Funzionalità e habitus nell’uso e nel passaggio dall’atlatl all’arco nel Nord America precolombiano.

di Flavia Busatta

In principio ci fu la pietra grezza, un’arma sicuramente più efficiente delle nude mani o dei denti sia nella difesa che nell’offesa perché indubbiamente è più facile uccidere o menomare un altro essere vivente di taglia pari se non superiore a quella dell’essere umano con una pietra, archetipo di tutti gli oggetti contundenti, che cercare di strangolarlo a mani nude o di azzannarlo alla gola. La pietra è anche un’interessante arma di difesa e di attacco a distanza e in questa veste è tutt’ora usata negli scontri di piazza in tutto il mondo sotto la più moderna forma di sampietrino o di mattone. Tuttavia la pietra come arma presenta alcuni “difetti”: per essere efficace la pietra deve avere un certo peso e una certa dimensione, ovvero è ingombrante da portare in giro, non sempre è a portata di mano, è utilizzabile da qualunque essere umano e non “penetra”. Questi difetti sono validi sia si prenda in considerazione un contesto di caccia che di guerra.
L’esistenza di stati di guerra distinta dalla mera violenza individuale (es. omicidio) presso le popolazioni pre-neolitiche di cacciatori-raccoglitori (foragers) è da sempre oggetto di dibattito in quanto l’evidenza di omicidio o violenza entro un gruppo non basta come indicatore di uno stato di guerra. Ferguson (1984:5) fornisce una delle più precise definizioni antropologiche della guerra: “[La guerra è] una deliberata azione di gruppo organizzata, diretta contro un altro gruppo che può o non può essere organizzato per una simile azione, e che involve la reale o potenziale applicazione di una forza letale.” Un certo numero di studiosi (Vencl 1984; Haas and Creamer 1993; Redmond 1994; Wilcox and Haas 1994; Milner 1995; Keeley 1996) ha proposto una serie di criteri che possano permettere l’identificazione di un fenomeno bellico, ma resta sempre dibattuto se la presenza di solo alcuni di questi criteri possa configurare un ritrovamento come mera violenza o stati di guerra. Sappiamo che sono stato trovati segni di violenza nel tardo Paleolitico in Europa e in Egitto (Roper 1969; Keeley 1996:37; Wendorf and Schild 1986), segnatamente a Jebel Sahaba, presso Wadi Halfa sulla riva orientale del Nilo. Una cimitero (datato circa 12.000.BP) conteneva 59 sepolture; 24 scheletri mostravano punte di proiettili di selce incastrate nelle loro ossa o in luoghi che indicavano come queste punte fossero conficcate in tessuti molli quabdo i corpi erano stati deposti nella fossa. Fred Wendorf (The prehistory of Nubia, II p. 991) scrisse: “La caratteristica più impressionante è l’alta frequenza di schegge e frammenti non perfezionate. In un normale essemblaggio tutte sarebbero state classificate come scarti (debitage) o frammenti e nessuno sarebbe stato considerato un attrezzo. Tuttavia molti di questi pezzi furono trovati in posizioni tali per cui il loro uso come parti di un’arma era irrefutabile”. In Europa c’è il sito di Ofnet in Baviera con due pozzi contenenti I teschi e le vertebre di 38 individui, tutti dipinti con ocra rossa, datati attorno al 6.500 BC (Orschiedt 1998). Ofnet rappresenta probabilmente un massacro di massa. La maggior parte degli scheletri del Paleolitico con indubbi traumi da arma in entrambi gli emisferi (da Oetzi all’Uomo di Kennewick) vengono generalmente ricondotti a mera violenza individuale dal momento che i corpi sono isolati e non risultano altre “tracce” riferibili ad eventi bellici. Tuttavia questa spiegazione mostra un pregiudizio eurocentrico. Sappiamo che era costume dei Teton Lakota assalire le donne isolate che accudivano i campi fuori dei villaggi di case di terra degli Arikara, Mandan e Pawnee (Holder 1974, Denig 1961), sappiamo ad esempio che Cavallo Pazzo in una delle sue prime spedizioni di guerra uccise una donna Omaha rimasta isolata, ma che non scalpò (Sandoz 2004, Ambrose 1978); secondo la tradizione Teton Lakota la morte di queste donne isolate era un atto di guerra che permetteva ai guerrieri di “contare colpo” e che veniva vantato al pari dell’uccisione di un guerriero nemico in battaglia. Analogamente molte “guerre del lutto” tra gli indiani dell’Est si risolvevano con una spedizione di guerra privata che uccideva il primo individuo che capitava a tiro e cancellava così le lacrime dei parenti del defunto (Eid 1988; Ewers 1975). Possiamo anche citare le scorrerie apache contro i ranches isolati come esempio di guerra che lascia sul terreno uno scarso numero di vittime individuali isolate (Geronimo 1971; Thrapp 1979). Ora supponiamo di ritrovare qualche millennio dopo e in assenza di fonti scritte o orali lo scheletro isolato di una delle sfortunate vittime, magari uno scheletro femminile: in base alle convenzioni con molta probabilità ascriveremmo il cadavere a un episodio di violenza individuale, e non a un episodio bellico. Di conseguenza non prendendo in considerazione il punto di vista nativo (non possiamo, pur con le dovute cautele, non ricordare come molti resoconti etnografici sottolineino come in molti casi la presenza di un caduto, il “primo sangue”, fosse sufficiente per un gruppo per ritirarsi da una situazione di combattimento, cfr. Thrapp 1979; Eid 1988; Holder 1974), ma quello moderno ed europeo, ci spingeremmo ad affermare che in quell’epoca non esistevano situazioni di guerra, era, cioè, un’epoca felice di pace in terra.
Ora il fatto che un sasso abbia scarso o nullo potere penetrante è importante nell’evoluzione dell’arma litica dalla lancia (spear), al propulsore (atlatl) all’arco sia da un punto di vista deterministico utilitario che da un punto di vista sociale e simbolico. La letteratura etnologica sui nativi americani, e non solo, fa continuamente riferimento al passaggio simbolico-metaforico tra la guerra, la caccia e il coito e di conseguenza tra la preda e la donna (moglie) e i relativi tabù (cfr. AA.VV. Handbook of North American Indians).
Il passaggio successivo nell’evoluzione delle armi fu la lancia che per prima permise di controllare e dominare la distanza. Come suggerisce acutamente Rhodes (2013:47): “La padronanza e il controllo della distanza non è solo importante per la sopravvivenza, il cacciare e le applicazioni nei conflitti umani, è anche un proto-concetto che porta lentamente ma inevitabilmente alla sedentarietà e all’eventuale creazione di civiltà.”
La lancia che comparve nelle sue forme più primitive tra i 750.000 e i 500.000 anni fa fu lo strumento che permise all’essere umano di conquistare la distanza ed essa rimane archetipo di ogni arma futura in ogni sua variante, dal propulsore alla baionetta, al missile balistico intercontinentale. La scoperta della lancia cambiò le regole del gioco: essa poteva essere trasportata facilmente, era sempre pronta all’uso e a portata di mano e poneva una barriera tra l’individuo e il predatore (animale o umano che fosse). La lancia fu inoltre il primo sistema d’arma che stabilì il concetto di area-denial (diniego di accesso). La lancia poteva e può essere usata in tutte le situazioni di combattimento ravvicinato (CQB) e anche come arma da lancio e attraverso modifiche nella foggia della punta poteva diventare estremamente efficace nei confronti di qualunque tipo di selvaggina. Essa divenne l’arma per eccellenza e in questo ruolo si rivestì di ogni possibile significato simbolico: per esempio la Kit-Fox Society dei Lakota aveva come oggetto cerimoniale un arco, ma una estremità di essa esibiva una punta di lancia.

