Antropologia applicata e il concetto di “policy” (parte 2)

Policy è quindi analizzare la realtà, evidenziare problemi all’interno di scenari, elaborare dei progetti aventi precise finalità e realizzarli attraverso interventi concreti. E’, in altre parole, costruire e sviluppare nuova realtà partendo da una situazione data.

L’antropologo che partecipa all’elaborazione di direttive di policy e alla loro implementazione concreta trova nella propria disciplina sia delle teorie utili e degli strumenti efficaci che dei limiti intrinseci piuttosto evidenti. Prendendo degli spunti dagli argomenti che A. Ervin presenta in “Applied Anthropology. Tools and perspective for contemporary practice” cercheremo di chiarire questi squilibri che ancora non consentono all’antropologia applicata di diffondersi a applicarsi in maniera estesa nel dominio pubblico sia in ambito di policy che in altri settori.

Punti di forza dell’antropologia applicata alla policy

1) la prospettiva sistemica-funzionale-olistica

L’antropologo guarda sempre ai contesti, alla visione d’insieme, al sistema di relazioni che esiste tra attori, rapporti di forza, significati e simboli. Questo spesso basta a distinguerlo da altri scienziati sociali aventi formazioni diverse, più inclini a privilegiare alcune parti dei sistemi piuttosto che cercare di scoprire la logica che lega le stesse parti tra loro. Nell’analisi e implementazione di policy ciò è un punto di forza innegabile, perchè sforzarsi di conoscere le relazioni tra le variabili è più importante per prevedere gli effetti di una policy che non conoscere in dettaglio il comportamento solo di alcune variabili. Questa disposizione analitica olistica permette di ridurre il rischio che policy mosse da buone intenzioni producano pessimi effetti concreti nella vita delle persone.

2) l’approccio emico e l’analisi valoriale

Adottare l’approccio emico significa sforzarsi di comprendere la realtà guadando con gli occhi e adottanto i valori delle persone presso le quali il proprio lavoro avrà impatto. Una delle attività principali dell’antropologo è comprendere a fondo le caratteristiche tipiche, strutturali, le dinamiche e le vulnerabilità di sistemi di riferimento culturale altri. E’ banale ricordare che policy identiche introdotte presso gruppi di persone diversi possono dare esiti opposti. Interventi in ambito educativo, medico e ecologico, tipici della policy, vanno attentamente studiati esplicitando, in maniera articolata e con l’aiuto delle persone che le recepiranno, i sistemi percettivi, simbolici e valoriali tipici della popolazione/organizzazione/istituzione che dovrà poi inglobarli nella propria quotidianità.

3) la comparazione cross-culturale 

Questo è forse il più antropologico dei punti di forza. L’antropologia ha un enorme database disciplinare che cataloga moltissimi piani di polivy elaborati da Homo Sapiens per far fronte ai propri problemi. Credo che la comparazione sia innanzitutto una abito mentale: all’antropologo applicato dovrebbe risultare automatico, davanti ad uno specifico problema da affrontare, andare a documentarsi su come abbiano reagito, e reagiscano oggi ad esso, altre popolazioni, culture, istituzioni di altri paesi e continenti. E’ un abito mentale, una abilità di base, nella cassetta degli attrezzi dell’antropologo applicato. Ciò ha innumerevoli benefici, in primis poter capire regolarità e diversità nei problemi e nelle soluzioni, trovare idee e spunti altrove per affrontare problemi qui e ora, relativizzare situazioni e innovare scartando a priori soluzioni già dimostratesi inefficaci in contesti simili. Per fare questo è fondamentale che gli antropologi applicati alzino lo sguardo dal loro terreno d’azione locale e comincino a considerare il globo tutto come lo spazio della loro azione. La tensione globale-locale nutre lo strumento comparativo cross-culturale.

4) il metodo etnografico

L’antropologo fa etnografia ed è in gran parte su questa forza di produzione della conoscenza che basa la propria autorevolezza. Che sia presso una popolazione lontana dal proprio luogo di vita o in qualche contesto sotto casa, cambia poco. La sostanza è che una abilità che prevede di saper stare in contesti peculiari mantenendo attivazione cognitiva, emotiva, relazionale e, al contempo, presenza umana e habitus scientifico non si trova in chiunque, nè si sviluppa in breve tempo. Essa produce quando è presente consocenza veramente preziosa e difficilmente ottenibile con altri metodi. E’ per questo che ha valore. Ed è quel valore che viene cercato quanto gli antropologi applicati vengono interprellati per aiutare ad elaborare policy. L’etnografia, tra i quali si annoverano anche le numerose RAP (rapid assessment procedures) tipiche dell’antropologia applicata, sono il fiore all’occhiello della pratica antropologica.

5) capacità interdisciplinari

Senza interdisciplinarietà l’antropologo applicato è zoppo. Utilizzare la parola “antropologia”, quindi la prospettiva più ampia sull’uomo, essendo “solo” antropologi applicati rischia di costare molto caro nei contesti applicativi, dove le conoscenze necessarie, anche solo per inquadrare i problemi (problem setting), sono sempre crescenti. L’antropologia come disciplina ha al proprio interno una intrinseca interdisciplinarietà, che collega la biologia alla cultura alla socialità umana: questo modello di conoscenza rende gli antropologi molto flessibili nell’integrare conoscenze provenienti da altre branche del sapere che sono centrali per la policy e il lavoro in equipè, tipicamente management, diritto, economia.

6) valorizzare la comunità

L’antropologia applicata è una scienza delle comunità. La capacità dell’antropologo di mappare strutture, concettualizzare processi e interfacciare gruppi, istituzioni e livelli organizzativi più elevati è il fondamento dell’antropologia della policy, che si occupa proprio di interventi di comunità. L’antropologia sociale fornisce teorie e strumenti molto fini per l’analisi sociale e delle reti, mentre quella culturale permette di modellizzare gli esiti dell’incontro tra sistemi ideologici e valoriali diversi (pensiamo all’incontro tra un sistema “burocratico” e uno “tribale” ma anche “associativo” o “industriale”). La capacità di tarare diverse policy in funzione del gruppo o del sistema che le riceverà passa soprattutto attaverso la possibilità di comprendere a fondo le caratteristiche antropologiche della comunità di riferimento.   (fine parte 2 – seguirà parte 3 sui punti di debolezza)

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