Chiare, fresche e dolci acque

Durante una scorribanda su FB (Facebook) mi sono imbattuta nel sito di Domenico Finiguerra “ACQUA PUBBLICA”. Ne sono stata dolorosamente colpita. Poichè questa campagna sulla Acqua Pubblica e contro la privatizzazione dell’acqua (?) va avanti da un po’ di tempo, vorrei fare qualche considerazione.
L’acqua (piaccia o no) NON è mai stata un bene pubblico o pubblica, ma è sempre stata privata. A prescindere dalle dimensioni dell’entità sociale – famiglia, clan, tribù o stato – l’acqua grezza (raw) è sempre appartenuta a qualcuna di queste entità sociali e all’interno dell’entità si è sempre configurata una ben precisa gerarchia di fruitori: prima il capo, i suoi più stretti collaboratori e poi gli altri, e tutta la gerarchia è ben divisa per sesso, età e parentela. Anche presso gli animali la fonte d’acqua e l’abbeverata seguono precise leggi etologiche e gerachie tra specie e all’interno della specie. Noi animali umani facciamo altrettanto. Per quanto primitiva (o “naturale”) sia la struttura umana il possesso/controllo delle risorse idriche è primario, quasi più che il possesso/controllo delle fonti di cibo, dato che il secondo non esiste senza le prime. Basta citare le grandi civiltà nate dall’uso privato (ovvero di uno specifico gruppo di potere o clan ) delle risorse idriche (Egitto, Mesopotamia, Indo, Gange etc..), ma anche società claniche come gli Hopi o i gruppi africani o amazzonici. L’unica acqua che non sia merce è l’acqua piovana… fino a che non arriva a terra, poi diventa proprietà privata e merce. Peraltro l’acqua piovana NON è potabile. Dunque l’acqua è, ed è sempre stata, una merce sia che la si acquisti tramite baratto, anche sessuale, o denaro o servizi. Anche l’acqua grezza è una merce in quanto incorpora lavoro umano e pertanto si traforma da valore d’uso a valore di scambio. I termini di questo passaggio sono definiti dal grado di complessità sociale ed economica della struttura sociale in questione. Oggi ovunque il passaggio avviene in termini capitalistici postmoderni. La manutenzione delle risorse idriche (fiumi, laghi, sorgenti, risorgive) è effettuata da lavoro salariato dunque genera plusvalore, e possiede valore aggiunto, il valore aggiunto dal lavoro umano fornito secondo il modo di produzione capitalistico postmoderno.
L’acqua potabile è MOLTO più costosa di quella grezza, sia da un punto di vista produttivo che sociale. Il concetto di acqua potabile è di per sè un concetto occidentale di difficile acquisizione (Africa docet). In teoria l’unica acqua potabile alla fonte è quella che è classificata come minerale (nella legislazione italiana) ovvero che non ha bisogno di processi di potabilizzazione. Tra l’altro nessuno ha mai sputtanato i vari sindaci che pensavano di vendersi come acqua minerale le acque potabili delle municipalizzate, dicendo loro che ciò è assolutamente illegale in Italia dal momento che le acque potabili di rete idrica sono state appunto potabilizzate e non lo sono alla fonte. Ma a meno di essere in una famosa reclame televisiva (altissima, purissima e levissima), già a un metro di distanza dalla sorgente l’acqua minerale, se non raccolta, comincia a contaminarsi. Infatti anche la classica acqua del ruscello di montagna che scintilla cristallina tra rogge e rapide, è inquinata e portatrice di pericolose malattie dovute alle deiezioni degli animali selvatici (gli orsi sono particolarmente inquinanti dal punto di vista batterico e parassitario). Ma torniamo all’acqua potabile del nostro rubinetto. L’acqua potabile è costosissima: esige trattamenti ad alta tecnologia e una forza lavoro altamente qualificata (laureti e diplomati). Per fare un’acqua potabile infatti necessitano le seguenti operazioni: 1) analisi chimico fisico biologica dell’acqua alla fonte; 2) eliminazione dei solidi sospesi mediante grigliatura, stacciatura e microstacciatura; 3) dissabbiamento; queste tre prime operazioni sono solo meccaniche. Poi abbiamo 4) la chiariflocculazione mediante agenti chimici (sali di ferro e alluminio) 5) chiarificazione o sedimentazione; 6) filtrazione (oggi si usano filtri in pressione che necessitano di pompe e perciò di fonti di energia); 7) addolcimento ovvero riduzione dei sali di calcio e magnesio che ne determinano la durezza mediante uso di reagenti chimici e resine scambiatrici ioniche; 8 ) deferrizzazione e demanganizzazione sempre mediante resine a scambio ionico e sostanze chimiche; 9) neutralizzazione mediante reagenti chimici; 10) decolorazione e deodorizzazione mediante adsorbimento su carboni attivi; 11) sterilizzazione per azione battericida di sostanze chimiche (in genere cloro, poco costoso, ma molto meglio e meno inquinti sarebbero idrazina od ozono, ma molto più difficili da produrre e perciò costosissimi). L’insieme di questi processi a parte i primi tre prevede l’uso di sostanze chimiche (da produrre) e di resine scambiatrici che non durano in eterno, ma vanno rigenerate con sistemi costosi sia in termini di sostanze che di energia. Le resine comunque non si rigenerano completamente e dopo un po’ vanno sostituite.