Immagine di un guerriero Lakota della Kit Fox Society da un ledger book

Non solo la lancia fu la prima arma area-denial, ma essa favorì il lavoro di gruppo nella caccia come nella guerra. La lancia infatti è un’arma a un colpo solo, se uno sbaglia il colpo o recupera l’arma (cosa spesso impossibile o troppo pericolosa) o deve contare sull’arma di un compagno. Come mettono in luce molti autori (Angelbeck and Cameron 2014; Speth et al. 2010; Churchill 1993; Frison 1987; Yu 2006, tra gli altri) la presenza di numerosi cacciatori armati di lancia massimizza il numero dei colpi che possono essere lanciati contro la preda e pertanto massimizza le possibilità di successo. Questo era tanto più vero con la grossa fauna che veniva cacciata ponendo la preda in posizione svantaggiata. Churchill (1993:16) nota che “benché il 95% dei gruppi [oggetto di studi etnografici] usino la lancia, solo il 50% di essi la utilizza per la caccia a terra; gli altri usi riguardano la caccia a mammiferi marini, la pesca, la guerra e la difesa da predatori. […] Due cose sono subito evidenti circa l’uso di affondi di lancia da parte di moderni cacciatori-raccoglitori: essi sono diretti soprattutto verso grossi animali e sono associati con prede in posizione svantaggiata.

caccia alla foca con l'arpione degli inuit. Foto di S. Busatta

La lancia è perciò un mezzo per finire la preda dopo che è stata messa in condizioni di svantaggio, un’azione che in genere necessita di strategie cooperative come l’incanalamento o l’accerchiamento della preda verso dirupi, fosse o pantani, l’uso di cani, o di tecnologia particolare come slitte barche, reti e altri attrezzi o armi. La lancia è poco associata ad azioni di imboscata, sorpresa e inseguimento della preda. Questo carattere fortemente socializzante della lancia rimane uno dei punti di forza della lancia come arma e attrezzo, appiattendo lo svantaggio dell’essere un’arma di scarsa gittata e imprecisa. Drucker (1995) e in seguito Angelbeck e Cameron (2014) sottolineano l’importanza dell’aspetto sociale del cacciare con la lancia tanto che essa rimane il metodo predominante di caccia dei mammiferi marini. Nell’Artico e nella Costa Nordovest l’arpione è, di fatto, una specie di lancia con delle modifiche. L’arpionamento è una forma complessa ed evoluta della tecnologia della lancia. Benché possa essere praticato anche in solitaria, la caccia con l’arpione prevede almeno due attori: il fiociniere e il pagaiatore, che nella realtà non è uno, ma molti. Torneremo in seguito su questo aspetto sociale, per ora mi limiterò a citare Wobst (2000:44) “… recenti prospettive nell’antropologia della tecnologia indicano che la pratica tecnologica è anche plasmata dai contesti sociali e culturali in cui è incardinata e cioè che è ‘un medio attraverso cui relazioni sociali, strutture di potere, visoni del mondo e produzione e riproduzione sociali vengono espresse e definite’ (Dobres and Hoffman 1994:212).” Se teniamo conto di questa osservazione bisognerebbe seguire l’evoluzione delle armi non solo in un contesto strettamente venatorio, ma anche bellico; in quest’ultimo contesto infatti non solo la lancia rimane un’arma sempre pronta e a portata di mano a differenza dell’atlatl e dell’arco, un fatto non da poco in caso di situazione di tattica di “incontro”, ma anche un’arma che per sua natura forza alla cooperazione sociale, un elemento non da poco nella trasformazione della violenza generica in guerra.

Probabilmente l’atlatl (propulsore) fu un’evoluzione dei tipi di lancia usati per cacciare animali terrestri di piccola taglia. Malgrado la popolare visione dei cacciatori del Pleistocene come “mangiatori di filetto di mammuth” gli scavi e i ritrovamenti di ossa di piccoli animali forniscono l’immagine che essi fossero generalisti dietetici. Come efficacemente spiega Churchill (1993:17) la caccia tramite imboscata o inseguimento di piccole prede tramite la lancia è sfavorita e resoconti che quest’arma sia usata nella caccia di approccio o di avvicinamento sono scarsi o nulli. L’atlatl è invece associato con le veloci tecniche di imboscata e avvicinamento di piccole prede, ma i suoi dardi non compaiono con tattiche di “svantaggio”, inseguimento e incontro. “Con un range effettivo di 39,6 metri il dardo scagliato da un atlatl diventa un effettivo proiettile a lungo raggio” (Churchill 1997:17), ma proprio per questo l’atlatl non è un’arma difensiva. I dardi sono generalmente troppo leggeri e flessibili e si spezzano facilmente se usati per pugnalare qualcuno. L’atlatl è soprattutto un’arma offensiva a lunga distanza. Rhodes (2013:50) riferisce che c’è scarsa correlazione tra la dimensione della punta del dardo e la lunghezza dell’asta, ma che la variazione nella lunghezza dell’atlatl è significativa. “Il più corto atlatl che io ho trovato era lungo 17 pollici (43 cm) (Perù) e il più lungo 44 pollici e un quarto (1,12 m) (Australia). Atlatl più lunghi tendono a dare lanci più energici, lunghi e potenti. Atlatl più corti danno lanci più accurati.” Per quel che riguarda il Nord America è probabile che l’atlatl facesse parte del bagaglio di attrezzi e armi portato dai cosiddetti Paleoindiani. I primi esempi di punte che sono stati associati a dardi per atlatl provengono dalla zona di Dalles in Oregon e risalgono al 9000-8000 BP (Kirk and Daugherty 2007), successivamente abbiamo i reperti da Namu, Periodo 2, risalenti al 6500-5000 BP (Carlson 1996). Ames tuttavia propone che nel Northwest Plateau i dardi da atlatl fossero presenti fin dal 10.000 BP(Ames et al. 2010). Come arma offensiva l’atlatl era sicuramente migliore della lancia. La forza impressa dal propulsore è tale che può immobilizzare o azzoppare anche un animale di grossa taglia (Hitchcock and Bleed, 1997; Cattelain, 1997; Yu, 2006) e rispetto alla lancia (distanza di tiro effettivo 7,8 m) l’atlatl ha una potenziale distanza di tiro circa 180 m, ed una effettiva di circa 39,6 metri (Churchill 1997:18). L’atlatl è un’arma di impatto e con grande potere di penetrazione, ma è anche versatile nella misura in cui impatto e penetrazione possono essere calibrate in base al peso e alla forma della punta del dardo. Il maggior svantaggio dell’atlatl sta primo, nel fatto che esso non è un’arma da difesa, non è immediatamente a portata di mano e secondo, necessita di un ampio spazio circolare per poter essere utilizzato. L’atlatl è perciò un’arma da spazi aperti (Cattelain 1997; Yu 2006; Whittaker 2010) e non è adatto alle imboscate. In genere i cacciatori si avvicinano alla preda fino a 20-30 metri a alcuni cacciatori arrivano anche a 10. Non c’è dubbio tuttavia che per le sue caratteristiche offensive l’atlatl divenne un’arma bellica di grande pregio, preferita in molti contesti alla lancia e alla mazza.

