Fotografare nei musei? Politiche a confronto (3)

Non so a voi, ma a me piacciono le storie con l’happy end e il terzo episodio della mia esplorazione sulla fotografia amatoriale nei musei veneti finisce con l’happy end. Accade qualche settimana fa, alla mostra Venetkens sugli antichi veneti, allestita al Salone. Il palazzo della Ragione (detto anche Salone, per sineddoche) era l’antica sede dei tribunali cittadini di Padova. Fu eretto a partire dal 1218 e sopraelevato nel 1306 da Giovanni degli Eremitani che gli diede la caratteristica copertura a forma di carena di nave rovesciata. Il piano superiore è occupato dalla più grande sala pensile del mondo, detto “Salone” (misura 81 metri per 27 ed ha un’altezza di 27 metri) con soffitto ligneo a carena di nave. Il Salone è affrescato da un grandioso ciclo di affreschi a soggetto astrologico (completati tra il 1425 e il 1440) basati sugli studi di Pietro d’Abano.
Sapendo che se non si può fotografare ai musei figurarsi a una mostra temporanea, chiediamo però di poter fotografare gli affreschi e il gigantesco cavallo ligneo del Salone, che conserva anche un pendolo di Foucault piazzato all’inizio degli anni 1990, dato che il Salone si può fotografare. E qui io e Flavia veniamo a sapere che si può fotografare anche la mostra. Incredibile! Inutile dire che ci scateniamo, anche se la proibizione del flash e l’allestimento ci creano qualche problema con i pezzi più piccoli. Parliamo, dopo più di due ore passate a fotografare ogni singolo pezzo, con uno dei guardiani, un tipo assai cortese, della mostra che ripropone dopo trentacinque anni l’archeologia veneta. Osservo che sono stati esposti gran parte dei pezzi più importanti e che era una fortuna che avessi potuto fotografarli, dato che nei rispettivi musei prestatori, come Treviso ed Este, tanto per dirne due, non si poteva farlo, e commentavo sull’idiozia della proibizione. Il custode mi svela che in realtà all’inizio era proibito fotografare, poi la gente aveva abbattuto questo muro ideologico con la forza dei telefonini, iPad e fotocamere e la direzione aveva, dopo un’agonizzante altalena durata quasi due settimane, rinunciato ad opporsi alle pressioni della folla e aveva eliminato la proibizione e tolto i cartelli di divieto. Forse perché si erano accorti che su Faceboook e altri social network tipo Flikr e simili, le foto fanno una notevole pubblicità alla mostra. Questo mi convince che se si organizzano delle Invasioni Digitali di massa non solo prendendo accordi preventivi con direttori di museo dalla mentalità aperta, come è successo quest’anno, ma proprio prendendo di mira i musei più ottusamente gestiti da direttori reazionari e creando un evento mediatico che generi discussione, la questione non sarebbe più lasciata in mano a muffosi funzionari ed esisterebbe una politica di apertura al pubblico fotografante simile in tutte le regioni d’Italia (e d’Europa). Parleremo di come si comportano i musei altrove nel prossimo post.
Qui voglio accennare all’allestimento della mostra Venetkens, che peraltro è molto interessante e assolutamente da visitare. Soffre però del problema che è stata allestita dai soliti che gestiscono i musei archeologici veneti e del Nordest, come si evince dal catalogo grande, dove tutti i vari direttori e collaboratori dei musei nordestini hanno scritto le loro due paginette riguardanti il loro pezzetto di cronologia o località geografica di specializzazione. Queste mostre offrono agli studiosi, che sono intercambiabili in quanto accademici all’università, direttori di museo e funzionari della soprintendenza, associati in una casta più rigidamente chiusa dei bramini indù, l’occasione per pubblicare in un contesto che non sia articoli in riviste super specializzate pagate dalle loro stesse istituzioni a editori locali con il contributo della Regione (per esempio Archeologia veneta, Quaderni di Archeologia del Veneto, ecc.) oppure da editori, per esempio l’editore romano L’Erma Bretschneider, che fanno costare talmente tanto i volumi, quasi sempre da oltre cento euro fino a quattrocento e più, che è sottinteso che possono essere acquistati solo da istituzioni, e quindi sempre con finanziamento pubblico. Alla mostra Venetkens sono stati fatti però due cataloghini, uno più che altro una brochure, a prezzo bassissimo e una bella scelta di cartoline con foto nuove e non riciclate, da Marsilio, che edita anche il catalogo grande (con lo sconto IBS o Amazon costa circa 38 euro ed è completo nell’illustrare tutti i pezzi). Tornando all’allestimento, anche qui vige l’orrore per l’immagine, che potrebbe anche essere in realtà l’origine, da un punto di vista psicologico e psicanalitico, il reale motivo del divieto contro