Donna, Canestro della vita (parte 1)

Nella vita indiana i canestri entrano nella sfera dei più intimi bisogni domestici, religiosi e sociali. In molte regioni del Nordamerica, dal Plateau al Sudovest, alla California, al Nordovest i bambini sono trasportati in cesti che fungono da culla sulle spalle della madre o appesi a dondolare dalle travi della casa mentre lei svolge i lavori domestici, fila o tesse e in questo modo i primi ricordi dell’infanzia sono inestricabilmente connessi ai cesti. I cesti servono poi per essere riempiti di ogni genere di alimenti nella raccolta delle piante selvatiche e della legna e cesti tessuti così fitti da essere impermeabili servono da secchi per l’acqua, da borracce (incatramati) e da pentole. I cesti servono da setacci e da piatti, da contenitori delle riserve invernali e, infine, da contenitori dei morti. Nel Sudovest un’intera sequenza di civiltà preistorica è chiamata proprio i Cestai (Basketmakers), la civiltà cioè che ha dato origine alla attuale cultura Pueblo.

I cesti sono la resa manifesta degli ideali e della brama di bellezza della donna indiana. I cesti sono i poemi della donna indiana, la loro plasticità la sua scultura. Essi intessono al loro interno la storia della sua vita e del suo amore. Il loro intreccio oggi è la stessa arte di sempre.[1]

Una leggenda degli Yakima, una tribù dello Stato di Washington, narra di una donna che dormiva e sognava della sua ignoranza su come compiacere l’uomo, così in sogno pregò Saghale Tyee di aiutarla: lo Spirito divino soffiò su di lei e le donò qualcosa che lei non poteva vedere, udire o odorare e neppure toccare e che era conservato in un cestino e tramite questo cestino tutte le arti del disegno e dei lavori femminili artistici furono donati alle sue discendenti.

Elsie Allen è un’indiana Pomo della California settentrionale e le donne della sua tribù sono tra le più rinomate fabbricanti di cesti, che sono quasi senza prezzo sul mercato d’arte. Nata presso Santa Rosa nel 1899, un periodo molto deprimente per il suo popolo, che stava a mala pena superando l’impatto gravemente distruttivo creato dal popolamento anglosassone e dalle corse all’oro, fu battezzata nella chiesa cattolica del paese. I Pomo a quell’epoca sopravvivevano come tosatori di pecore, taglialegna e braccianti nella raccolta del luppolo, ed erano cattolici solo nominalmente, perché vivevano troppo lontano dalla chiesa. Tra le varie tradizioni che le donne Pomo avevano portato all’interno della vernice di cattolicesimo c’era il digiuno rituale.

“Digiunavamo per molte cose, per esempio digiunavamo prima di cominciare a lavorare su un cesto come quelli con piume rosse o piume di picchio e lavoravamo il più a lungo possibile e poi quando eravamo troppo affamate mangiavamo ma non lavoravamo più al cesto. Il digiuno serviva a purificarsi per ottenere aiuto dal Grande Spirito per qualunque cosa facevamo”.[2]

Pochissimi sono i cesti Pomo e californiani in genere relativamente antichi che ci sono rimasti perché, come ricorda Elsie Allen, era uso seppellire una donna con tutti i suoi cesti e la provvista di canne ed erbe. Altri cesti erano distrutti anche ai funerali dei parenti; tutti i primi tentativi di Elsie finirono nella tomba della nonna e di altri congiunti e lei non se la sentiva quasi più di seppellire canestri. Sua madre però le disse che lei non voleva che i cesti fossero sepolti alla sua morte, anzi desiderava che restassero in eredità a Elsie, perché la aiutassero se riprendeva a intrecciare donandole così il permesso di copiare i disegni. Anche in quest’arte i disegni sono personali ed esiste un tabù specifico che proibisce di copiare i disegni dei canestri della Donna di Medicina. La madre espose canestri per sette anni alla Fiera di Boonville e nei dintorni e notò come la gente guardava la sua opera con piacere; intanto portava con sè Elsie e la faceva viaggiare, lasciandole alla sua morte nel 1962 un patrimonio in arte e in canestri. Alcuni Pomo però non erano d’accordo, compresi alcuni familiari. Alcuni cercarono di impedire a Elsie di intrecciare canestri, perché pensavano che era meglio abbandonare le vecchie usanze, per paura di sembrare arretrati e di essere derisi, altri invece temevano che qualche bianco imparasse a fare canestri Pomo, li vendesse e facesse soldi con l’arte Pomo. Elsie ricorda che dovette subire anche l’ostilità di quello che oggi si chiamerebbe un esponente dei Verdi:

“Anche un bianco venne a dirmi che non dovevo perché distruggevo molte piante. Egli non capiva che io sapevo molto bene che il taglio delle radici e la potatura dei cespugli in realtà aiutava la crescita e non c’era pericolo fino a che non si esagerava in nessun luogo con lo scavo delle radici e la potatura”.

Elsie però non si lasciò scoraggiare, sperando che i Pomo comprendessero che il recupero della propria eredità era importante e venne rafforzata nella sua decisione dall’incontro in un ristorante cinese con dei cinesi che trovò meravigliosamente attaccati alle loro tradizioni. Così con gli anni cominciò a insegnare all’Art Center Mendocino di Mendocino City.

Mrs. McCabe, sognatrice e cestaia Pomo, parlò in un documentario sul significato di avere una tradizione, cioè su come una donna diventa cestaia presso il suo popolo, un procedimento guidato interamente da uno spirito maestro quando giunge l’età appropriata. Questo era il solo significato che lei dava alla parola tradizione, cioè avere uno spirito guida, e il solo contesto in cui lo usava, cioè fabbricare un canestro per una persona seguendo le istruzioni dello spirito guida. Inoltre il possesso di un canestro deve avvenire tramite dono e non acquisto.

Elsie Parrish, era la Sognatrice dei Pomo Kashia ed è morta qualche anno fa. La Sognatrice è la persona responsabile per la continuità dell’esistenza del suo popolo come entità psichica, cioè tribale ed è attraverso i suoi sogni che il popolo esiste e ha realtà. Ella è la madre del popolo non perché dà vita fisicamente attraverso la nascita, anche se può avere figli carnali, ma perché gli dona la vita attraverso il potere dei suoi sogni, li rende vivi.[3]

Le donne Pomo non potevano intrecciare canestri quando avevano le mestruazioni, ma se per caso iniziavano il loro periodo mentre stavano lavorando e non volevano interrompere, risolvevano il problema inserendo dei pezzetti di calami di penne dell’uccello martello giallo nel punto in cui stavano lavorando e continuavano a lavorare. (segue)

[1] Navajo School of Indian Basketry, Indian Basket Weaving, New York 1971 (1903).

[2] Elsie Allen, (ed.Vinson Brown), Pomo Basketmaking. A Supreme Art For The Weaver, Happy Camp, Ca. , 1988 (1972)

[3] P. Gunn Allen, The Sacred Hoop, Beacon Press, Boston, 1986, p. 204

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