L'atlatl: propulsore, contrappeso e dardo

 

Particolare del gancio, del contrappeso (bannerstone) e del dardo di un atlatl

L’arco appare per la prima volta nell’ovest dell’Alaska attorno al 4500 BP (Maschner, H.D.G., Mason, O.K., 2013) in associazione con la caccia al caribou e al bue muschiato, e successivamente diffuse nel Plateau Interno e nel Grande Bacino per poi prendere piede in tutte le Americhe. Tuttavia non tutti gli archeologi sono d’accordo con queste date. Morrissey (2009), utilizzando l’analisi metrica di Shott’s (1987) propone che la data di introduzione dell’arco si possa far risalire a molto prima di quella comunemente accettata. Ames et al. (2010) utilizzando tra gli altri il metodo Shott (1987) e il metodo Thomas (1978), eseguirono una serie di comparazioni metriche sulla lunghezza, la larghezza, l’ampiezza del collo, l’ampiezza della spalla e altre variabili dei dardi presenti nelle collezioni museali relative al Columbia Plateau e proposero che molte delle punte precedentemente classificate come dardi di atlatl fossero in realtà punte di freccia per arco. In conseguenza di questa riclassificazione Ames (2010:313) asserisce che “Per prima cosa l’atlatl era presente nel Columbia Plateau fin dal 10.800 BP, sia con il tipo con impennaggio che senza. Le sequenze di variazioni metriche suggeriscono dardi senza impennaggio; le dimensioni delle punte fanno supporre che fossero presenti entrambi i tipi. Secondo, le punte Cascade sono plausibilmente punte di freccia. Terzo, arco e frecce erano presenti in largo numero nel Columbia Plateau non prima del 4400 BP. Quarto, entrambi i sistemi di lancio furono usati contemporaneamente per parecchi millenni. Quinto, dopo il 3000 BP dardi e frecce cominciano a differenziarsi notevolmente; e sesto, l’atlatl rimase in uso nel Plateau in un numero limitato di situazioni e luoghi dopo il 1000 BP.” Una coesistenza dell’arco e dell’atlatl fu documentata da Shott (1993) per il periodo Late Woodland nel Midwest degli Stati Uniti. Queste conclusioni contraddicono l’idea che l’atlatl sparì una volta che l’arco si era affermato in quanto la cosiddetta superiorità dell’arco rese l’atlatl obsoleto (Hughes 1998; Raymond 1986; Seeman 1992 solo per citare alcuni).
In effetti da un certo punto di vista l’arco presentava alcuni pregi che controbilanciavano i suoi svantaggi rispetto all’atlatl. Rispetto all’atlatl infatti la distanza effettiva di tiro è di circa 25,8 metri (Churchill 1997:18), una distanza che in genere è anche quella ottimale per l’atlatl, ma è più preciso.L’arco e le frecce permettono al cacciatore di abbattere animali di tutte le taglie con un’ampia varietà di tattiche venatorie” (Churchill 1997:21). Non solo la maggior precisione di tiro accorciava i tempi di inseguimento e l’utilizzo della faretra permetteva un maggior numero di colpi. Il dardo dell’atlatl è piuttosto ingombrante e pesante rispetto a una freccia, essendo l’asta da 1 volta e mezzo circa a tre volte più lunga e la punta da 2 a 5 volte più pesante(Yu 2006:209), e lo stesso propulsore è spesso più ingombrante e pesante di un arco (Cattelain 1997:217) di conseguenza il numero di dardi che un cacciatore/guerriero ne portava con sé era limitato, in genere a non più di tre o sette dardi (Bartram 1997; Yu 2006, cfr. le immagini dei guerrieri teotihuacani in genere rappresentati con mazzi di tre dardi). I cacciatori/guerrieri portano i loro dardi a mano perciò se i colpi andavano a vuoto la partita di caccia era finita. Una faretra può portare fino a venti frecce e l’arco è uno strumento molto più preciso dell’atlatl perciò con l’arco una battuta di caccia poteva durare più a lungo ed essere più profittevole.

Spazio necessario per un tiro con l'atlatl confrontato con quello necessario per un tiro con l'arco

Un altro vantaggio dell’arco sta nello spazio richiesto per il tiro: lo spazio richiesto dall’arco per un tiro è significativamente minore di quello richiesto dall’atlatl sia davanti che dietro che al di sopra del tiratore e il movimento necessario per il lancio tradisce immediatamente il cacciatore. Per utilizzare un arco invece il numero di movimenti è limitato il che consente l’avvicinamento silenzioso alla preda entro il range necessario per un colpo sicuro, inoltre l’arco può essere usato praticamente in tutte le posizioni a differenza dell’atlatl il che crea un ulteriore vantaggio sia dal punto di vista venatorio che bellico. (Yu 2006; Angelbeck and Cameron 2014). Questa versatilità dell’arco diventava un grande vantaggio nelle dense impenetrabili foreste pluviali della costa Nordovest o del Centro e Sud America. Le dimensioni ridotte di una freccia inoltre rendono l’arco un’ottima arma contro la piccola selvaggina per la quale un dardo da atlatl era totalmente sprecato. Un altro fattore a vantaggio dell’arco sta nel fatto che la curva di apprendimento dell’uso dell’arco (cioè il tempo necessario per padroneggiare la tecnica dell’uso dell’arco) è minore di quella dell’atlatl (Whittaker3013; Angelbeck and Cameron 2014).
Da un altro punto di vista, tuttavia, la tecnologia dell’arco non è più efficace di quella dell’atlatl: la freccia non ha una forza di impatto tale da atterrare o fermare selvaggina di grossa taglia. Mentre il dardo di atlatl ha un impatto tale da immobilizzare la preda l’impatto impedendo così che fugga, le ridotte dimensioni della freccia non hanno questo vantaggio per cui con animali veloci o che si trovano in un ambiente che possa permettere la fuga come l’aria o l’acqua, l’arco è sfavorito rispetto all’atlatl. E infatti fino all’epoca del contatto e fino al definitivo passaggio al fucile, gli inuit continuarono ad usare l’atlatl per la caccia ai mammiferi marini e acquatici, mentre sceglievano l’arco per la caccia agli animali terrestri.

