Il terrore delle mestruazioni (parte 3)

Non tutte le ragazze native però erano sottoposte a trattamento così severo o così cupo come le adolescenti della Costa Nordovest. Maria Chona, Papago dell’Arizona, per esempio, raccontava: “Essi scelsero la cugina di mio padre per prendersi cura di me. Era la donna più industriosa che avevamo, sempre a correre con il cesto da carico. Quella vecchia veniva da me al buio, quando non era ancora l’alba. […] Correvamo, molto lontano attraverso la pianura e su per le montagne a prendere l’acqua e la legna e tornavamo prima che fosse giorno. Io lasciavo il mio carico fuori della casa di mio padre e non entravo […] Tutte le ragazze venivano vicino alla Piccola Casa mentre quella donna parlava. Non venivano vicino, perché non sarebbe stato sicuro e lei avrebbe detto: “Andate via!”. Ma si sedevano ad ascoltare e quando lei era stanca di parlare, ridevano e cantavano con me. E giocavamo un gioco con dei sassolini e una palla. Prendevamo i sassolini in modi diversi con una mano, mentre afferravamo la palla con l’altra. Oh, ci divertivamo alla Piccola Casa, specialmente quando quel primo mese finì. Ma le altre donne che erano pericolose non venivano, sarebbe stato troppo. Io dovevo stare quattro giorni e poi non ero più pericolosa. […] E’ un gran periodo quando una ragazza diventa donna, un tempo felice. Tutti nel villaggio sapevano che ero stata alla Piccola Casa per la prima volta, così vennero alla nostra casa e il cantore per le ragazze venne per primo. Quel cantore era la Gamba del Capo […] Era quello che cantava per ogni ragazza del villaggio quando diventava donna e sua moglie danzava di fronte a lui. Lei era quella che doveva ricevere i miei capelli quando mia madre li avrebbe tagliati […] Non c’era fuoco, ci scaldavamo ballando. Ogni quattro canzoni Luis la Gamba smetteva […] noi ragazze andavamo a sederci mentre gli uomini fumavano […] C’erano ragazze che non venivano con noi e ragazzi che non andavano a sedersi con gli uomini […] A mezzanotte mia madre portava le giare di succo di cactus fermentato, il “succotash” (verdura di fagioli e mais, N. d. A.) […] Ogni mattina davamo i doni a Luis e a sua moglie, i miei capelli tagliati e fagioli secchi e cibo cotto e il telo di cotone tessuto a mano che indossavo come abito. E alle mie amiche che avevano danzato con me davo le mie perle e i miei canestri, perché questa gente aveva sofferto e sopportato la mancanza di sonno con noi […]Alla fine la luna aveva fatto un giro completo di nuovo ed essi mi fecero fare il bagno. Tutti i miei abiti se n’erano andati. Tutta la carne secca e i fagioli erano stati mangiati. Ma io ero cresciuta. Ora lo sciamano poteva purificarmi e darmi un nome.” (Underhill 1977).

Landes (1938) presenta la ricerca di visione della ragazza Ojibwa come un’ordalia di paura, ma alla luce dell’esperienza di Maria Chona probabilmente dovremmo considerare le sue parole in modo molto più positivo: mentre è ossessionata e rattristata con il terrore di se stessa, si suppone che la ragazza cerchi una visione. Che molte ragazze non ne abbiano in questo periodo non è sorprendente, perché hanno molte e non spiacevoli distrazioni. Tanto per incominciare, questo nuovo punto di vista di se stesse è sorprendente. Esse vedono i padri e i fratelli sotto una nuova luce e, di conseguenza, anche gli oggetti, le armi e gli abiti maschili. Sperimentano l’idea di stendere delle foglie come avvertimento e di ritirarsi dal sentiero di un uomo.
Landes non sembra comprendere la profonda religiosità che pervade ogni più piccolo aspetto della vita indiana e banalizza anche questo aspetto della vita femminile, che è tra i più importanti, non comprende che vita fisica e vita spirituale sono una sola cosa e che la “visione” cercata in modo tanto ossessivo dai maschi, per le donne è considerata naturale, parte della loro natura. Ella così vede il raduno delle ragazza “nuove” e le visite che si scambiano solo come fonte di piacevoli pettegolezzi. E’ un aspetto che c’è senz’altro, ma non è il solo ed è in contraddizione con gli elementi di terrore che la stessa Landes inserisce nel racconto: invece di meditare tristemente sul soprannaturale, almeno per quanto è determinato da uno stomaco affamato, le “nuove” donne si fanno visita reciprocamente nelle loro capanne solitarie. Discutono della loro nuova possibilità di essere scelte sessualmente e in generale della raggiunta maturità adulta. Inoltre, se l’isolamento avviene in primavera e in estate quando si può viaggiare facilmente e la gente vive sparsa, gruppi di giovanotti irromperanno attraverso la barriera del tabù. Gironzolando per la foresta i giovani spiano la loggia mestruale e lo fanno in sfida a ogni dogma. La ragazza grida, si copre gli occhi per difendere gli uomini dal suo sguardo letale e getta le braccia in avanti contro la possibilità di uno stupro.
Dopo la fine del flusso la ragazza si lava, indossa abiti nuovi e passa attraverso cerimonie stagionali durante l’anno successivo in cui ella fa sacrifici al cibo più importante di quella stagione e allo spirito della femminilità malvagia. Così si assicura sufficiente assoluzione dalla sua maligna influenza da poter mangiare cibi freschi senza danno per i loro principi mistici e senza pericolo per gli uomini e le persone giovani che entrano in contatto con questo cibo e con lei. Queste sono semplici cerimonie condotte, come la cerimonia mestruale, dalle donne anziane della casa, di solito la madre e la nonna e durante l’estate le vicine anziane del villaggio sono invitate. Con queste cerimonie la ragazza si assicura di avere titolo di adulta e quindi di essere disponibile per il matrimonio. La cerimonia di pubertà maschile invece non rende il ragazzo disponibile per il matrimonio. Prima egli deve dimostrarsi capace economicamente (Landes 1938).