Dunque produrre un’acqua potabile è come si diceva un lavoro costosissimo sia dal punto di vista delle materie prime, che degli impianti (vasche, tubi, pompe, valvole, colonne) che dal punto di vista della forza lavoro che è altamente specializzata. L’acqua potabile pertanto è una merce ad altissimo valore aggiunto che cristallizza in sè un alto tasso di pusvalore. Su ACQUA PUBBLICA (http://www.facebook.com/pages/Domenico-Finiguerra/41123718703) leggo che “L’Acqua è un “Bene Comune” e il Servizio Idrico Integrato deve essere un “servizio privo di rilevanza economica”. Ora l’acqua, si è visto, NON è mai stata un bene comune, ma sempre un bene privato ed è sempre stata acquistata ed è un servizio pieno di rilevanza economica visto che costa moltissimo produrla (a parte questa continua confusa e sospetta opacità tra acqua e acqua potabile che fa sopettare alla scrivente ignoranza e/o malafede) Per poter dichiarare l’acqua servizio privo di rilevanza economica e bene pubblico l’unico modo sarebbe (anche da un punto di vista marxista!) che la produzione di acqua potabile fosse gratuita ovvero che non venissero pagati salari ai laureati, ai periti e agli operai che lavorano negli impianti di potabilizzazione e a quelli di manutenzione della rete idrica (tubi, pompe serbatoi), che tutti i prodotti che vengono usati nella produzione di acqua potabile siano prodotti gratuitamente (dagli operai che fabbricano i tubi -quelli usati per l’acquedotto si fanno gratis – a quelli che producono le sostanze chimiche su su per la catena fino ai minatori e agli addetti ai pozzi petroliferi- per l’energia). Tutti dovrebbero dare parte del loro lavoro gratis come pure gli addetti ai trasporti, quelli che fanno le analisi ecc. Mi si potrà obiettare che queste persone potrebbero essere pagate dalle bollette dei contribuenti. Ma se io pago qualcosa a un’entità, il bene acquistato non è più privo di rilevanza economica. Tra l’altro ci sarebbe bisogno di ragionieri e tutto il sistema di fatturazione. Ma soprattutto se io pago qualcosa, beh la privatizzo, e non c’è differenza se il privato è un Privato vero e proprio (il capitalista malvagio) o lo Stato o una delle sue articolazioni. Il bene non è più comune ne privo di rilevanza economica. Questo è tanto più vero se meditiamo sulla nostra esperienza della storia delle aziende pubbliche (in teoria, ma solo in quella utopistica, appartenenti a tutti noi cittadini di quello stato o comunità e perciò comuni). Qualcuno ha mai vissuto come “comune” e “pubblico” e “privo di rilevanza economica” le Ferrovie dello Stato quando erano pubbliche, o l’Enel, o la SIP – Telecom! Io no!! ho solo subito dalle aziende pubbliche un atteggiamento di arrogante violenza monopolistica. Non ho mai trovato che queste aziende fossero pubbliche o comuni (solo le perdite, mai i profitti!!). Analogamente non ho mai visto i loro addetti comportarsi con sacro fervore rivoluzionario e dedicarsi al benessere degli utenti. Tutti tiravano a campare e farsi i cazzi propri e il meno posssibile. Ma su questo le esperienze del socialismo reale sono ancora più eclatanti. Come fare allora per avere l’acqua potabile come bene comune? Una modesta proposta (utopistica) sarebbe che tutti noi dai 14 ai 75 anni salvo gravi patologie o handicap certificatissimi, fornissimo gratuitamente una corvée (o lavoro socialmente utile) GRATUITA agli impianti di depurazione. Se uno fa il furbo, essendo un attentato alla salute pubblica, va ovviamente giustiziato. Ma per non pagare il boia, perchè di nuovo rientreremmo nella acqua-merce, lasceremmo che il boia fosse un volontario, tipo gruppo di linciaggio che lo fa gratuitamente per il proprio piacere, così come in molti paesi che sono menbri della Commissione dei diritti Umani dell’ONU si fa con le adultere o altri condannati. Chi vuole, lapida il colpevole… per il puro piacere di farlo!!
Ma che bello!!
Prima di fare proposte prive di senso, magari ragionare, eh!