Arco, faretra e frecce inuit. Foto di S. Busatta

Un altro grande svantaggio dell’arco è che non è immediatamente utilizzabile in caso di assalto: nessun cacciatore/guerriero infatti tiene l’arco con la corda fissata perché la continua tensione indebolirebbe sia la forza dell’arco che l’elasticità della corda. In molti casi ad esempio con gli archi di corno o con quelli rinforzati col tendine è necessaria una certa tecnica per posizionare la corda (chi non ricorda l’Ulisse dell’Odissea?), perciò nel caso di un’imboscata le vittime non hanno nell’arco una arma difensiva. Un altro svantaggio dell’arco è che esso e soprattutto la corda sono sensibili all’umidità o all’acqua. Una corda fatta di tendine o di fibra se bagnata si allunga e perde di elasticità e può dare performance molto inferiori alle aspettative nella distanza e nella forca del colpo.
Il modello del “repentino” passaggio dall’atlatl all’arco in base a motivi utilitaristici è stato posto in discussione (Shott 1993; Cattelain 1997; Yu 2006, Ames 2010) e ormai sembra esserci un vasto consenso sul fatto che arco e atlatl persistettero insieme per un lungo spazio di tempo.
Analizzando le punte di dardo e freccia nella Spagna solutreana, nel Giappone Jomón e nel Grande Bacino Yu (2006:213) sottolinea come “[Nel Tardo Olocene] il deserto subì un raffreddamento delle temperature e un aumento dell’umidità con un massimo di aridità attorno al 7000 -6000 BP. I dati dei pollini sembrano indicare che il junior (che segue l’umidità) divenne più frequente e il pino piñon si spostò nel Grande Bacino da sud. Soprattutto il raffreddamento delle temperature e l’umidità nel Grande Bacino fece sì che l’erba rimpiazzasse la salvia e i cespugli nelle aree aperte e permise alla linea degli alberi di scendere verso il basso nel gradiente altimetrico (Grayson 1994:221-222)”.
Verso il tardo Olocene si nota in alcune parti del Nord America (Columbia Plateau) un revival delle punte di atlatl che diventano più numerose e differenziate delle punte di freccia per poi diventare meno frequenti, Questa distribuzione racconta di una crescente specializzazione funzionale, in cui frecce e dardi diventano sempre più differenziati e specifici.

Punte di dardo. Foto di S. Busatta

In particolare si nota una persistenza di punte di dardo per circa 2000 anni e poi un incremento nella frequenza per un po’ di tempo dopo il 3000 BP, mentre nel contempo acquistano una forte differenziazione metrica e stilistica dalle punte di freccia. (Ames 2010). Secondo alcuni autori (Ames 1991; Chatters 1989) la vasta presenza di frecce nel Medio Olocene è contemporanea all’apparizione di case, siti residenziali fissi e schemi di mobilità collegati, mentre la frequenza di dardi è contemporanea all’aumento della caccia al bisonte nel Plateau. Questo tardivo rivival dell’atlatl può essere collegata appunto alla caccia al bisonte (Chatters et al. 1995; Lyman 1985; Schroedl 1973). La differenziazione crescente nelle fogge e nel peso tra dardi e frecce e il successivo declino dell’atlatl suggeriscono che i dardi fossero strumento di un gruppo altamente selezionato e specializzato di individui in presenza di maggiori mobilità logistica e comunitaria, immagazzinamento di cibo e ricchezza (Ames 1991 e 2000; Chatters 1995; Schulting 1995).