Le Navajo non interrompono i loro mestieri quando hanno le mestruazioni, dopo aver ricevuto con la cerimonia della pubertà, la “kinaalda”, il riconoscimento pubblico attraverso una festa memorabile. Indossando assorbenti di pelo di pecora sbrigano i loro affari, perché “sono state cantate”, cioè hanno ricevuto la protezione cerimoniale e devono solo badare a non partecipare alla cerimonia Nightway o a contaminare il cibo del marito con il sangue. Poiché questo sangue è potentissimo ogni cura viene posta nel farlo sparire dalla circolazione, per evitare la stregoneria (Beck e Walters 1977) . Le ragazze Lakota, molto più a nord, per esempio, mettono le pezze sudice tra i rami di un albero vivo, preferibilmente un prugno, simbolo di fecondità, perché non le afferri Coyote per mangiarle, acquistando così un potere su di loro che porterebbe a comportarsi da sgualdrine (Walker 1991).
Coyote è una figura di demiurgo – ingannatore molto diffusa; è irresponsabile ma, a causa delle sue azioni generalmente dettate dall’avidità e dalla lussuria, conseguenze irreversibili ne derivano per il genere umano. Coyote, per via della sua sessualità esagerata, è intimamente connesso con le donne e in molti miti è lui che ha creato le mestruazioni. Un mito degli Havasupai, che abitano nel Grand Canyon dell’Arizona, narra perché le donne sanguinano ogni mese e perché si astengono dal cibarsi di carne:
Molto tempo fa, quando il mondo era ancora umido, prima che la razza umana l’abitasse e quando gli animali erano come gli esseri umani, Scoiattolo viveva tra le Montagne San Francisco. Un giorno prese la tibia di un cervo e vi dipinse sopra un disegno. Dopo il tramonto scagliò l’osso ad oriente pregando che l’alba seguente venisse da lui una ragazza. La ragazza arrivò proprio secondo le preghiere di Scoiattolo e visse felice per un certo tempo all’accampamento con il suo custode, Scoiattolo e i suoi fratelli Coyote e Cane Bianco.
Un giorno Coyote chiamò la sorella dicendole: “Sorella, devi stare qui mentre io vado a caccia”. La ragazza attese per un po’ e Coyote ritornò trasportando un cerbiatto che aveva ucciso. La ragazza fu contenta di vedere il cerbiatto e gli si sedette vicino pregustando il pensiero della carne che avrebbe mangiato. Mentre Coyote stava macellando la bestia ella accarezzò il pelo liscio del cerbiatto e gli toccò le orecchie e il muso. Coyote dopo un poco le disse di porgergli qualcosa e quando lei si voltò per prenderglielo, Coyote immerse la mano nel sangue fresco e poi la ficcò su per le cosce della ragazza vicino alla vagina. Allora Coyote gridò: “Oh, sorella, stai mestruando. Ora non puoi mangiare carne finché non sarai purificata, dopo che saranno passati quattro giorni”. La ragazza si arrabbiò perché non poteva mangiare la carne e Coyote le disse: “Da ora in poi questo ti accadrà una volta ogni mese. Dopo quattro giorni dovrai fare il bagno”.La ragazza se ne andò a letto infelice e la mattina dopo quando si svegliò era ancora arrabbiata con Coyote, così se ne andò presto dal campo senza dire niente ai suoi parenti. Corse via in una terra a occidente dove è vissuta da allora in poi (Niethammer 1977). Questo mito è molto importante perché mette in rapporto non solo Coyote e la ragazza, ma anche la donne e il cervo e la donna, con l’est e l’ovest e queste connessioni mitiche e religiose ritornano con grande frequenza presso le più varie popolazioni indiane, come vedremo in seguito.