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2 Responses to “Chiare, fresche e dolci acque”

  • sandra scrive:

    Ipotesi idraulica e dispotismo
    Mentre Flavia ha ben delineato i problemi inerenti a una comunistizzazione dell’acqua potabile, io mi dilungherò invece sull’irrigazione e in particolare sulla cosiddetta Ipotesi Idraulica che avrebbe dato luogo al dispotismo idraulico basato sul monopolio dell’acqua, cioè quel dispotismo orientale che spiegherebbe quella che Marx definiva come ‘modo orientale di produzione’, ma che trova applicazioni anche oggi nelle analisi dei vari Forum sull’Acqua alternativi.
    L’ipotesi idraulica continua a influenzare i nostri libri di testo, secondo una prospettiva lineare che spiega la nascita delle grandi civiltà (Egitto, Mesopotamia, valle dell’Indo, Cina, Impero Inca, etc) con l’evolversi delle società agricole in imperi basati sull’irrigazione su vasta scala attorno grandi fiumi, che richiedeva sforzo centralizzato e gerarchia organizzativa. Contrariamente all’anarchia feudale decentrata occidentale, questi imperi rappresentano il primo apparire di un governo impersonale come istituzione permanente e distinta. Cioè lo Stato. L’irrigazione, che permetteva maggiore produzione agricola, secondo questa tesi, portò alla nascita delle città, degli eserciti per difenderle e alla specializzazione del lavoro, oltre che alla nascita della scrittura. Nell’economia politica marxista il modo asiatico di produzione descrive il rapporto tra uno stato burocratizzato fortemente centralizzato e i piccoli villaggi agricoli senza proprietà privata della terra. Questo sistema, anche detto dispotismo orientale, ha però le sue radici nelle prospettive evoluzioniste della seconda metà del 19 secolo. Wittfogel (http://en.wikipedia.org/wiki/Karl_August_Wittfogel), uno storico tedesco e militante comunista che poi si staccò da Stalin e fuggì negli USA, cercò di spiegare l’origine storica del modo asiatico di produzione e degli imperi che si baserebbero su di esso, compresa l’antica Russia e Bisanzio. Le sue tesi furono riprese e sviluppate dall’antropologo americano Julian Steward (http://en.wikipedia.org/wiki/Julian_Steward), fondatore dell’ecologia culturale (http://en.wikipedia.org/wiki/Cultural_ecology).
    Nell’articolo The Hydraulic Hypothesis: A Reappraisal (http://www.monmouth.edu/academics/history_and_anthropology/reprints/HydraulicHypothesisS.pdf), pubblicato su Current Anthropology nel 1973, W.P. Mitchell fa un’interessante discussione sul dibattito provocato dagli opposti schieramenti di archeologi, che spesso usando gli stessi dati giungono a diverse conclusioni. Mitchell correttamente rileva che il dibattito è mal posto perché, primo, si presume che prove dell’irrigazione su larga scala si debbano trovare prima della nascita degli stati centralizzati dell’antichità. Secondo, si presume che l’irrigazione richieda uno sforzo centralizzato. Abbiamo ampie prove che esistettero forme d’irrigazione evoluta prima della nascita degli imperi, e che spesso i canali erano il risultato dell’iniziativa di uomini importanti, ma non necessariamente i capi, che riuscivano a mobilitare vicini e parenti, come avveniva, per esempio, tra il 1860 e il 1880 nel Sudovest americano tra i Pima. Leach smentisce che a Ceylon l’irrigazione abbia provocato gli sviluppi previsti da Wittfogel, e anche se la canalizzazione prevedeva ampi investimenti in lavoro, la costruzione era fatta alla carlona, era discontinua e si protraeva nell’arco di vari secoli. Probabilmente l’intero sistema cingalese non funizionò mai interamente al completo. Barth, parlando degli Swath Pathan, tipica società tribale che attualmente si trova nell’area più calda tra Pakistan e Afganistan, ricorda che una società può anche vedere come svantaggiosa la cooperazione per costruire canali, dato che i vari lavori porterebbe i rapporti di potere tra le fazioni tribali a uno squilibrio notevole. Questo, tra l’altro, spiega perché spesso in Africa le popolazioni lascino andare in malora pozzi e canali costruiti con la cooperazione internazionale, non perché sono scemi o incivili, ma perché i ‘buoni’ samaritani delle ONG vanno là, fanno spesso il disastro, e poi se ne vanno lasciando gli abitanti ad arrangiarsi con i cocci dell’intervento umanitario.