la fotografia amatoriale nei musei veneti (un caso clinico diffuso e da manuale). In tutta la mostra non c’è una sola foto dei luoghi di cui si parla, le carte geografiche sono assenti (o forse ce n’è una ma è chiaro che non mi è rimasta impressa nella mente) e la ricostruzione dei santuari delle acque rinuncia a mostrare una ricostruzione della realtà nei luoghi reali (Lagole, Trembacche, Casier, ecc.), per fare affidamento a un’immagine di acqua proiettata da un proiettore nel mezzo di una sala circolare parecchio buia, un tipo di allestimento che era una novità una ventina d’anni fa. Ci sono poi due videoclip in 3D, una con un corteo funebre, l’altra con dei cavalli in corsa. A sentire gli allestitori questi due pezzi di novità ‘nuovissima’ sono costati un braccio e una gamba. Se è vero, lo studio che li ha fatti ha venduto loro un prodotto di modestissimo livello e il risultato si poteva constatare nei motteggi di un gruppo di ragazzini, di età delle medie, abituati a videogiochi di ben altra complessità e qualità grafica, di fronte ai video. Dato che Flavia lavora regolarmente con programmi 3D, abbiamo fatto due chiacchiere con i ragazzini e abbiamo unanimemente raggiunto la conclusione che erano stati fatti con qualche obsoleta edizione di un programma tipo Poser e rifilati a gente che non ne sapeva nulla e neanche aveva visto la pubblicità di un videogioco in TV (penso alla raffinatissima serie Call of Duty, di un realismo impressionante, per esempio).
Dato che la mostra Venetkens occupa solo poco più della metà del gigantesco salone ed è felicemente visitata da moltissima gente, perché il passato dei veneti antichi è di grandissimo interesse per i veneti moderni, il risultato è che è un po’ sovraffollata e gli spazi un poco stretti. Le vetrine sono spesso, ma non sempre, ad altezza di bambino, il che è una cosa buona e giusta, ma questo può creare un certo mal di schiena a chi non si limita a dare un’occhiata veloce e vuole guardare i pezzi per bene in dettaglio. Qualche pezzo è invece talmente alto che solo qualche fortunato stangone lo vede (nell’area delle piccole teche con ceramiche). Esiste poi uno squilibrio tra l’area estense e padovana, super rappresentata, e le altre aree della regione e, dato che esistevano delle differenze linguistiche e di scrittura del veneto antico tra le aree geografiche, la cosa non è indifferente. Questo squilibrio rispetta forse un Cencelli archeologico riguardante il diverso peso ‘politico-accademico’ dei vari direttori? Mistero. Però siamo grate che la Pedemontana abbia finalmente avuto un certo spazio. Infine ci sarebbe da ricordare la ricostruzione di una capanna veneta, fatta forse con poco convincimento, perché il risultato è più fuorviante che informativo per il visitatore. Soprattutto perché dalle situle (secchie di bronzo) esposte, e dalle testimonianze greco-romane, si ricava l’impressione di una società divisa in polities di un certo peso, città-stato o confederazioni di città, ricche di beni materiali e con un complesso cerimonialismo (tema trattato molto superficialmente), con vasti traffici commerciali ed eserciti di dimensioni più che rispettabili (due temi non a sufficienza rappresentati nella mostra). La mezza capanna ricostruita, in realtà un specie di vano coperto di frasche dove c’è un focolare con alari ad ariete e un paio di rachitiche mensoline che ospitano qualche ciotola di ceramica grezza alla rinfusa, oltre a uno o due grezzissimi sgabelli, è più adatta a mostrare il riparo temporaneo di qualche pecoraio che un’abitazione usuale dei veneti antichi. Dato che però il tema di questi post non è l’allestimento museale, ma la foto amatoriale, non mi dilungo oltre e ripeto: con tutti i suoi difetti la mostra Venetkens vale la pena di essere visitata perché mette insieme pezzi di grande valore storico e artistico che altrimenti dovrebbero essere cercati museo per museo e pure senza poterli fotografare.
Finita la storia a happy end grazie alla valanga umana dei visitatori che non si sono fatti scoraggiare da divieti arbitrari e insensati, passiamo a parlare di altri musei e della loro politica rispetto alla fotografia amatoriale. (segue)

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2 Responses to “Fotografare nei musei? Politiche a confronto (3)”

  • alessia scrive:

    Molto bello il blog… pero’ aspetto nuovi post, e’ da troppo tempo che non ci sono aggiornamenti. Vabbe’, intanto mi sono iscritto ai feed RSS, continuo a seguirvi!

  • web site design scrive:

    Ho dovuto aggiornare la pagina tre volte per riuscire a leggere l’articolo. Però è valso la pena aspettare, ho trovato le informazioni che cercavo.

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