Talvolta anche i mariti vengono coinvolti direttamente dallo speciale stato fisico della moglie: in California il marito Pomo restava recluso in casa vicino alla moglie, curandola e nutrendola e svolgendo le faccende per lei ogni mese per quattro giorni, dato che era sottoposto anche lui alle restrizioni della moglie riguardanti il toccare altre persone di sesso maschile o il parlargli (Underhill 1977). “L’isolamento non veniva sempre sentito come un periodo negativo. Per una donna come Maria Chona, abituata a correre nel deserto per molti chilometri trasportando legna, acqua e frutti selvatici quei quattro giorni al mese erano un piacevole riposo e anche un segno di potere: “Guarda, ecco, è una festa per noi donne. Niente lavoro da fare, non importa quanto lo vogliano gli uomini”. “Non ti dispiace che la gente sappia?”. Ora lei era stupita. ” Perché dovrei? Quello è il tempo in cui noi siamo potenti e gli uomini hanno paura. Ci piace vederli camminare furtivamente con la schiena girata”. Poi ridacchiò: “Non importa quanto mio marito desideri che io faccia una cosa in questi giorni, non può farmela fare” Infatti le storie che mi hanno raccontato le donne trattavano spesso del modo in cui gli uomini erano stati messi in rotta e frustrati da questo potere per loro irraggiungibile. Ella intendeva l’antica fede che la donna nei suoi periodi sia il vaso contenente un potere soprannaturale, il potere che le permette di dare la vita. Questo potere è così diverso dal potere dell’uomo di cacciare e uccidere che i due devono essere tenuti divisi.” (Underhill 1977)
E’ un potere che nella donna è naturale e che l’uomo deve cercare di ottenere a caro prezzo, con immensi sacrifici e rinunce, isolandosi in paesaggi solitari e impervi, digiunando, torturandosi e “piangendo per una visione”. Gran parte della letteratura dà spazio alla ricerca di visione maschile e ignora semplicemente come “impura”, “contaminante” la visione femminile. Le cose stavano in modo diverso e se gli indiani urbanizzati o detribalizzati lo affermano anche loro, essi sono solo la prova vivente della penetrazione delle idee europee patriarcali e ufficiali nel tessuto ideologico e sociale indiano. Le donne potevano non sottoporsi alla ricerca di visione perché questa veniva in loro naturale e gli indiani tradizionalisti lo sanno; vi erano tuttavia molte tribù in cui anche le donne erano incoraggiate ad avere uno spirito guardiano tramite l’isolamento.
La ragazza Apache che dà la cerimonia di pubertà è “santa” e solo con il suo potere guarisce e fa venire la pioggia.
Il digiuno, l’ingestione di sostanze allucinogene o l’autotortura non sono gli unici modi per avere delle visioni. Alcune persone hanno visioni senza cercarle. Nella lingua Ojibwa “avere compassione” di un altro significa adottarlo e aver cura di lui come un genitore o un nonno ha cura di un bambino. Di conseguenza, riferisce Landes, l’essere soprannaturale compassionevole è legato al suo protetto dal legame di lealtà più stretto che esista tra gli Ojibwa. Quando i genitori mortali muoiono una persona visionaria può sempre contare sui suoi spiriti guardiani. Come risultato del continuo suggerimento che i bambini cerchino visioni, le visioni spontanee sono piuttosto comuni. Le ragazze e le donne hanno più probabilità di ottenere visioni in questo modo informale degli uomini e dei ragazzi. Ciò si comprende per il fatto che le ragazze sono meno oggetto di pressioni perché digiunino per avere un “sogno” e quindi sono più suscettibili di visite spontanee soprannaturali, mentre i ragazzi sono condizionati a ottenerle con la tecnica più deliberata. La visione spontanea, afferma Landes (1938), spesso offre la prova di certe attitudini naturali che non si possono intuire tanto facilmente con la visione incoraggiata dal digiuno. (segue)

Riferimenti

Beck P.V. – Walters A.L., The Sacred. Ways of Knowledge. Sources of Life. Tsaile, 1977.
Landes Ruth, The Ojibwa Woman, New York, 1938.
Niethammer Carolyn, Daughters of the Earth. The Lives and Legends of American Indian Women, New York, 1977.
Underhill Ruth in P.V. Beck-A.L. Walters, The Sacred. Ways of Knowledge. Sources of Life. Tsaile,1 977.
Walker James R., Lakota Belief and Ritual, Lincoln, 1991.

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