Il terrore delle mestruazioni (parte 4)

La visione spontanea è parte della natura femminile più che di quella maschile e in molti casi, secondo Landes (1938), la visione spontanea venne sperimentata da donne e ragazze che dimostrarono grande talento in altri campi. Donna Cielo era famosa per come padroneggiava quasi tutte le tecniche praticate da un Ojibwa, maschio o femmina: viveva da sola e “sognava”; si sposò tardi e continuò a “pensare” per tutta la vita, anche dopo che diventò vedova. Era conosciuta come una visionaria che praticava un metodo importante di cura, ma era considerata una veggente strana, perché viveva “come un uomo”.

Specifici interessi artistici promuovono o sono causati da esperienze visionarie, ma anche altre attività sono potenziate dalla visione, come l’atletica. Le ragazze hanno visioni che le dotano di potere nelle gare di corsa e nell’hockey femminile, come nel caso di Donna Parte Cielo, che sognava spontaneamente di una nuvola che le diceva che il suo corpo sarebbe stato forte e leggero come il suo e per più di nove anni vinse sempre il primo premio in ogni gara. I ragazzi vengono seguiti attentamente perché si assicurino potere soprannaturale tramite una speciale tecnica di digiuno e sono altrettanto seguiti in speciali attività economiche e onorifiche. Anche la mitologia si occupa delle attività e delle ricompense degli uomini. Il lavoro delle donne al contrario, ricorda Landes, ” non è nominato né per il bene né per il male” almeno nelle riunioni degli uomini. Convenzionalmente non è giudicato per niente, semplicemente non gli è concesso alcun pensiero. Privatamente, un uomo può essere contento del lavoro di concia o di ricamo al telaio di sua moglie, in un momento di distrazione può persino spingersi a spiegare che sono stati questi meriti eccellenti che l’hanno spinto a percorrere molte miglia per chiedere la sua mano. Le donne stesse vivono in un mondo di valori loro proprio, un mondo chiuso agli uomini. Madri e figlie discutono i meriti del loro lavoro come fanno gli uomini e quando il villaggio si riunisce per il quarto dell’anno, le famiglie si fanno visita e gruppi più grandi di donne discutono dei loro interessi. Ma queste discussioni e vanterie non sono formali, come quelle degli uomini; appartengono al livello del pettegolezzo. Il primo lavoro di concia o di ricamo con le perline di una ragazza passa sotto silenzio. E’ così poco considerato dalle convenzioni che ella continua a fare mocassini anche nell’atmosfera inquinata della capanna mestruale.

La Landes tuttavia dà un’idea distorta della situazione delle ragazze Ojibwa, forse perché aveva sotto gli occhi le ragazze che abitavano le isolate aree dell’ Ontario degli anni negli anni 1930, diventate più o meno cattoliche dal 18° secolo. Infatti, considerato il grandissimo valore soprannaturale dei mocassini, è impossibile che le ragazze confezionassero mocassini se erano tanto pericolosamente negative. Vi sono moltissimi resoconti in cui i viaggiatori e i gesuiti francesi venivano accolti da guerrieri e capi nudi, tranne che per i mocassini. I guerrieri si cospargevano le gambe di “medicina” per contrastare il malefico influsso che poteva danneggiarli sui sentieri in terra nemica e i mocassini stessi avevano disegni che erano rivolti verso chi li indossava e raffiguravano “sogni” e auguri protettivi (Frazer 1990).

I mocassini servivano anche a proteggere chi camminava, uomo, donna o bambino, dal pericolo di malattie che potevano colpire chi attraversava senza saperlo la traccia di qualche animale potente, come il serpente oppure i sentieri che le donne della tribù nemica percorrevano quando avevano le mestruazioni tra la capanna speciale e il villaggio, per cui il potere di guarigione della ragazza mestruata serviva da protezione potente.