Punte di freccia. Foto di S. Busatta

Sembra esserci un comune accordo sul fatto che l’arco e la freccia rimpiazzarono nella maggior parte del continente americano l’atlatl tra il 1500 BP e il 1000 BP. Il periodo di tempo è necessariamente largo in quanto il passaggio non avvenne contemporaneamente su tutto il continente. Il riscaldamento del permafrost, per esempio, ha permesso di stabilire che nei territori dello Yukon l’atlatl fu presente dal 8360 BP a circa il 1250 BP quando l’arco e le frecce divennero predominanti (Hare et al. 2004). Hare (2004:268) sottolinea che “è chiaro che non c’è virtualmente sovrapposizione temporale tra l’atlatl e l’arco e le frecce nella tecnologia dello Yukon meridionale”. Ames et al. (2°10) concordano col fatto che nel Plateau Interno l’arco predominò dopo il 1500 BP, mentre per l’area dei Coast Salish ciò avvenne nel Periodo Late Pacific, circa nel 1600 BP (Angelbeck and Cameron 2014).
Angelbeck e Cameron (2014:13) si chiedono a quali fattori oggettivi (ed es. clima, scoperte tecnologiche ecc.) fosse correlata questa data. Non certamente alla scoperta o introduzione dall’esterno dell’arco e delle frecce che abbiamo visto risaliva a qualche millennio prima, né a variazioni geoclimatiche. Dall’analisi dei taxa rinvenuti nei siti del Periodo Late Pacific presi in esame Hanson (1991) notò che il daino e il wapiti erano i mammiferi terrestri più presenti; a loro volta Butler e Campbell (2004) notarono come la caccia a prede terrestri di grossa taglia come i cervidi (deer, elk e wapiti) diventasse importante per i sistemi di sussistenza della Costa Nordovest con un aumento crescente nel tempo e ipotizzarono che questo aumento dei cervidi rispetto ai piccoli mammiferi fosse da individuarsi in una certa specializzazione dei cacciatori che, secondo Algelbeck (2014) era anche da relazionarsi col cambio nella tecnologia, in particolare con l’uso dell’arco. Rimaneva da individuare il motivo per cui la transizione avvenne tra il 1600 e il 1200 BP. Questo periodo non mostra importanti cambiamenti ambientali o climatici. I maggiori cambiamenti avvennero precedentemente, ovvero nel “Fraser Valley Fire Period” (Lepofsky et al., 2005). Questi eventi climatici permisero alle élites di consolidare il loro potere attorno al 2400 BP. Questo periodo di siccità potrebbe aver diminuito l’abbondanza del salmone nei fiumi e gli incendi potrebbero aver aumentato le superfici steppose aumentando i numero degli ungulati (la tecnica del debbio per aumentare il numero dei cervi dalla coda bianca era una pratica consolidata nel sud est). Questo periodo di aridità termina nel 1200 BP, ma lo spostamento verso la caccia ai cervidi si focalizza nel 1600 BP e continua fino all’epoca del contatto ovvero ben dopo la fine del “Fire Period” nel 1200 BP., come già detto.
Alcuni studiosi notarono una correlazione tra l’adozione dell’arco e lo spostamento verso la sedentarietà presso i Pueblo del Sudovest (Bingham et al., 2013), una dispersione e una maggiore autonomia delle famiglie nel Sudest del periodo Late Woodland (Reed; Geib 2013), un aumento dell’ineguaglianza nella California Costiera (Kennett, et al. 2013).
Recentemente prospettive della antropologia della tecnologia mostrano che la tecnologia è plasmata anche dai contesti sociali e culturali in cui è incardinata e che essa è “ una mezzo (medium) attraverso cui relazioni sociali , di potere, visioni del mondo e produzione e riproduzione sociale si esprimono e definiscono.” (Dobres and Hoffman 1994:212).
Yu (2016:216) afferma che definire la transizione da un tipo di proiettile ad un altro strettamente in termini evoluzionistici non deve più essere data per garantita.
Nel loro lavoro “The Faustian bargain of technological change: Evaluating the socioeconomic effects of the bow and arrow transition in the Coast Salish past.” Angelbeck e Cameron (2014) cercano espressamente di capire gli sviluppi socioeconomici che sottendono certi cambiamenti. Essi, utilizzando i resoconti etnografici, sottolineano che “[le] tecnologie devono essere considerate sia per le loro implicazioni sociali sia come parte dell’ecologia delle pratiche per ogni gruppo culturale.” “Prima di quella data [1600 BP, NdT] la tecnologia dell’atlatl e del dardo era predominante, e noi abbiamo dimostrato come la tecnologia dell’atlatl e dei dati aveva più successo se usata in gruppo. Ovvero la tecnologia dell’atlatl era più efficace se i cacciatori organizzavano insieme il loro lavoro.” (ibidem 2014:12). Di conseguenza le armi tradizionali come l’atlatl possono essere state mantenute per pratiche cooperative come la caccia alla balena, mentre i cacciatori solitari potrebbero aver trovato l’arco e le frecce più funzionali (cfr. anche Nasseney e Pyle (1999).
Nell’analizzare la transizione dalle punte Elko alle Rosegate nel Nevada centrale e nella California orientale che è generalmente assunta a supporto all’assunzione della diffusione dell’arco nel Grande Bacino datata attorno al 1350 BP, Bettinger ed Eerkens (1999) notarono che la classificazione delle punte, usando i criteri delle tipologie Monitor e Berkeley, suggerivano che le circostanze riguardanti la diffusione e il mantenimento della tecnologia dell’arco all’epoca Rosegate nella California orientale differivano da quelle del Nevada. Basandosi sulle definizioni di Boyd e Richardson (1985) riguardo ai metodi di trasmissione della cultura (CT Cultural Transmission), ovvero la guided variation e la indirect bias1, Ettinger ed Eerkens proposero che le discrepanze tra la California e il Nevada nelle punte Rosegate era da ascriversi alla diversa trasmissione culturale nelle due regioni: ovvero la diffusione dell’arco in California aveva seguito un tipo di trasmissione culturale guided variation, mentre nel Nevada l’arco era stato trasmesso culturalmente tramite indirect bias e questo giustificava le varianze notate nelle punte di freccia.
Resoconti etnografici riportano che, anche dopo l’introduzione dell’arco, vi erano occasioni per la caccia di gruppo agli artiodattili in particolare se la caccia era effettuata comunitariamente attraverso una battuta ovvero spingendo e circondando la preda (cfr. Suttles 2004 per i Cowichan; Elmendorf 1992 per i Twana di Puget Sound). Questo tipo di cacce di gruppo erano meno frequenti di quelle individuali ed erano sempre accompagnate da cerimonie tribali, ed esempio la caccia al primo cervo della stagione, mentre le cacce individuali erano più frequenti e non necessitavano di rituali e cerimonie particolari (Barnett 1955).

Uncino di atlatl (propulsore), contrappeso (banneerstone) e dardo. Foto di S. Busatta

C’è come si vede una differenza sostanziale tra le due tecnologie, quella comunitaria (con l’atlatl, l’arpione o le reti) e quella individuale (arco). La prima sottende tutta una serie di possedimenti (come la canoa, le reti o i banchi di conchiglie o una certa rapida sul fiume o il terreno dove scavare le radici) e rituali. Il proprietario deve essere pagato o con una porzione del bottino di caccia o con altri dono sia di natura materiale che spirituale (il diritto ad usare certe canzoni, certe danze ecc.) in sostanza la caccia comunitaria prevede una certa scala gerarchica, un’organizzazione sociale strutturata e una ineguale distribuzione dei beni. Nel caso della seconda, ovvero della caccia individuale con l’arco, un individuo non necessita necessariamente di soci e può prosperare in modo autosufficiente e così talvolta modificare il suo status sociale all’interno del gruppo. Ma anche l’individualismo dell’arco opera all’interno di un contesto sociale e per questo è così difficile segnare lo spartiacque tra l’uso dell’atlatl e quello dell’arco. Se lo spartiacque fosse esclusivamente determinista il passaggio sarebbe netto e le differenze di date segnate solo dalla distanza tra il centro (là dove l’arco fu “scoperto”) e la periferia, ma così non fu. In molte zone del nord America l’arco e l’atlatl convissero per un lungo periodo di tempo e in alcune zone essi convissero fino all’arrivo degli europei.
Perché questa persistenza dell’atlatl e perché all’interno di uno stesso sito si possono osservare differenze di stili tra le varie punte litiche tanto da rendere difficile l’interpretazione e l’assegnare una punta a una tecnologia o a un’altra?
Wobst afferma che i tecnici paleolitici “sono stati presentati come se essi non avessero capacità di azione (agency). Tutti gli artefatti venissero imposti loro dalla natura ostile e che tutti fossero diretti contro questa forze della natura ostili.” Il che implica che la nostra visione dei cacciatori-raccoglitori si basi su una presunta condizione di penuria. In realtà, come bene afferma Sahlins (1972) questo è un concetto di economia borghese imposto sul passato piuttosto che una realtà vissuta dai cacciatori-raccoglitori. La scarsità è creata da illimitate voglie e da mezzi insufficienti a soddisfarle e da questa prospettiva postmoderna i cacciatori raccoglitori sembrano vivere nella più terribile povertà., ovvero come afferma Sahlins (1972:4): “avendo equipaggiato i cacciatori-raccoglitori con gli impulsi borghesi e con strumenti paleolitici, noi giudichiamo in anticipo la loro situazione come senza speranza.” In realtà analizzando la letteratura etnografica noi sappiamo che i moderni cacciatori-raccoglitori tendono a lavorare circa tre ore al giorno per adulto per saziare le loro esigenze esistenziali, perciò quella che viene attribuita ai paleolitici è in realtà la moderna condizione dei popoli marginali ovvero di un individuo che può “usufruire di un’impareggiabile abbondanza materiale con un basso standard di vita”. (Sahlins 1972:2)
La pratica sociale invece si sviluppa nel contesto del giornaliero faccia a faccia delle interazioni sociali e gioca un ruolo assolutamente centrale nel creare, mantenere combattere e riprodurre le strutture sociali, perciò come affermano alcuni studiosi un approccio orientato verso la pratica per capire specifiche situazioni negli scavi archeologici ha la necessità di ricostruire le interazioni faccia a faccia attraverso il motivo spaziale di un sito (Dobres 1995, 2000; Hodder and Cessford 2004; Wobst 1999, 2000; MacKay 2008).
Sinclair (2000:198) offre un’utile definizione di tecnologia: “Essa è un insieme di gesti e conoscenza tecnici che è appreso ed espresso dagli individui nel corso di pratiche sociali. La tecnologia è uno dei processi sociali in cui gli individui negoziano e definiscono le loro identità in termini di genere, età, credenze, classe e così via. Talvolta queste azioni possono essere formulate esplicitamente, più spesso esse sono abitudini e tacite. Nella sua vera essenza, pertanto, l’azione tecnica è parallela all’azione sociale e deve essere intesa come azione sociale.