    Molti studiosi orientali, come il giapponese Tatsuo Masubuchi (http://www.ide.go.jp/English/Publish/Periodicals/De/pdf/66_03_03.pdf) , fanno notare che Wittfogel, e i suoi successori, vedono la società cinese in particolare dal un punto di vista esterno, occidentale, in cui il paragone è la società europea. Secondo questa chiave interpretativa colorata dal pregiudizio culturale, la Cina dalle dinastie Ch’in a quelle Han è un esempio di dispotismo orientale, soggetta alla stagnazione ciclica. In questa visione dispotismo è opposto a libertà, stagnazione a sviluppo, ma non si cercano mai cambiamenti interni alla società cinese, che vengono invece attribuiti ad apporti esterni. Masubuchi mostra la debolezza del modello idraulico di Wittfogel: in realtà ampie aree della Cina godevano di sistemi di irrigazione locali, legati al sistema tribale di villaggio, poi evolutosi nel rapporto patrono-cliente all’epoca dell’espansione imperiale. Ma questi signori locali dell’acqua vennero incorporati all’interno della burocrazia imperiale tramite notevoli concessioni agli equilibri di potere decentrati regionali.
    Nello studio di Evers e Benedikter sulla Burocrazia idraulica in Vietnam (2009, http://www.water-alternatives.org/index.php?option=com_docman) vediamo un interessante sviluppo moderno: lo sviluppo del delta del Mekong in sud Vietnam. La trasformazione della società locale, adattata all’ambiente del delta in termini di sussistenza e scarso impatto ecologico in una ‘società idraulica’ avvenne subito dopo la fine della guerra contro gli americani, nel 1975, dopo che il Vietnam del sud cadde sotto il regime centralizzato socialista. Questo sviluppo non ha solo provocato un forte impatto sull’ambiente del delta, ma anche sulle dinamiche sociali, dove nuovi gruppi sono apparsi nel gioco delle dinamiche di potere e accesso alle risorse. In particolare, la burocrazia idraulica e le imprese di costruzioni idrauliche, che esercitano notevole potere sulla gestione delle risorse idriche e sulla dislocazione dei fondi pubblici e si quelli dati dalle organizzazioni internazionali di sviluppo. Questi settori burocratici sviluppati dall’economia socialista, si sono ulteriormente sviluppati con l’introduzione dell’economia di mercato, passando dal socialismo di stato monopolistico (pubblico) al capitalismo burocratico di stato (settore privato) secondo una dinamica che in Italia conosciamo bene. Un effetto che appare generalizzato, sia nella storia che nel presente, è che società che si autoregolavano con meccanismi propri e decentrati sono sempre più entrate nella sfera dello Stato, che statalizzando e rendendo ‘pubbliche’ le risorse idriche (in Italia mi limito a citare l’acquedotto pugliese o il risanamento delle paludi pontine), hanno colonizzato le culture locali e indebolito il potere delle comunità locali.
    Mi preoccupa la mancanza di consapevolezza che i militanti dei forum sull’acqua e a favore dello slogan sull’acqua come bene comune dimostrano delle problematiche. La “tragedia dei commons” divenne un tema famoso nel 1968, quando il biologo Garrett Hardin sostenne che le risorse del pianeta erano destinate a esaurirsi per eccesso di sfruttamento (http://www.garretthardinsociety.org/articles/art_tragedy_of_the_commons.html) . La tragedia di cui parlava Hardin è dovuta al fatto che quando certe risorse costano troppo poco, o addirittura sono “di libero accesso”, si tende a sovrastruttarle e, alla fine, a distruggerle. La tragedia si verifica quando ogni utilizzatore si appropria dei benefici privati che trae dalla risorsa, ma divide con i rivali i costi collettivi del deterioramento della stessa. Hardin argomentò che solo due soluzioni possono sventare la tragedia: privatizzare il common, così che il proprietario ne razioni l’accesso, o affidarne il governo allo Stato, perché lo gestisca in modo esclusivo e ‘dittatoriale’ (http://it.wikipedia.org/wiki/Risorse_comuni), soluzione cha Hardin preferiva.

