I Park Art. Antropologia urbana postmoderna.

Prendi un parcheggio. Prendi due quadri, quattro fotografie, una scultura, un monitor collegato ad un pc. Inserisci qualche euro nella fessura e ritira il biglietto. Esponilo bene in vista in un angolo del rettangolo fatto di strisce blu, al centro del quale allestisci il tuo spazio espositivo urbano temporaneo.

I Park Art: idea tanto semplice quanto geniale. Stimolante analizzarla dal punto di vista antropologico, cioè da una prospettiva che veda l’uomo che usa spazi sociali normati sottoposti a determinate regole, in questo caso di efficienza, di temporalità e di tariffazione.

In un parcheggio tradizionale si paga a tempo per depositare momentaneamente il proprio mezzo in uno spazio che sia il più comodo possibile al luogo che si deve raggiungere a piedi (target). Minore è la distanza auto-target più altà è, in linea di massima, la tariffa per quel posto. Stante al numero spropositato di automobili circolanti in Italia, lo spazio parcheggio, soprattutto in prossimità della grandi concentrazioni urbane e metropolitane, rappresenta a volte un vero miraggio. Trovare il parcheggio giusto al momento giuto può dare una vera svolta alla propria giornata!

Quindi il parcheggio è una entità molto rilevante nella nostra società del movimento veicolare, dei tempi stretti e degli spazi antropizzati. E’ emblema dell’urbanizzazione degli spazi e del prelievo finanziario dei comuni dalle tasche dei cittadini in maniera standardizzata e, per alcuni, eccessivamente vessatoria.

Da un altro punto di vista, però, il parcheggio è una superficie amorfa, che acquista la propria “forma compiuta” quando un’auto la occupa. E’ un vuoto che diventa pieno, è un potenziale. Ma nessuno ha mai detto che la destinazione d’uso di un parcheggio sia esclusivamente quello di metterci un’auto: una volta pagato il biglietto di parcheggio una persona diventa temporalmente disponente di un rettangolo di righe blu a suo uso, nel vincolo del solo rispetto delle altre norme vigenti che regolano i comportamenti umani negli spazi urbani in pubblico.

Ecco che, improvvisamente, possedere e esporre quel tagliandino che riporta l’ora di scadenza a grandi caratteri mi legittima ad usare uno spazio urbano secondo le mie preferenze creative, sostituendo ai volumi di un’auto dei volumi di idee concrete, immagini, forme, colori, perfomance e annessi e connessi. Riappropriazione di spazi urbani, iniezioni di colori sull’asfalto, iniezioni di movimento tra auto immobili. Tra l’altro, con i costi sempre più esorbitanti degli spazi espositivi e dei concorsi per giovani artisti, questa riappropriazione apre scenari di sicuro interesse: esporre in libertà, aggregare un pubblico, muoversi agilmente e economicamente a seconda delle necessità e dei propri obiettivi artistici.

Per iniziative non direttamente commerciali è uno spazio che acquista significati atti a veicolare sensazioni, idee, possibilità e emozioni, quindi uno spazio che si fa possibilità e movimento, in netto contrasto con l’uso tipico del parcheggio nel senso standard del termine. Cioè, resta un parcheggio, ma viene usato in altro modo. O forse non è più nemmeno un parcheggio, visto che di parcheggiato non c’è nulla? Cambio di prospettiva: da un ticket parcheggio che è un furto a pochi euro investiti per esporre i propri oggetti creativi, per vivere la propria oretta di notorietà artistica tra i propri concittadini? Una chicca di antropologia urbana postmoderna.

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One Response to “I Park Art. Antropologia urbana postmoderna.”

  • sandra scrive:

    In questa interessante intervista all’ideatore de I Park Art, Mattia Paco Rizzi (http://www.artsblog.it/post/5611/i-park-art-intervista-con-mattia-paco-rizzi) scopro che il progetto nasce all’interno della sua laurea specialistica in architettira a Genova nel 2009. E’ quindi un avvenimanto artistico assai recente e ancora in fase di sviluppo, se farà presa. Lo scopo è concretizzare in una forma nuova e attiva di museografia aspetti che vanno dall’architettura, alla museografia, all’arte ‘ufficiale’ ai graffiti. La sua filosofia si colloca genericamente all’interno del post-anarchismo, in quanto ha come intento la condivisione libera dell’arte fuori dei normali canali di esposizione, in cui anche il più banale dei concorsi richiede un pagamento e uno sponsor politico-artistico. Tuttavia resta al di qua della legalità in quanto, tramite l’uso di uno spazio reperito in un parcheggio a pagamento, occupa legalmente, anche se ‘impropriamente’ uno spazio pubblico.
    Il suo aspetto interessante è che si tratta di un proseguimento del filone artistico happening degli anni 1960, ma la performance si basa non sul teatro o la danza, ma sulle arti visive. Nei filmati si vedono oggetti, foto e graffiti spruzzati su scatole di cartone. Secondo l’intervista, gli automobilisti non hanno accolto con ostilità l’uso di spazi destinati al parcheggio, anzi, non ci hanno neppure fatto caso. In realtà la fruizione artistica è stata fatta dai pedoni che passavano sui marciapiedi adiacenti agli spazi segnati dalle strisce blu.
    E’ un tipo di arte che per sua natura è precaria e transitoria, perchè dura il tempo di una sosta a pagamento. Forse una metafora dei lavoretti precari di tanti giovani? l’intervista non lo dice. La permanenza, al di là del tempo del biglietto di sosta, sta nelle foto e nei filmati che vengono fatti e posti in rete. Non è materiale, ma virtuale. Anzi, è un ibrido artistico materiale-corporeo-virtuale al tempo di Avatar…. Comunque i Park Art sono il contrario dei graffiti sui muri. I graffiti sui muri di strade, cavalcavia e zone ferroviarie sono relativamente permanenti, fissati su muro, mentre i fruitori (anche se involontari) sono in transito – viaggiatori su treni o automobili – sono i viaggiatori a essere transitori, non l’espressione artistica attuata nei graffiti. E più transitori e precari di tutti sono i graffiti spruzzati sui vagoni di treni e metro, vera ‘arte in transito’, fugacemente visibile dalle pensiline e da altri treni che ci incrociano.

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