Caccia al cervo da parte di un signore maya. Un attendente armato di lancia tiene ferma la preda mentre il signore la finisce con un dardo scagliato con l'atlatl. ©Justin Kerr; Vaso K5857 in www.mayavase.com

Pfafenberger (1988:244.) propone che la tecnologia sia un fatto umano sociale (total human fact) secondo la definizione di Mauss (1967) per cui “ogni comportamento che sia tecnologico è anche, e nello stesso tempo, politico sociale e simbolico”.
In base a questa definizione per alcuni autori (Wobst 1999; Dobres, M.A. and C.R. Hoffman 1994; Dobres, M.A. 1995 e 2000; Dietler, M. and I. Herbich 1998; MacKay 2008) la tecnologia diventa inseparabile dalle relazioni sociali coinvolte nella sua produzione e nel suo uso, dai fini politici degli attori sociali, dai valori culturali che stabiliscono quale sia il modo giusto per fare le cose, dalla conoscenza pratica appresa nel trattare i materiali e il mondo materiale e dai significati simbolici insiti ai materiali e agli attrezzi usati per produrla e che sono a loro volta oggetti sociali.
L’approccio determinista-materialista in effetti feticizza in senso marxiano la tecnologia fornendole un logica universale e razionale che prescinde dal mondo culturale dove nasce e si sviluppa; il nodo centrale di questo approccio è che i soggetti coinvolti producano tecnologia in grado di interagire col mondo reale in modo soddisfacente. La parola soddisfacente che sottende questo punto di vista significa ottimalità funzionale e razionalità economica, ovvero due criteri che esistono solo nella cultura occidentale. I resoconti etnografici ci dicono che non è così e che popoli con diverse visoni del mondo possono fare scelte tecnologiche molto differenti e anche totalmente antieconomiche e irrazionali.
Mackay (2008) sottolinea che la chiave di volta per integrare adeguatamente processi culturali e tecnologici è il concetto di habitus2 di Bordieu (1977) e come in questa luce si possa definire la pratica tecnologica come una “improvvisazione all’interno di certi limiti” dove il termine limiti si riferisce alle percezioni culturali dei possibili modelli di scelta in tutti i momenti della catena operativa. La “improvvisazione all’interno di limiti” costringe gli attori-artigiani a fare o scegliere soluzioni che sono plasmate dalla percezione culturale del “modo giusto di fare le cose” inculcato dall’habitus. All’interno della minima funzionalità richiesta dai materiali grezzi ottenibili e utilizzati, queste scelte sono perciò mediate da una logica culturale e possono sembrare piuttosto arbitrarie rispetto a ciò che “l’ambiente naturale o la logica strettamente tecnica (materiale) ci farebbe aspettare.” (Lemonnier 1986:171, 1993; cfr. anche Lemonnier 1993 Dietler and Herbich 1998; Dobres 2000; Dobres e Hoffman 1994; Stark 1999; Wobst 1999).
Questo approccio è importante anche per capire le implicazioni che lo stile ha nell’archeologia (Dietler and Herbich 1998; Hegmon 1992, 1998). Secondo la prospettiva determinista lo stile di un oggetto, i suoi tratti in relazione col significato culturale, è secondario alla sua funzione utilitaristica. Lo stile è un’entità aggiunta alla superficie dell’artefatto che può giocare un qualche ruolo nel segnalare l’identità di gruppo, ma è la distinta componente funzionale che garantisce la sopravvivenza del gruppo. Questo è vero in senso generale: un tecnico deve costruire un attrezzo che deve funzionare in modo soddisfacente per il lavoro che deve svolgere; tuttavia questa definizione dello stile oscura il fatto che le scelte tecniche in tutti gli stadi della catena operativa posseggono un significato culturale e possono essere usati come risorse nella significazione di distinzioni sociali (Dietler and Herbich 1998; Dobres 2000; Dobres and Hoffman 1994; Lemonnier 1986, 1993; Stark 1999; Wobst 1999; MacKay 2008).
Seguendo questo metodo possiamo dire che l’introduzione dell’arco aumentò in modo significativo l’autonomia del singolo individuo dentro un gruppo. L’arco fu in un certo modo analogo al revolver Colt come “grande equalizzatore” creando opportunità per una difesa individuale, alimentando le prospettive di autosufficienza e rendendo possibile lo sfuggire alle pressioni del gruppo e alla lunga mano dell’autorità (Angelbeck and Cameron 2014:14). Nel Periodo Tardo Pacifico, a fianco alla permanenza di individui preminenti o casate facoltose (Lepofsky et al. 2000; Grier 2006), questo comportò un incremento della contestazione o nella sfida alle elites radicatesi precedentemente. Lo stato di guerra sembra divenire prevalente e il benessere congiunto a un incremento demografico e alla sovrapposizione conseguente dei territori di caccia e raccolta indica che le guerre interetniche diventano molto più frequenti. C’è evidenza di lotte tra le élites e i comuni e tra le stesse elites alla fine del Tardo Pacifico, alcune sono apertamente violente altre più striscianti e di lunga durata (Angelbeck and Cameron 2014).

