Kateri, il giglio dei Mohawk (parte 4)

Dato che quello che sappiamo di Kateri è di provenienza gesuita, dobbiamo ovviamente interpretarlo. Comunque sia, ella nacque intorno al 1656 nel villaggio Mohawk di Ossernenon presso la cittadina di Auriesville, New York. Nella valle del fiume Mohawk, i Kaniengehaga, cioè il Popolo del luogo della selce, custodi della Porta orientale della Lega degli irochesi, erano noti agli altri popoli con il soprannome di Mohawk, anglicizzazione del termine Narraganset Mohowauuck, ‘mangiano cose animate’ e quindi cannibali. Avevano solo tre clan, la Tartaruga, il Lupo e l’Orso, che mandavano tre capi ereditari ciascuno al Gran Consiglio della Lega, cioè nove capi, facenti parte dei cosiddetti Fratelli maggiori della Lega (con Onondaga e Seneca). Ossernenon era chiamato anche Gandawaga e Caughnawaga. Quest’ultimo nome, identico a quello del villaggio di rifugiati indiani, per lo più mohawk, cattolici presso Montreal, trascritto recentemente come Kahnawake (pr. Ganawaghe) significa ‘il posto delle rapide’ (prima sul Mohawk, poi sul San Lorenzo). Kateri era figlia di un capo Mohawk, Kenneronkwa e di Tagaskouita, una Algonkin cattolica adottata in prigionia. Dato che i Mohawk erano matrilineari, ella nacque nel clan materno adottivo (cioè quello dei catturatori Mohawk, non quello Algonkin) che era quello della Tartaruga. Seguendo l’uso irochese di spostare il villaggio ogni sette-otto anni di pochi chilometri per far fronte all’esaurimento del terreno agricolo e della selvaggina vicino al villaggio, Kateri si spostò con esso; nel frattempo i Mohawk soffrirono di un’epidemia di vaiolo che colpì la tribù tra il 1661 e il 1663. Kateri perse così il fratello ed entrambi i genitori e lei sopravvisse con la faccia e il corpo martoriato dalle cicatrici del vaiolo e la vista assai indebolita. Ella venne adottata, come era d’uso, dalla famiglia dello zio materno, un capo del clan della Tartaruga ma contrariamente al racconto gesuita, che ne volle fare un’eccezione tra i ‘selvaggi pagani’, non fu affatto trascurata come orfana, ma visse come tutti gli altri nella famiglia estesa all’interno della lunga casa familiare. I gesuiti la presentano come quasi cieca il che contrasta con il racconto della sua abilità nelle arti femminili del cucito e ricamo, intreccio di stuoie, canestri e scatole e nel cucinare e coltivare i campi con le altre donne. Sembra che a tredici anni subisse pressioni per sposarsi ma lei rifiutò; l’età non era affatto troppo giovane per l’epoca e la popolazione e il fatto che lei potesse opporsi a un matrimonio combinato mostra che aveva sufficienti appoggi dalle matrone del clan per poterlo fare.
Nel frattempo infuriava la guerra con i francesi, che fecero le loro spedizioni invernali: nel 1666 distrussero tutti e tre i ‘castelli’ Mohawk, come erano chiamati i villaggi principali, e parecchi insediamenti minori, azzerando le scorte alimentari indiane. Il ‘castello basso’ (Lower Castle) fu spostato al di là del fiume, presso l’attuale cittadina di Fonda, conservando lo stesso nome di Caughnawaga e, come gli altri villaggi, fu costretto ad accettare missionari gesuiti. Così nel 1667, quando Kateri aveva undici anni incontrò i gesuiti Jacques Fremin, Jacques Bruyas, e Jean Pierron al villaggio. A quanto pare lo zio apparteneva alla fazione tradizionalista e si oppose allo studio del catechismo da parte di Kateri, secondo la versione gesuita. Il pover’uomo però non comandava tanto neppure a casa sua, dato che una delle sue figlie maggiori aveva già lasciato il villaggio di Caughnawaga per rifugiarsi come profuga religiosa a Caughnawaga/Kahnawake presso Montreal, il villaggio cattolico omonimo dato che da là provenivano gran parte dei rifugiati. Nel 1675, a diciotto anni, Kateri incontrò il gesuita Jacques de Lamberville e cominciò a studiare il catechismo in modo serio, finché giudicandola convertita in modo convincente, Lamberville la battezzò a vent’anni, il giorno di Pasqua del 1676.