  • flavia scrive:

    Il dibattito sull’acqua è proseguito su facebook . Eccolo qui riportato.

    29 maggio alle ore 20.09 Paul Bunyan: Condivisibile. Peccato ci sia la pappa iniziale su cosa facevano i popoli antichi, che non c’entra nulla. L’autrice si rifà ad una strana definizione che fa rientrare nel concetto economico (perché questa è la questione, da cui il giusto discorso sui costi) di bene pubblico qualsiasi bene su cui non si riesce in pratica a stabilire diritti di proprietà (la definizione precisa sarebbe ” bene non escludibile”). In effetti al giorno d’oggi (probabilmente meno in passato) l’acqua potabile è bene escludibile. Il problema è che l’acqua è anche un bene “rivale nel consumo”. Se un bicchiere lo bevo io non lo puoi allo stesso tempo bere tu. Questo è un fatto fisico, che permane sempre e comunque in qualsiasi società o cultura. Stabilito questo abbiamo stabilito che anche fregandocene di cosa facevano in Mesopotamia, l’acqua non è e non sarà mai un bene pubblico (che si definisce come bene che è allo stesso tempo “non rivale”, oltre che “non escludibile”). Anzi accettando la premessa, secondo me corretta e sottolineata dall’autore, che l’acqua potabile sia anche un bene escludibile (oltre che, aggiungo io, rivale nel consumo) ne risulta che l’acqua ha le stesse caratteristiche di beni quali un’automobile o un tostapane, ai quali si applicano tutti i criteri di efficienza di produzione di mercato concorrenziale (non sarebbe così per beni o non rivali o non escludibili, tipo l’aria che respiriamo, per cui il mercato ne produrrà sempre troppo poca – cioè ne inquinerà troppa). Tre cose che il dibattito sottosviluppato in Italia non mette mai in rilievo, ma sono il nocciolo della questione (altro che le minchiate sulla “mercificazione” dell’acqua): a) se la diamo ai privati siamo sicuri che gli enti locali metteranno in atto un’appropriata politica anti-trust per non creare monopoli privati? b) se la continuiamo a dare in monopolio a società controllate dal Comune quanto grandi sono le inefficienze create dalla commistione politica-affari? c) L’acqua comunale è oggi data per motivi politici ad un prezzo troppo basso? cioè la stiamo sprecando?

    29 maggio alle ore 20.09 Davide Stocchero. pappa iniziale sugli antichi? concedicela, siamo o no antropologi?!?!? hihihi la mania di trovare fili comuni con il passano e di fare comparazioni è nel ns DNA 😉 detto questo, colpisce la precisione terminologica con cui strutturi la cosa…(non dirmi che è ovvio visto che sei economista di formazione). Sto raccogliendo dei paper dell’istituto bruno leoni sull’acqua http://www.brunoleoni.it/ e vorrei vederci un po’ più chiaro addentro, visto che mi viene un dubbio: più che l’acqua in sé ad essere privata, non è tale solo l’apparato tecnologico per gestirla? forse è una sottigliezza, ma non credo sia banale. Inoltre, come faccio a creare competizione nella gestione dell’acqua? Il problema che non vedono alcuni ideologi dell’acqua pubblica è lo straordinario spreco che si verifica, si parla di 1 litro ogni 3! Può la gestione privata ridurre tali inefficienze macroscopiche? se sì, come? se hai voglia/tempo (ok, solo voglia, tempo lo so che non c’è :-) ci scambiamo qualche info su paper utili e produciamo qualcosa di carino su sta acqua.