Guerriero Teotihuacano. Affresco murale nel palazzo di Atetelco, Teotihuiacan, Messico. Il guerriero tiene l'atlatl nella mano destra e i dardi nella sinistra.

Tuttavia l’atlatl non “morì” attorno al 1200 BP, ma come abbiamo visto sopravvisse in alcune zone e per alcune specifiche funzioni come tra gli Inuit dell’artico o nella Mesoamerica. Ed è proprio nella Mesoamerica che ebbe il suo momento di gloria come arma da guerra. Curiosamente e contrariamente a quanto si potrebbe credere l’atlatl, che viene considerato un’arma più arretrata rispetto all’arco, sopravvisse proprio nelle società organizzativamente più avanzate come la grande Teotihuacàn, le città stato Maya o l’impero azteco. Probabilmente fu proprio la sua funzione di arma “sociale” che ne garantì la durata in quanto ben adatta ad eserciti organizzati (in ultima analisi anche il pilum romano è una forma metaforica dell’atlatl), ma certamente fu il contenuto culturale che né garantì un orizzonte secolare che fu spento solo dall’arrivo dei Conquistadores. L’atlatl era così radicato nel complesso della guerra che anche centinaia di anni dopo la caduta di Teotihuacàn e la scomparsa delle città stato del Periodo classico dei Maya, presso gli aztechi l’arco, benché tecnicamente più vantaggioso non fu mai adottato, esso rimase una caratteristica dei mercenari Otomì e Chichimecas.
Presso le città maya, infatti, l’atlatl venne associato al cosiddetto complesso della guerra Tlaloc-Venere, ovvero a un tipo di guerra di conquista nella quale i re guerrieri portavano un costume associato alla grande Teotihuacàn e rappresentante il dio Tlaloc e il pianeta Venere, sotto i cui auspici venivano effettuate le spedizioni di guerra. Questo costume aveva uno straordinario collegamento con la guerra e il sacrifico e dopo che questo complesso culturale fu adottato i Maya cominciarono a scandire le loro imprese belliche in base a particolari punti del ciclo di Venere e ai punti stazionari di Giove e Saturno. Il momento in cui questo complesso religioso guerresco si levò sull’orizzonte Maya coincise con la vittoria di Tikal su Uaxactùn avvenuto il 16 gennaio 378 d.C.
Ma cosa avvenne di così clamoroso in quel giorno? Linda Schele e David Freidel nel loro libro “A Forest of Kings” così descrive la battaglia.
Era cominciata abbastanza bene. Lui [il re di Uaxacùn, N.d.T.] aveva guidato i suoi guerrieri lungo i giorni del digiuno, i riti di purificazione e sacrificio. Nel profondo della notte con le sue proprie mani aveva dipinto i forti volti dei suoi congiunti; nella traballante luce delle torce della casa degli uomini dalle molte stanze, li aveva adornati con i motivi neri e rossi che avrebbero terrorizzato chiunque avesse osato andare contro di loro. Come era stato fiero quando le loro mogli avevano porto loro i grandi coltelli di selce color del miele e gli scudi che essi avevano arrotolato e appeso alla schiena. Infine le loro mogli avevano dato loro le grandi lance dai denti luccicanti, le grandi lame di ossidiana scheggiate per tagliare facilmente la carne dei nemici. La moglie principale del re, incinta del loro prossimo figlio, aveva atteso finché gli uomini di minor rango non fossero pronti, per portare il suo vestito da battaglia. […] Nell’immobile oscurità i suoi guerrieri lo attendevano, già vestiti, le loro giacche di guerra legate morbidamente con lacci attraverso i loro petti muscolosi. Quando egli apparve all’incerta luce delle torce, un grido basso e rauco lo salutò e la sua armata cominciò gli ultimi preparativi, Essi si legarono i loro elmi adorni delle immagini dei loro animali protettori. I suoi capitani si misero le maschere spaventose degli dei che ritraevano Xhac-Xib-Chac, colui che uccide scuotendo l’ascia, e gli altri abitanti dell’Oltretomba. Essi si drappeggiarono attorno al collo con le teste avvizzite e ristrette dei prigionieri uccisi per mostrare al nemico che affrontava guerrieri stagionati e valorosi. […] I guerrieri di Uaxacùn raggiunsero la savana a sud della città. Era cominciata come le battaglie vecchio stile, secondo venti katuns di onorevoli precedenti. Ritti nell’erba alta fino al petto , i vecchi suonarono le grandi trombe lignee il cui suono acuto tagliava il basso tuono del gran tamburo di guerra, il tunkul, il cui suono riempiva la foresta delle imprese che stavano avvenendo. Il suo popolo si stagliava stretto come ondeggiante visione di gloria multicolore contro il verde della foresta gridando insulti contro gli antenati del nemico di Tikal che si ammassava a centinaia oltre il mare d’erba. Uno dopo l’altro, singolarmente o in gruppi, i suoi capitani gridavano le loro sfide verso il nemico oltre la savana. Caricando sul campo di battaglia essi gridavano i loro insulti e si ritiravano di nuovo nella sicurezza della massa dei loro compagni. Il loro coraggio e rabbia agitava i ranghi, trasformandoli in un mare pulsante di facce isteriche e corpi tremanti. Improvvisamente la tensione divenne intollerabile. […] Le due linee si scontrarono e si intrecciarono in un pazzo caos di grida di dolore e grida di sfida. Ci fu un breve sprazzo di vittoria quando l’armata attaccante di Uaxacùn dilagò per il campo come un’alluvione estiva correndo prima verso il gruppo di uomini che difendeva Grande Zampa di Giaguaro, il gran re di Tikal, e poi di nuovo indietro verso le proprie linee e Uaxacùn. Le due frammischiate orde umane finalmente si separarono e insanguinati guerrieri assetati tornarono nelle proprie linee nella scintillante luce di mezzogiorno. […] Fu allora che il traditore signore nemico colpì. Rospo Fumante, il capo di guerra dell’armata di Tikal, lampeggiò un segnale non visto e dalla foresta giunsero centinaia di guerrieri nascosti. In un terrificante silenzio, non lanciando mai nessun grido di sfida, essi scagliarono una nube di darsi nei fitti ranghi dei guerrieri di Uaxactùn. Scioccato e terrificato il re capì che il nemico stava usando gli atlatl, l’arma del cacciatore, uccidendo il suo popolo come animali commestibili ammassati per il macello. La sorpresa dell’attacco fu troppo grande e molti dei suoi migliori guerrieri caddero sotto i dardi volanti,incapaci di raggiungere la salvezza in tempo. Molti morirono e molti rimasero storpiati da un’arma che il re aveva visto solo gli stranieri usare in guerra, gli stranieri che erano giunti nelle loro terre da Teotihuacàn, la grande capitale del lontano ovest. L’armata nascosta avanzò portando fasci di leggeri dardi dalla punta di ossidiana e atlatl di legno. […] Rospo Fumante e i suoi guerrieri circondarono la piramide del re, uccidendo e catturando i coraggiosi guerrieri di stirpe reale di Uaxactùn. Ridendo il nobile di Tikal afferrò il re per i suoi lungi capelli costringendolo ad inginocchiarsi. Il re sconfitto guardò verso l’arrogante Rospo Fumante vestito nelle regalia della nuova barbara usanza di guerra, l’elmo rotondo, l’atlatl lancia dardi e la mazza di ossidiana.” (Schele, L. and Freidel, D 1990: 151-153)