All’epoca della chiusura delle cerimonie del raccolto, dopo il grande festival di magia dei “dottori” gli Arikara restituivano Madre Mais all’oriente, gettando nel fiume Missouri un fagotto che conteneva una pannocchia di Mais e dei mocassini di bambini. Il mocassino è considerato un simbolo di fertilità (come la scarpa in Europa) perché rappresenta i genitali femminili, la vagina “calzata” dal pene; per questo i mocassini dei bambini rappresentano fertilità, richiesta di figli e mais e che i bambini, speranza del futuro, crescano. Nella sequenza di canzoni delle cerimonie agricole di primavera dei Pawnee la sequenza maschile comincia il primo verso con il mocassino: “Mia madre è ora dentro la casa / egli scuote un sonaglio di zucca mentre canta. / Il mocassino è ora dentro la casa …” Questa è la seconda stanza delle prime otto Canzoni del Sacrificio per la Stella del Mattino, in cui gli Skidi Pawnee sacrificavano una prigioniera. In questa seconda stanza l’idea centrale è che, attraverso la presenza di Madre Mais nella casa di terra, anche i poteri dei mocassini, che sono quelli che dovrà indossare la prigioniera da uccidere, sono presenti. I mocassini sono una copertura esterna, come la copertura delle nuvole e i poteri sono all’interno, come in un sacco magico per seminare (Murie 1989).

Che la mestruazione fosse associata con il potere soprannaturale o fosse in se stessa potere era un’idea condivisa un tempo dalla maggior parte dei popoli del mondo. Anche se sono state registrate credenze basate sulla paura delle donne mestruate, che potevano influenzare coloro (compresi gli animali maschi) che entravano in contatto con lei, sono sempre state registrate anche credenze degli indiani sul fatto che queste donne e le ragazze puberi potevano anche curare e sanare.

E’ quindi molto più probabile che proprio la “potenza” soprannaturale della ragazza mestruata, che era ricercata per guarire malattie, come testimonia il nonno dello scrittore Chippewa Gerald Vizenor, fosse il motivo per cui i mocassini erano confezionati nella capanna mestruale e “caricati”: “Quando ero giovane avevo molte verruche sulla mano […] Ero quasi completamente coperto di verruche. Una vecchia della mia tribù (Chippewa) mi consigliò di andare da una ragazza che aveva costruito una bakan ishkotawe (fa riferimento a un fuoco altrove, lontano dalla propria capanna) a qualche distanza dal nostro odena (villaggio), e che stava sottoponendosi al periodo Giigwishimowin (digiuno) e di farmi curare da lei. Io mi vergognavo molto delle mie brutte mani piene di verruche e così con riluttanza seguii il consiglio. Fui avvisato sul fatto di evitare di incrociare le sue tracce e di avvicinarmi alla capanna dal lato e con grande attenzione e, se la raggiungevo senza problemi, di far passare le mie mani di fronte all’apertura e dire, sono venuto per farmi curare le mie mani. Mi avvicinai alla capanna, feci passare le mani sull’entrata e ripetei le parole secondo le istruzioni ricevute. Ella si bagnò le dita con la saliva e toccò tutte le verruche delle mie mani e quando ebbe finito, io tornai al villaggio ripercorrendo le tracce che avevo lasciato. Nel giro di cinque giorni tutte le verruche sulle mie mani scomparvero” (Vizenor 1970).

Anche nella tradizione occidentale esiste l’idea del potere curativo della mestruazione e Plinio il Vecchio, dopo averne detto tutto il male possibile, dichiara che pur causando la rabbia ai cani, il sangue mestruale può curare chi la contrae e sana foruncolosi e sterilità, mentre il medico Ictidas consigliava alle persone affette da febbre quartana (dovuta alla malaria) di avere rapporti sessuali con una donna mestruata. Per i Kwakiutl, abbiamo già visto, è chiaro il rapporto tra la ragazza mestruata e la ricchezza rappresentata dall’orchessa, di cui in seguito gode tutta la tribù, mentre per gli Hidatsa, i Mandan e gli Irochesi il sangue mestruale era “buono” per i campi coltivati.

 

Riferimenti

 

Beck P.V. – Walters A.L., The Sacred. Ways of Knowledge. Sources of Life. Tsaile,1977.

Frazer J., Il ramo d’oro, Torino.1990.

Landes R., The Ojibwa Woman, New York, 1938.

Murie R., Ceremonies of the Pawnee, University of Nebraska Press, Lincoln, 1989.

Vizenor G., Anishinabe Adisokan: Tales of the People, Minneapolis.1970.

 

 

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