I gesuiti segnalano che questo battesimo era eccezionale, perché in genere i conversi lo ricevevano solo in punto di morte. La ragione accampata era che fino a quel momento sussistevano dubbi sulla reale conversione, ma la ragione vera era che, dato il valore magico del battesimo, questa ‘grande medicina’ era usata come ricatto psicologico sui convertiti perché non cambiassero ‘sciamani’, magari dopo un’epidemia, un raccolto andato a male, una spedizione di guerra sfortunata, come era uso indiano. Comunque sia, Kateri dopo il battesimo restò al villaggio altri sei mesi, dove pare dovette affrontare accuse di stregoneria e promiscuità sessuale da parte di esponenti della fazione avversa. L’accusa di promiscuità è un risibile espediente dei preti nella causa di santificazione, data la libertà sessuale delle donne irochesi, che potevano divorziare semplicemente mettendo i mocassini del marito fuori della porta della longhouse. L’accusa di stregoneria era invece un’accusa di routine che i membri delle fazioni si scagliavano reciprocamente fi continuo, in generale più nella veste della maldicenza calunniosa che dell’accusa da tribunale (che non esisteva tra gli irochesi, che si affidavano alla giustizia privata). Data la natura segreta delle pratiche magiche di questo tipo, se qualche avversario politico moriva, magari avvelenato, come avvenne in alcuni casi documentati, ufficialmente non era colpa di nessuno. In ogni caso il gesuita Lamberville consigliò Kateri di andare a Kahnawake presso Montreal, cosa che lei fece con un gruppo di altri convertiti nel 1677.
Lo storico canadese Allan Greer (La Nouvelle-France et le Monde, 2009, Mohawk Saint: Catherine Tekakwitha and the Jesuits, 2005, The People of New France,1997) osserva che la maggioranza di questi convertiti all’inizio erano donne. In realtà sono documentati anche casi di importanti capi di guerra, come Krid, che seguì Kateri pochi mesi dopo, o capi ereditari, la cui conversione e fuga a Kahnawake canadese causava un enorme danno politico alla Lega irochese, dato che i suoi procedimenti politici si basavano su rigidi rituali. Quanto alle donne, le guerre incessanti del XVII secolo a lungo andare avevano minato l’autorità delle Madri del Clan, note come matrone nella letteratura antropologica, anche se all’inizio l’avevano rafforzata per via dell’assenza per molti mesi e anche di un anno dei guerrieri e dei cacciatori dai villaggi per spedizioni sempre più lontane. Così molte donne, specialmente se appartenevano a lignaggi minori, trovarono nella conversione una fonte di potere, dato che mentre era vero che i gesuiti manipolavano gli indiani, era vero anche il contrario. Ispirandosi apparentemente agli ordini monastici femminili cattolici in Canada, come le Orsoline, rinvigorendo o rinnovando società segrete di medicina femminili (come la Società delle Lontre o le Sorelle della Triade esclusivamente femminili, su cui gli antropologi, in genere uomini, ci hanno lasciato poco o niente, vedi A. Parker, 1909, per i Seneca qui), questi gruppi di Mohawk convertite praticarono in gruppo forme di mortificazione della carne sostenendo di dover scontare i peccati tribali. Queste forme di auto-tortura, che i gesuiti avevano importato, erano affini a quelle praticate dai guerrieri e avevano come scopo quello di ottenere un rapporto con il divino, una visione, uno stato alterato di coscienza provocato dal dolore e dalle sofferenze. Nonostante i gesuiti scoraggiassero forme estreme di punizione, i gruppo di donne a cui apparteneva Kateri erano chiaramente sfuggite di mano. La sua mentore fu un’altra indiana, Anastasia Tegonhatsiongo, che era stata amica intima di sua madre ed era matrona del clan a Kahnawake, la accolse a casa sua e le insegnò le pratiche di auto-punizione estrema. Qui trovò anche sua sorella maggiore e il marito.
