Proibizionismo e perbenismo

Come ogni anno durante i mesi estivi, regolari più di un anticiclone, si scatenano le polemiche a sfondo “sessuale”. La cosa non deve stupire: da sempre almeno a queste latitudini caldo e chiappe al vento vanno d’accordo. La polemica di quest’anno, tuttavia si tinge di giallo perché potrebbe non essere destinata a qualche elzeviro di circostanza, ma potrebbe approdare nelle aule parlamentari e colà, complice la noia, la impossibilità di discutere di temi economici e il fatto che sul sesso tutti si sentono dei Commissari Tecnici, magari diventare una pessima legge. Alcune deputate del PD (per i grillini PD-L altrimenti vanno in confusione), Silvana Amati, Manuela Granaiola, Daniela Valentini e Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, hanno appena firmato un disegno di legge dal titolo “Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nelle pubblicità e nei media”. Nella fattispecie diventeranno illegali (stavo per dire peccaminose, oibò) le “immagini che trasmettono, non solo esplicitamente, ma anche in maniera allusiva, simbolica, camuffata, subdola e subliminale, messaggi che suggeriscono, incitano o non combattono il ricorso alla violenza esplicita o velata, alla discriminazione, alla sottovalutazione, alla ridicolizzazione, all’offesa delle donne“. La motivazione di questo furore iconoclasta è giustificata da esigenze di natura sanitaria (infatti la “pubblicità e media presentano il corpo femminile come mero oggetto sessuale, esistente per l’uso e per il piacere altrui” e pertanto “nelle adolescenti, nelle donne giovani”, diventa epidemia “un’ossessiva attenzione al corpo che provoca manifestazioni di ansia e aumento di emozioni negative, riduce la consapevolezza dei propri stati interni” e “provoca anche conseguenze molto serie sul benessere psico-fisico delle persone che la subiscono: è infatti correlata a un aumento dei disturbi depressivi, delle disfunzioni sessuali, dei disordini alimentari“). Questo una volta si chiamava Isteria, ma oggi il termine non è più politicamente corretto. E per fortuna che non aggiungono (o almeno i giornali non riportano) anche motivi securtari del tipo: queste pubblicità stimolano al femminicidio!
Si conclude così la lunga marcia verso il moralismo filisteo (termine marxiano) delle donne della sinistra istituzionale italiana quelle che partirono dalla polemica tra Lenin e Klara Zetchin a proposito del fatto che fare sesso era come bere un bicchier d’acqua e, come è noto, Lenin ebbe la meglio. Una lunga marcia che ha sempre visto le donne del PCI, e oggi dei DS, appiattirsi sulla morale tradizionale (in Italia quella cattolica) e giustificare il loro moralismo piccolo-borghese col timore che i “nemici” potessero usare gli “errori” dei comunisti, uomini e donne, per denunciarli all’opinione pubblica. In questa “lunga marcia” le donne della sinistra organizzata italiana (dalle donne dei partiti a quelle dei gruppi) salutarono la nascita del Movimento femminista italiano accusando le femministe di essere “donne che si davano il piacere da sole“, delle “isteriche”, delle “prostitute” e ovviamente delle controrivoluzionarie. Lunga marcia che passò anche attraverso la repressione diretta del movimento femminista sia attraverso il servizio d’ordine del partito che richiedendo l’intervento della polizia come ad esempio avvenne a Padova durante una conferenza di Adriana Seroni nel dicembre del 1975.
Con buona pace di molti giornalisti, poco hanno a che vedere questi atteggiamenti con il femminismo 3e le femministe, ma molto con le becchine del femminismo, ovvero con coloro che si appropriarono delle tematiche femministe devitalizzandole e castrandole con il perbenismo della famiglia in salsa comunist-emiliana.
E’ comunque vero che una parte del movimento si è sempre gingillato con queste campagne moralizzatrici, copia speculare di quelle ecclesiastiche, come testimoniano le scorrerie notturne ad attaccare sulle pubblicità striscioni con scritte del tipo “questo offende la donna“, ma secoli di moralismo cattolico e di repressione sessuale giustificavano allora questa tendenza puritana. Queste campagne moralizzatrici (che inizialmente attaccavano anche una icona della sinistra, il settimanale L’Espresso, che deve parte della sua fortuna proprio alla continua presenza di una donna nuda in copertina) divennero sempre più silenziose più si saldava il legame tra donne in carriera dei partiti, becchine del femminismo, e gruppo editoriale La Repubblica l’Espresso.