Scena di battaglia maya. Pittura vascolare. Lotta attorno al cadavere di un guerriero tra due guerrieri armati di lancia e uno armato di atlatl con il tipico elmo alla Tlaloc. ©Justin Kerr, Vaso K2036 in www.mayavase.com

Con la sua vittoria Rospo Fumante aveva portato la guerra a vette al di là di ogni immaginazione: “una guerra non solo per prendere il re, ma anche il suo portale [verso l’Aldilà, N.d.T.] – e se possibile tenere prigioniero quel portale. Per tutto il tempo in cui Rospo Fumante e la sua discendenza avessero regnato, il popolo di Uaxactùn sarebbe stato tagliato fuori dall’amorevole guida dei propri antenati, sarebbe stato un popolo privato dei suoi propri dei” (Schele, L. and Freidel, D 1990:153). Da allora in poi la guerra tra le città stato maya sarebbe stata fatta secondo i canoni imposti da Rospo Fumante e il suo costume di guerra sarebbe diventato l’uniforme standard per ogni re in quanto conquistatore e guerriero.
Come afferma Wobst (1999:123) “La produzione che rimane invisibile nell’uso, prende posto nel campo sociale e così potenzialmente parla, potenzialmente viene ascoltata e potenzialmente interferisce con gli esseri umani”.

Concludendo possiamo supporre che, dato che nel Vecchio Mondo il propulsore (atlatl) risale almeno all’Alto Paleolitico ovvero a circa 30.000 anni fa, molto probabilmente esso arrivò nelle Americhe insieme ai primi Paleoindiani. In ogni caso i primi esemplari risalgono al 9000-8000 BP nella zona di Dalles in Oregon (Kirk and Daugherty 2007). La comparsa dell’arco invece viene datata attorno al 4500 BP in Alaska (Maschner, Mason 2013), anche se alcuni studiosi come Ames (Ames et al. 2010), riclassificando in base ai metodi Shott e Thomas le punte di dardo e freccia presenti nei musei, spostano la data addirittura al 10.800 BP. In ogni caso atlatl e arco convissero per parecchi millenni dato che la quasi totalità degli studiosi sembra concordare sul fatto che l’arco divenne egemone in America attorno al 1250 BP. La vastità del continente e le diverse condizioni spiegano perché ci sia una certa variazione nella data dell’abbandono dell’atlatl in quasi tutto il Nord America, ma esso non venne mai abbandonato in alcune zone come l’Artico dove rimase uno strumento di caccia ai mammiferi marini e soprattutto la Mesoamerica. Molti studiosi (Shott 1993; Cattelain 1997; Yu 2006, Ames 2010 tra gli altri) spiegano la resistenza del propulsore all’avvento dell’arco con motivi non utilitaristici deterministi (la maggiore versatilità dell’arco rispetto all’atlatl), ma in base a fattori culturali. L’atlatl è un attrezzo che dà i migliori risultati se utilizzato in modo cooperativo, ovvero da gruppi di cacciatori e guerrieri che in questo modo possono massimizzare il numero di colpi lanciati con il numero dei bersagli colpiti e proprio per essere efficiente in una dimensione sociale allargata esso è correlato a cerimonie (cfr. Suttles 2004 per i Cowichan; Elmendorf 1992 per i Twana di Puget Sound). Alcuni studiosi (Yu 2006; Bingham et al., 2013; Reed and Geib, 2013; Kennett, et al. 2013; Angelbeck and Cameron 2014) sottolineano come il passaggio definitivo all’arco, un’arma molto più individualistica, sia correlabile a un aumento dello stato di guerra, sedentarietà e rivolta sociale riscontrati in molti siti. Per spiegare la persistenza dell’atlatl rispetto all’arco da molti autori (Wobst 1999; Dobres and Hoffman 1994; Dobres 1995 e 2000; Dietler and Herbich 1998; Yu 2006; MacKay 2008) viene chiamato in causa il legame tra la tecnologia e l’ambiente sociale tramite il concetto di habitus, secondo la definizione di Bordieu. È proprio il tessuto sociale e culturale connesso all’atlatl che ne preserva l’uso proprio in quelle società altamente strutturate e formali che furono i Maya e gli Aztechi.

Note
1. Secondo le ipotesi di Boyd e Richerson (1985: 94-95,243) la trasmissione culturale (CT) avviene secondo due modelli contrapposti: la guided variation (variazione guidata) e lo indirect bias (pregiudizio indiretto). Nella guided variation gli individui acquisiscono nuovi comportamenti copiando direttamente altri modelli sociali e di conseguenza modificando questi comportamenti nel modo che più si adatta alle loro necessità attraverso esperimenti individuali del tipo “prova-ed-errore”. Nello indirect bias gli individui acquisiscono comportamenti complessi scegliendo un singolo modello sociale sulla base di un tratto che è reputato indice di generale abilità nell’attività cui si riferisce il comportamento desiderato.
2. Secondo Bordieu la relazione tra la pratica quotidiana degli attori sociali e le oggettive strutture sociali e condizioni materiali in cui gli attori vivono, possono essere meglio comprese come dialettiche. Il mediatore di questa dialettica è l’habitus sistemi di durevoli, scambiabili disposizioni, strutture strutturate predisposte alla funzione di strutturare strutture, cioè, come principi che generano e strutturano pratiche e rappresentazioni che possono essere obiettivamente “regolate” e “regolari” senza in alcun modo essere il prodotto di obbedienza alle regole, oggettivamente adatte ai loro scopi senza presupporre un conscio mirare a fini o a una espressa padronanza delle operazioni necessarie ad ottenerli“. (Bordieu, 1977:78)

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One Response to “Funzionalità e habitus nell’uso e nel passaggio dall’atlatl all’arco nel Nord America precolombiano.”

  • VitAntica scrive:

    Uno dei testi più completi sull’argomento tra quelli disponibili su Internet, anche in altre lingue. Grazie mille :)

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