Il gesuita padre Cholenec aveva introdotto presso i convertiti i tradizionali strumenti di mortificazione cristiana, fruste, camice di crine e cinture di ferro (come quelle dell’assassino maniaco religioso nel film Il Codice Da Vinci), allo scopo di sostituirle con le pratiche tradizionali Mohawk. Tuttavia gli indiani sospettavano che i gesuiti nascondessero loro pieno accesso alla religione (e giustamente, dato che tardavano il battesimo il più possibile) e quindi al potere magico-spirituale, dal loro punto di vista. Così alle pratiche mortificatorie gesuite aggiungevano anche quelle native tradizionali e altre di carattere nuovo. Kateri dormiva su una stuoia piena di spine e praticava in segreto la flagellazione con la sua amica intima Marie-Thérèse Tegaiaguenta. Cholenec scrisse che poteva anche colpirsi con mille-milleduecento colpi di frusta in una sola sessione. Oltre al letto di spine, Kateri aggiunse tagli rituali, digiuni prolungati, bagni ghiacciati in pieno inverno e bruciature con carboni ardenti. Non stupisce che campò solo altri due anni, ma che sopravvisse così a lungo. Quando era in punto di morte i due gesuiti Chauchetière e Cholenec, che avevano puntato su Kateri come simbolo della conversione dei selvaggi pagani, radunarono tutto il villaggio al suo letto di morte. Kateri Tekakwitha morì il 17 aprile 1680 a 23 0 24 anni, tra le braccia dell’amica Marie-Thérèse Tegaiaguenta. Cominciò immediatamente l’operazione di santificazione.
La regia dell’operazione fu orchestrate dai gesuiti Chonelec e Chauchetière, prima con il presunto ‘cambiamento’ miracoloso dell’aspetto del cadavere: anziché cominciare la decomposizione, dopo circa un quarto d’ora scomparvero i marchi del vaiolo e il colore scuro della pelle da indiana e la morta divenne bella e bianca di pelle, scrisse Chonelec, assecondando il pregiudizio razziale secondo cui bianco è bello e scuro è brutto. Poi lo spettro di Kateri venne visto da tre persone, le sue donne indiane a lei più vicine, che diventavano così custodi della sua santità e innalzavano notevolmente il loro prestigio, cioè la mentore Anastasia Tegonhatsiongo e la compagna Marie-Therèse Tegaiaguenta e da padre Chauchetière. Ad Anastasia, mentre piangeva la morte della figlia Kateri apparve inginocchiata ai piedi del materasso tenendo in mano una croce che brillava come il sole (quasi un’impersonazione della Donna del Cielo irochese, possiamo aggiungere), mentre Marie-Thérèse fu svegliata una notte da un bussare sul muro, mentre una voce le chiedeva se era sveglia aggiungendo: ‘Sono venuta a salutarti, sto andando in paradiso’. Quando la donna uscì non vide nessuno, ma udì una voce mormorare ‘Addio, addio va a dire al padre (gesuita) che sto andando in cielo’. Padre Chauchetière disse di aver visto Kateri nella tomba apparire ‘in barocco splendore’ e per due ore lui restò a guardarla con il volto sollevato verso il cielo come se fosse in estasi. Un miracolo tipico fu quello, nel XVIII secolo, di convertire un bambino protestante al cattolicesimo, usando una reliquia di Kateri per guarirlo dal vaiolo. Le conversioni forzate erano una specialità dei gesuiti della Nuova Francia: anche in questo caso si trattava di un bambino fatto prigioniero dagli indiani e infine riscattato dalla famiglia, ma avendo subito il trattamento standard dei prigionieri da parte degli indiani e le pressioni continue a convertirsi dei gesuiti, tra blandizie e minacce di morte, come testimoniano le memorie di un altro ex prigioniero, il reverendo Williams, è facile capire che non ci voleva un miracolo perché uno si convertisse.
Cinquanta anni dopo la morte di Kateri aprì un convento di suore indiane in Nuovo Messico che pregarono per lei e per la sua canonizzazione, ma si stava aprendo un periodo pessimo per i maggiori protettori della ragazza canadese, i gesuiti. Nel XVIII secolo illuminista i governi di numerosi stati europei consideravano l’ordine il più pericoloso alleato dei pontefici e la Compagnia venne sempre più considerata il principale ostacolo alle politiche riformiste e giurisdizionaliste dei sovrani, nonché al rinnovamento delle forme religiose. Accusati di regicidio, di pervertire l’ordine sociale, di corrompere la gioventù e di essere artefici della supremazia del papa sul potere monarchico, i gesuiti vennero espulsi dai principali regni europei e dalle loro colonie. I problemi per la Compagnia in Francia iniziarono con la condanna per bancarotta fraudolenta del gesuita Antoine La Vallette decretata dal parlamento di Parigi, che nel 1761 ordinò di bruciare pubblicamente le opere di ventitré gesuiti in quanto lesive della morale cristiana