisonte dei Kiowa, un tipo di scudo che Mooney descriveva come il più antico della tradizione di questa tribù e che datava intorno al 1770, in base al racconto di One Who Carries a Buffalo’s Lower Leg (Uno Che Porta La Gamba Inferiore di un Bisonte), all’epoca l’uomo più vecchio della tribù (McCoy 1995). Seconda la storia due donne Kiowa, che stavano fuggendo dai Pawnee, vennero inseguite da un orso e giunsero in un luogo dove c’erano una grossa roccia e un albero. Una donna si arrampicò sull’albero, ma presto l’orso la mangiò. L’altra, Vecchia Bisonte, si arrampicò in cima alla roccia e si salvò. Fuggì quella notte e durante una tempesta trovò rifugio dentro la carcassa di un maschio di bisonte. Mentre dormiva lo spirito del bisonte le parlò dello scudo del Bisonte e della sua forte medicina. Il giorno dopo Vecchia Bisonte ritornò a casa e guidò suo marito nella fabbricazione di sette scudi del bisonte, che lei dipinse. Non può sfuggire che le donne della storia sono due e che una viene uccisa da un orso, animale periodico a causa del letargo invernale. Gli scudi degli indiani delle Pianure, inoltre, sono rotondi come la luna (e come il sole).

Questi personaggi, perciò, sembrano incarnare il duplice aspetto della cosiddetta Grande Madre, che ritroviamo presso altre culture del Vecchio Mondo: rappresentano l’aspetto benefico e quello terribile della femminilità. Sono madri e protettrici del parto e femmine orgiastiche, sono vergini e signore degli animali, sono mogli esemplari e omosessuali, donano la vita e sono patrone della guerra, sono maestre delle arti, in particolare del ricamo con gli aculei di porcospino, un animale periodico connesso alle mestruazioni, e provocano il disordine mentale e sociale. Le donne delle ristrette gilde delle ricamatrici con gli aculei ricevono gli stessi onori dei capi guerrieri, mentre le lesbiche cerimoniali sono temute e rispettate, ma vivono ai margini della società. Questi personaggi esplicitano perciò aspetti di una divinità del genere Grande Madre, simile al binomio luna piena e luna nera, luna pregna e luna mestruata, Artemide – Ecate, impersonato dalla dee mediterranee, mediorientali e indù.

Riferimenti

Alce Nero, La sacra pipa, ed J. E. Brown, Milano1975 pp. 173-186

De Mallie, R. J., Male and Female in Traditional Lakota Culture, in P. Albers e B. Medicine, (ed.), The Hidden Half, Studies of Plains Indian Women, Lanham, 1983.

Gunn Allen, P.,The Sacred Hoop, Boston 1986, pp. 258-259

Marriott, A. – Rachlin, C.K., American Indian Mythology, Chicago 1968, pp.194-198

McCoy, R., Miniature Shields: James Mooney’s Fieldwork Among the Kiowa and Kiowa-Apache, in American Indian Art, vol. 20, no. 3, summer 1995

Powers, M. N., Oglala Women. Myth, Ritual, and Reality, Chicago 1986, pp. 39-40

Powers, William K. Il corteggiamento tra gli Oglala, Hako n. 5 autunno inverno 1995, Padova

Tyler, H. A. L’alce sacro, Milano 1990, p.84

Tyler, H. A. Pueblo Gods and Myths, Norman 1964, pp. 188-189

Walker, J. R., Lakota Belief and Ritual, Lincoln, 1980.

 

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