Ma, dopo questa digressione, veniamo al dunque: davvero la pubblicità che usa delle modelle offende la donna?
Io, seriamente, ne dubito. Personalmente ho sempre pensato che un bel nudo (femminile o maschile) sia una vista piacevole e ho salutato con gioia l’arrivo sulle riviste e sui cartelloni pubblicitari di bei modelli nudi inaugurato a suo tempo da stilisti gay. Per contro ho sempre disapprovato la moda maschile “baggy” che impedisce a una donna un sano apprezzamento di un corpo maschile, questo anche quando scivolano abbondantemente sotto le natiche e mostrano le mutande firmate.
E’ straordinario che questo furore iconoclasta sia circoscritto ancora una volta al genere femminile, che le quattro deputate devono considerare debole di mente (vecchia accusa maschilista, mamma mia, che gaffe!) nel suo complesso qualora non si conformi ai loro canoni morali e ideologici. E qui sento suonare nella mente la famosa canzone “Vi ricordate quel 18 aprile...” in cui i compagni del partito comunista accusavano le donne (deboli di mente e di carattere e perciò facilmente influenzabili) di aver causato la sconfitta del partito nel 1948. Non vi è una parola circa il fatto che analoghe posizioni e pubblicità possano offendere l’uomo, se viene usato un modello maschile, eppure se l’immagine DAVVERO presenta “il corpo […] come mero oggetto sessuale, esistente per l’uso e per il piacere altrui” e suggerisce, incita o non combatte “anche in maniera allusiva, simbolica, camuffata, subdola e subliminale” il ricorso alla violenza esplicita o velata, alla discriminazione, alla sottovalutazione, alla ridicolizzazione, all’offesa”, allora dovrebbe essere proibita comunque qualunque sia il genere del raffigurato o, per far piacere agli amanti degli animali, anche se il raffigurato è un animale.
Ma a questo punto, in quest’orgia proibizionista, chi stabilisce cosa va proibito? La proposta di legge stabilisce una serie di commissioni e un percorso contorto che tuttavia si basa su un caposaldo: la denuncia da parte di qualcuno, singolo o associazione. Ora, a prescindere che tutte queste commissioni ci costano un bel po’ e creano posti clientelari di sottogoverno (e la spending review?), abbiamo tutti sotto gli occhi dove questo andrà a finire: ogni authority deciderà in base al suo comune sentire, al suo comune senso del pudore e con una competenza che farà sembrare le chiacchiere da bar discussioni di alta filosofia. Abbiamo già dato con le commissioni della censura, grazie, non vogliamo ripetere l’esperimento. Senatrici, donne dei DS, ve lo ricordate “Ultimo Tango a Parigi?” Vogliamo ripetere la figuraccia , o voi siete state sempre d’accordo che andasse bruciato, ma non potevate dirlo perché politicamente scorretto? Il problema è che con le proibizioni di questo tipo non si va da nessuna parte (e qui mi suona nella testa un motivetto mutuato da una nota canzoncina calcistica “Sapete solo proibire, sapete solo proibireeee…).
Le leggi proibizioniste sono notoriamente criminogene, e quelle proibizionistico-moralizzatrici, sono le peggiori. Basta l’esempio delle Leghe della Tolleranza (Woman’s Christian Temperance Union, Anti-Saloon League, American Temperance Society, Daughters of Temperance, Prohibition Party, lo Scientific Temperance Federation ,New York Society for the Suppression of Vice) e del Proibizionismo degli anni Venti in America (sì quello di Al Capone e dei Lucky Luciano) per capire dove si andrà a parare. Ci saranno nel nostro futuro Massacri di San Valentino per distruggere una partita di foto della Belem che mostra la farfallina reclamizzando una lingerie Victoria’s Secret? Considerando che la criminalità organizzata è fiorente in Italia e ha nel mercato del porno uno dei suoi capisaldi potrebbe succedere. grazie alla improvvida furia iconoclasta delle becchine del femminismo.