e ai gesuiti di chiudere i loro collegi. La debolezza politica di Luigi XV lo costrinse a piegarsi di fronte alle pressioni dei parlamenti e a rendere esecutivo il decreto. Oltre al decreto di espulsione in Nuova Francia per i gesuiti avvenne un altro duro colpo: la guerra franco-indiana, come si chiamò la Guerra dei Sette Anni (French and Indian War 1754-1763) sul fronte americano, combattuta da Francia e Gran Bretagna, si concluse con l’espulsione dei francesi dall’intero Nord America. Gli inglesi protestanti non avevano alcun interesse a spingere per la canonizzazione di una santa ‘gesuita’, ma lasciarono libertà di culto e fecero un patto più o meno sottobanco con la Chiesa cattolica perché non appoggiasse fino in fondo il nazionalismo di quelli che diventarono gli abitanti del Quebec e altri nazionalisti francofoni. La chiesa mantenne il patto, tradendo la fiducia di molti che credevano nel suo appoggio a insurrezioni armate, mantenendo così il controllo sulla comunità cattolica e anche la proprietà dei vasti possedimenti ecclesiastici. Con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum del 30 luglio 1814 Pio VII ripristinò la Compagnia di Gesù in tutto il mondo, e anche in Canada i gesuiti rientrarono in possesso delle loro seigneuries, o feudi donati dal re di Francia e riconosciuti poi dal governo inglese, tra cui la Seigneury Sault du St. Louis o Caughnawaga/Kahnawake il villaggio di indiani cattolici alle porte di Montreal. Durante il XIX secolo i rapporti tra gesuiti e indiani diventarono sempre più difficili, tanto che pur conservando una maggioranza di fede cattolica, gli indiani per dispetto passarono da francofoni ad anglofoni, anche perché divennero i vogatori di canoa preferiti dai capi (scozzesi) della Compagnia della Baia di Hudson. Oggi esiste un contenzioso legale tra il governo tribale di Kahnawake e il governo canadese sui territori della Seigneury gesuita.
Il processo di canonizzazione di Kateri fu iniziato nel 1884 non in Canada, che seguì, ma negli USA, e non da francofoni, ma da cattolici irlandesi e italiani che sentivano il bisogno identitario di avere una santa ‘americana’. Nel 1943 Pio XII la dichiarò venerabile e Giovanni Paolo II nel 1980 la dichiarò beata, e infine è stata fatta santa da Benedetto XVI nel 2012. In realtà, il culto di Kateri sembra sia progredito come elemento di religiosità popolare, con scarso entusiasmo da parte delle gerarchie cattoliche, che consideravano con estremo sospetto non solo i suoi antichi patroni gesuiti, ma e soprattutto, le forme estreme di misticismo e autolesionismo della sua pratica religiosa. Questo perché queste pratiche che portavano a un rapporto individuale con la divinità, senza la mediazione di un membro dell’apparato, cioè il clero, sono considerate, giustamente, pericolose per la chiesa cattolica. Pare che i gesuiti usassero come reliquia pezzi di legno marcio della bara di Kateri, e pare che, a quanto afferma lo storico Greer, la gente credesse ai suoi poteri risanatori, raccogliendo del terriccio dalla sua tomba e portandolo al collo in sacchetti di medicina come talismano. La chiesa ufficiale però non le dedicò neppure la chiesa a Kahnawake, che venne chiamata Chiesa di san Francesco Saverio, costruita nel 1720. I resti di Kateri, dopo la sua morte nel 1680, vennero messi via nella chiesa di Côte Sainte-Catherine, fino a quando la missione non venne spostata in via permanente a Kahnawake nel 1720, e le sue ossa chiuse in una scatola di vetro sigillata che era conservata nella volta del rettorato e mostrata ai fedeli. Solo nel 1972 il vescovo Coderre presiedette alla traslazione delle ossa in una tomba di marmo nel transetto destro della chiesa di san Francesco Saverio, e solo nel 1983, dopo la beatificazione, Kateri venne dichiarata la seconda patrona della chiesa stessa e le fu dedicata la Cappella della Beata Kateri Tekakwitha. Altre cappelle sono quelle a Fonda, NY e Auriersville, NY, in questo caso in condominio con i martiri gesuiti uccisi dagli irochesi, e nella chiesa dell’Immacolata Concezione a Washington, DC. Statue di vario tipo e raffigurazioni sono in alcune chiese come la Basilica di Sainte-Anne-de-Beaupré in Quebec, la Basilica di san Francesco d’Assisi a Santa Fe, NM e sul portone della chiesa di san Patrizio a New York City. Statue di gesso o legno di Kateri si possono vedere nelle chiesette delle missioni cattoliche in alcune riserve indiane.(fine)

Per chi vuol saperne di più sulle guerre franco-indiane può trovare del materiale qui:

http://www.femminismoruggente.it/tasca1/hakomagazine.html

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