    31 maggio alle ore 18.00 Flavia Busatta Mi ha divertito molto il termine “strana definizione” di Piazza. La strana definizione si rifà semplicemente ai classici che più classici non si può Adam Smith e Carl Marx! La pappa sulle società antiche era solo un rapido excursus di sociologia tascabile visto il contesto (un blog) e vale per le società presenti (e anche quelle antiche, forse, visto che il passato è un territorio alieno).
    Per Davide. Secondo l’economia politica classica ( i scitati Smith a Marx) il problema della proprietà privata dei mezzi di produzione è essenziale nel distinguere tra valore d’uso e valore di scambio, (e in Marx) tra società capitalista e la società comunista.

    31 maggio alle ore 18.57 • Davide Bene.
    Ho trovato dei contributi su cui cercherò di capire un po’ di più i termini del discorso:
    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8575
    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=867
    http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_161_Falasca-Romano.pdf.
    http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_148_Ceffalo.pdf

    31 maggio alle ore 20. Paul Bunyan @Dadi. Il mio commento finiva con delle domande proprio perché non sono un esperto di regolamentazione antitrust. Ma credo che siano quelle le questioni da affrontare. Appena trovo un po’ di tempo ci do anch’io un occhio. Per il discorso degli sprechi non ho dubbi che ci siano modi di risolverli: fai pagare al privato un prezzo significativo per ogni litro d’acqua che preleva dalla sorgente e vedrai che stanno attenti che quello che entra da una parte del tubo diventi poi fatturato dall’altra parte del tubo, e non si perda strada facendo (trovare quale sia il prezzo “giusto” è proprio il lavoro che un economista, insieme a qualche ingegnere idraulico, dovrebbero fare) .
    @Flavia. Come dicevo ho trovato il tuo pezzo indubbiamente condivisibile. Mi farebbe piacere che mi indicassi quali passi di Smith portano una definizione economica di bene pubblico diversa dalla mia e invece simile alla tua (la quale far coincidere il concetto di bene pubblico con quello di bene “non detenuto dai privati” ovvero “detenuto/fornito/prodotto dal pubblico”). Smith non ha molto studiato il concetto di beni pubblici, lui è il grande studioso dei beni privati (di nuovo nel senso economico, non nel senso di detenuti/forniti/prodotti dal privato). Si limitava a notare correttamente, e usando proprio l’argomento di escludibilità nel consumo, che beni quali l’amministrazione della giustizia hanno qualcosa di speciale che li distingue dai beni privati (nel senso economico), i quali dovrebbero essere appunto lasciati alla detenzione/produzione/fornitura dei privati (“il mercato”)). Marx, per quanto mi risultata, non ha apportato nulla alla teoria dei beni pubblici (attenzione: nei testi discorsivi di questi autori i beni pubblici – “public goods” – sono altra cosa rispetti al bene pubblico – “public good”, che riferisce invece ad aspetti morali o di benessere). Di solito gli economisti fanno risalire a Samuelson le prime analisi approfondite sui beni pubblici (vedi http://www.jstor.org/pss/1925895). Per una definizione di beni pubblici condivisa da qualsiasi economista puoi vedere pagina 3 e 4 dell’introduzione di questo libro http://www.amazon.com/Theory-Externalities-Public-Goods-Club/dp/0521477182#reader_0521477182 dove tra l’altro si nota come Hume l’avesse già vista bene la questione). Cosa sia bene pubblico nel senso economico (che è quello che va stabilito se vogliamo capire cosa fare dell’acqua) e cosa sia bene privato è una questione fisico/tecnologica, non storico/sociologica. Per questo la citazione di esempi storici non serve a dirimere la questione se l’acqua sia bene pubblico o no: ci sono beni privati (nel senso economico) che in alcune società sono forniti dall’organizzazione politico/statale (dal pubblico direbbe qualcuno) mentre in altre società la fornitura degli stessi beni è lasciata al privato (ed in genere gli economisti, come Smith, preferiscono questa opzione per i beni privati nel senso economico). Fare un’analisi storica può essere interessante, ma secondo me va fatta nel senso opposto: una volta stabilito con criteri fisico/tecnologici quali siano i beni pubblici è interessante andare a vedere come e con che successo le varie società in vari periodi storici li abbiano gestiti.
    Ad ogni modo in Italia sono stato bombardato ripetutamente da minchiate quali “la mercificazione dell’acqua” e via discorrendo. Al contrario ho trovato nel complesso il tuo contributo utile e molto ben motivato.