Il femminismo è sempre stato liberazione, MAI proibizione!!!
In ogni caso andrebbe fatta un’altra considerazione: che se si fa una legge proibizionista la si deve far rispettare. A parte che l’Italia è ancora il paese delle grida manzoniane, ci si chiede in che mondo vivano le senatrici in questione e che studi abbiano fatto. E’ noto che presso gli antichi greci la posizione delle donne oneste era piuttosto grama: esse dovevano passare la vita nel gineceo a filare e a tessere e non potevano neppure uscire per fare le spesa, compito delle schiave. In questo contesto ovviamente non potevano posare come modelle. Per risolvere il problema della “modella” delle statue delle dee femminili i nostri astuti greci si inventarono la prassi di usare diversi modelli maschili in età pubere che fornivano il modello per le singole parti del corpo divino rigorosamente vestito: un modello per le spalle, uno per i fianchi etc. e probabilmente il seno si faceva “a memoria”, tanto era coperto dal peplo o dal chitone e dal himation. E in effetti non vi pare che le famose statue classiche femminili siano un po’ mascoline? a me hanno spesso dato quest’impressione. Poi arrivò Prassitele che fece la prima Afrodite nuda usando, si dice, l’etera Frine come modella. Denunciamo pure lui o i musei che ne posseggono copie romane della Venere di Cnido?
Ora con Photoshop e la grafica 3D sarà molto facile usare dei corpi maschili e assemblarli per dare l’idea di un corpo femminile. Dal momento che sono uomini travestiti da donna saranno anche queste immagini proibite? Perché se lo fossero allora sarebbero problemi! Infatti la ridicolizzazione delle donne attraverso il travestitismo e lo stereotipo esagerato è un topos della “satira” italiana specie di sinistra e molti comici gay maschi o trasgender hanno fatto fortuna proprio ridicolizzando le donne tramite un uso volgare del travestimento, della maschera e (talvolta) tramite un uso raffinato della loro misoginia. Personalmente non mi sognerei mai di proibire questo tipo di satira, ma devo ammettere che l’ho sempre vissuto come molto offensivo, misogino, volgare e profondamente reazionario.
Tornando a comportamenti che “offendono la donna” io, in quanto donna, per esempio trovo molto più offensivo un certo tipo di atteggiamenti “vezzosi” che sottolineano lo stereotipo della donna oca. imbranata e non tecnologica, che quelli che la suggeriscono puttana o ammaliatrice. Mi spiego. In quasi tutte le conferenze cui ho partecipato in Italia e all’estero, le donne in carriera italiane (docenti universitarie, funzionarie di partito, sindacato o ONLUS) si fanno notare perché quasi sempre iniziano la loro relazione con questa pantomima / sceneggiata: “Scusatemi, ma io il computer praticamente non so cosa sia, a malapena lo so accendere, oh, mio dio adesso dove tocco,” e via miagolando a chiamare e a ringraziare Cicciobello, il tecnico di turno addetto alle tecnologie multimediali, rigorosamente maschio, “senza il quale sarei proprio disperata!” e via un sorriso ammiccante e complice che molte volte mi ha fatto pensare che Cicciobello non sia d’aiuto solo nel campo multimediale (scusate la cattiveria). La donna in carriera italiana si attacca come tellina allo scoglio della “femminilità” tradizionale che la vuole non normo-dotata quando si tratta di strumenti o attrezzi (scusate il gioco di parole) e sempre in balia del homo meccanicus, sia per accendere il computer che per cambiare una gomma. E poi queste stesse signore si lamentano del soffitto di cristallo!!
Ora secondo la proposta di legge in questione un post su YouTube con una di queste sceneggiate dove si RIDICOLIZZANO le donne potrebbe finire ipso facto sanzionata: basta trovare il/la giudice giusto/a!!
Care senatrici, non ridicolizzate le donne con proposte di legge proibizioniste quantomeno barbine perché non vorremmo dover ritornare alle tovaglie lunghe fino a terra per coprire le “gambe ” dei tavoli, alle anziane zie che fanno da chaperon a qualunque signora voglia sembrare onesta e ad essere accusate di prostituzione se si accetta un regalo da un amico di sesso maschile.

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