    01 giugno alle ore 1.40 Paul Bunyan @Dai. Mi sono accorto che non ho risposto ad una delle tue domande. Non ho capito bene cosa intendi quando dici “più che l’acqua in sé ad essere privata, non è tale solo l’apparato tecnologico per gestirla”. Provo ad interpretare. Intendi dire che ciò che rende l’acqua un bene privato (nel senso economico è la tecnologia con cui viene estratta e distribuita e non le caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua?(è questo che vuoi dire per acqua “in sé “. Dimmi di sì se no ci tocca partire da Platone :-) ) Questa distinzione che fai è tutt’altro che irrilevante. La natura fisico-chimica dell’acqua non si modifica nel corso della storia dell’umanità, ma le tecnologie per estrarla e amministrarne la distribuzione e consumo sono molto cambiate. Per questo dicevo che secoli addietro l’acqua era probabilmente un bene meno escludibile di quanto lo sia adesso (ma non è comunque mai stato un bene non rivale nel consumo, quindi non è mai stato un bene pubblico nel senso economico). E forse perciò le società del passato possono avere organizzato la gestione dell’acqua in modo diverso da quelle d’oggi. Ovviamente non è difficile pensare che le caratteristiche fisico-chimiche di un bene determinano anche il tipo di tecnologie che riusciamo a sviluppare per renderlo escludibile, per cui spesso la distinzione è sfumata, ma come dici tu non va dimenticata a livello analitico. Anzi, mi azzardo a dire che l’escludibilità di un bene è sempre in ultima analisi il risultato della tecnologia che abbiamo a disposizione, mentre la rivalità nel consumo è in ultima analisi la conseguenza della “natura” del bene.

    01 giugno alle ore 2.16 Flavia Busatta @ Paul Bunyan. Parto dalla fine ovvero dalle caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua. Io sono un ingegnere chimico e questo può spiegare l’approccio del mio intervento iniziale. Le caratteristiche chimico fisiche dell’acqua sono diverse nel corso della storia e nello spazio geografico e sono importantissime per stabilirne le tecnologie di depurazione (sempre parliamo di acqua merce, ovvero potabile, irrigua o industriale) e sono il motivo per cui l’acqua piovana non è potabile (ovvero bere solo acqua piovana porta alla morte entro un mese circa) o molte acque minerali, tra le più pubblicizzate in Italia, non sono potabili secondo i parametri HWO (OMS). Circa la rivalità nel consumo è un concetto interessante nel caso dell’ultima borraccia, ma non è applicabile nel caso di macrosistemi (fisici, non economici). In effetti anche il tuo esempio sull’aria andrebbe analizzato dallo stesso punto di vista ovvero microsistema e macrosistema fisico, dal momento che anche l’aria è rivale nel consumo (quella che respiro io esce come CO2) e non la puoi respirare tu (vedi caso sommergibili analogo alle borracce d’acqua nel deserto) ed è escludibile (vedi tasse sulla salubrità dell’aria – che si pagavano negli anni ’50 al Lido di Venezia per esempio o le tasse/multe se si sforano i parametri dell’inquinamento o le emissioni di CO2). Questi concetti sono tuttavia interessanti e andrebbero discussi e sviluppati ognuno a partire dalle competenze di ciascuno.
    Tornando ai classici, ammetto che lessi Marx negli anni ’60 (il Capitale e i Grundrisse e anche le opere minori tra l’altro letti in italiano con testo a fronte in tedesco per cui non c’era problema di confondere goods con good – conosco l’inglese e capisco la differenza tra goods and good ;-D!! , ma capisco anche il tuo problema di comunicare con italiani che non sanno l’inglese (un mio eterno problema quando devo lavorare su cause penali di crimini ambientali – e Adam Smith sempre nello stesso periodo ovvero circa 40 anni fa, per cui non sono in grado di citarti i pezzi ad hoc (me ne rammarico, ma cercherò di rimediare). Ammetto che nel mio testo usavo in modo molto ampio quei termini classici perché (deformazione di vecchia militante politica e da economia politica) il dibattito è interno alla sinistra (in tutti i suoi variegati aspetti) e in parte alla lega (le cui origini rientrano nell’alveo della sinistra). Usavo perciò termini da “pocket-Marx&Smith” per far capire al vasto pubblico non acculturato che le loro argomentazioni avrebbero fatto ribaltare nella tomba il padre fondatore.
    Resta però interessante il fatto che sia Smith che Marx sostanzialmente non parlano di pubblico (e come potevano) mentre ne parla appunto Hume (con Smith uno degli esponenti più illustri dell’Illuminismo scozzese) che sta più nella economia politica che nella economia in senso stretto. Sono peraltro d’accordo che pubblico non va confuso con statale e perciò avrei anche dubbi sul fatto che la giustizia sia bene pubblico dal momento che, pur essendo un bene immateriale (ovvero privo di “corpo” fisico, ha i suoi costi ed è gestita da un privato, lo stato, accettando che lo stato sia espressione di interessi privati più o meno ampiamente/maggioritariamente condivisi). Per certi versi sarei portata a dire che non esistono beni pubblici nel senso di non rivali nel consumo e non escludibili tout court, o meglio esistono solo come concetto utopistico.
    Trovo comunque questo dibattito refreshing di fronte alla beceraggine di “mercificano l’acqua” che anche tu non sopporti.
    Sandra ha aggiunto un suo contributo più antropologico storico sull’acqua nel blog tra cui una parte riguarda il Vietnam oggi che potrebbe essere un ulteriore contributo al dibattito.

    01 giugno alle ore 15.29 • Paul Bunyan @Flavia. Rispondo brevemente perché mi pare siamo sostanzialmente d’accordo. Che le caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua non cambino intendo questo: la distorsione dell’economista mi porta a dire quando l’acqua cambia caratteristiche fisiche che sono osservabili dal consumatore all’ora stiamo parlando di un altro bene, non dello stesso. Banalmente: H20 è sempre H20 in ogni mento storia dell’umanità. Quello che cambia è che un certa sorgente che diciamo contenesse solo acqua distillata viene contaminata da altri minerali (generando un bene diverso da H2O iniziale). Ma queste sono solo distinzioni linguistiche, ci siamo capiti. Sul discorso dei beni non rivali: certo che tali beni esistono solo in un mondo stilizzato! Si tratta solo di un’utile approssimazione. Gli economisti parlano di crowding effects. Oltre ad un certo punto di crowding tutti i beni “fisici” sono rivali. Il fatto è che per alcuni beni questo limite è molto ampio (fino a che il numero di persone non arriva diciamo a 200 riusciamo tutti contemporaneamente a godere della facciata della Basilica di San Marco. Per godere della Gioconda parliamo probabilmente di 5 persone. Per godere di un panino parliamo esattamente di 1 persona, il prototipo di bene rivale). Sul fatto che anche ciò che è detenuto dal governo sia privato: con questa definizione fai coincidere il concetto di bene “privato” con quello tout court di bene su cui è possibile ottenere protezione del diritto di proprietà (si tratta quindi solo di escludibilità, senza considerare la rivalità che comunque deve essere presente perché un bene sia definito privato in senso economico). Con questa definizione che dai il tuo ragionamento fila: la gente purtroppo di solito pensa che il “pubblico” (nel senso dello Stato) sia sostanzialmente diverso dal “privato” (nel senso della ditta di Davide). Non è così, come noti anche tu: noi cittadini comuni siamo tutti azionisti di minoranza (e quindi altamente truffabili) di quei managers che chiamiamo politici. Non a caso nel diritto inglese le “public companies” sono compagnie private detenute da una numero grande di piccoli azionisti (il “pubblico”). Pubblicate pure i post se volete.

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