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	<title>Antrocom Onlus sez. Veneto - Blog di Antropologia pubblica</title>
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		<title>Miseria, nobiltà  e decoro urbano (parte 5)</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 17:56:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandra</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo visto come, secondo Urry, i turisti visitano luoghi che hanno già visitato attraverso il linguaggio. Ma quale linguaggio? Innanzitutto il<strong> linguaggio visivo</strong>, gli innumerevoli calendari, cartoline, poster, spot pubblicitari (ricordo quello fortunatissimo del Cornetto Algida sullo sfondo del Canal Grande negli anni 1980), i milioni di immagini che bombardano una persona durante la vita quotidiana. Hollywood fa la sua parte: hanno fatto di più il Gladiatore Russell Crowe per il Colosseo e il Turista Johnny Depp per Venezia, solo per citare film recenti, di milioni spesi in pubblicità dal Ministero del Turismo. <span id="more-1090"></span></p>
<p>Ricordo che Massimo Cacciari, all’epoca sindaco, rifiutò con sdegno il gemellaggio con Las Vegas che aveva appena inaugurato il casinò <a href="http://www.bugbog.com/gallery/usa_pictures/las_vegas_pictures/Las-Vegas-casino-attractions.html ">Venice</a> in cui si pongono insieme nello stesso spazio Piazza San Marco con il campanile, il Palazzo Ducale e il Ponte di Rialto, visitabili tramite una gita in gondola su un Canal Grande artificiale. A comoda distanza sulla strip si possono vedere le bellezze archeologiche di Roma al Ceasar’s casino, oltre ovviamente alla Tour Eiffel al Paris. Anni dopo lo stesso Cacciari, che aveva anche tentato, fallendo, di porre Venezia sotto copyright, riconobbe onestamente in un’intervista sul TG RAI del Veneto, che il Casinò Venice di Las Vegas era stata una propaganda incredibile per la Venezia originale, specialmente per i turisti asiatici, cinesi in testa, che avevano cominciato ad avere una ‘leisure class’, per dirla alla MacCannell, in grado di accedere al turismo di massa all’estero. I cinesi, peraltro, per non farsi mancare nulla, oltre a visitare le mete più famose del mondo, le riproducono a casa propria per quelli che ancora non possono permettersi di andare all’estero, ma che vorrebbero farlo. La <a href="http://www.travelchinaguide.com/attraction/guangdong/shenzhen/window.htm ">Shenzhen Window </a>of the World è un parco tematico di repliche tra cui spiccano il Colosseo in miniatura dove si può vedere una scena sanguinosa, e dove si può fare una gita in gondola lungo i canali di Venezia. E’ l’effetto della cosiddetta ‘aura’.<br />
Il <strong>concetto di aura</strong> è esplorato da MacCannell nel suo <em>The Tourist</em>, in contrapposizione a quello di Walter Benjamin. In una nota del saggio ‘L’opera d’arte nell’età della riproduzione meccanica’ (1936), <strong>Benjamin sosteneva che l’arte, per via della sua collocazione in passato all’interno del rituale religioso, aveva acquisito una specie di ‘aura’ che dava ai suoi prodotti uno status unico</strong>. L’autonomia o l’autorità delle opere d’arte originali deriva dalla loro non riproducibilità, tranne i falsi naturalmente, il che dona loro un’aura magica, un’aureola o alone carismatici, che circonda l’opera d’arte autentica rendendola simile a una reliquia santa. Questa aura è eliminata, secondo Benjamin, dalla riproduzione di massa. <strong>L’aura rende l’oggetto artistico distante dalla gente ordinaria soprattutto a causa del suo ambiente fisico, cioè la sua collocazione in edifici delle classi dirigenti come i musei. Secondo Benjamin le masse contemporanee desiderano rendere le cose più vicine spazialmente e umanamente e la riproduzione meccanica rende gli oggetti più vicini per via della loro somiglianza, della loro riproduzione</strong>. In questo modo la tecnica della riproduzione distacca l’oggetto artistico riprodotto dalla tradizione delle elite e lo avvicina alle masse. L’invenzione della fotografia facilitò una crisi dell’arte che tentò di reagire alla perdita dell’aura rifugiandosi nell’estetismo; l’aura, secondo Benjamin, sparisce quando l’arte è riprodotta molte volte ed è distribuita più ampiamente, sostituendo il valore rituale dell’arte con quello della sua esibizione.<br />
Ciò che <strong>MacCannell contesta è proprio il fatto che la riproduzione faccia sparire l’aura</strong>. MacCannell elabora in certo modo la teoria di Baudrillard di un regime storico di simulazione in cui la differenza tra originale e copia scompare, ma allo stesso tempo conserva il suo impegno verso le categorie dell’autentico e del reale, postulate nostalgicamente come domini perduti dell’esperienza. In ogni caso, secondo MacCannell, <strong>lungi dal far sparire l’aura, la riproduzione meccanica la crea. Il souvenir-trofeo</strong>, cioè la riproduzione dei ‘sacri oggetti’, rappresentati dalle mete turistiche famose e dai loro ‘segni’ distintivi, con la creazione di stampe, cartoline, modelli o effigi che sono essi stessi valutati e messi in mostra, sono <strong>la fase di sacralizzazione che mette in moto il pellegrinaggio turistico per trovare l’oggetto vero</strong>. Un Colosseo o una gondola di plastica mostrata agli amici al ritorno dalle vacanze, le foto postate sui social network agli amici, Johnny Depp che saltella lungo i tetti di Venezia, il viaggio con bacio al Balcone di Giulietta e videoclip su YouTube, creano <strong>quell’aura sacrale che spinge in viaggio masse di turisti a toccare, letteralmente, con mano l’oggetto autentico</strong>. Urry sostiene che lo sguardo turistico (<em>tourist gaze</em>) si dirige verso aspetti del paesaggio urbano e rurale che maggiormente lo separano dall’esperienza quotidiana, aspetti che sono visti in qualche modo come fuori dall’ordinario. Ma il concetto di aura che abbiamo appena visto mina l’opinione di Urry sulla straordinarietà dell’oggetto dello sguardo turistico, perché esso è in un certo senso sia sacralizzato (e quindi reso straordinario), sia reso più vicino all’esperienza delle masse tramite il processo di riproduzione meccanica e della manipolazione del linguaggio che lo rendono rassicurante e profano.<br />
Ora la domanda è: <strong>il Colosseo è un oggetto d’arte</strong>? Tornando alla notizia iniziale (parte 1), la guerra che il sindaco Alemanno e la Sovrintendenza alle Belle Arti fanno ai ‘centurioni’ fa capire che queste vestali del Decoro Urbano non vogliono che il monumento venga svilito da personaggi mascherati caciaroni e un po’ loschi. In realtà il <strong>Colosseo non era un ‘monumento’ quando fu costruito come Anfiteatro</strong> Flavio: era un edificio che doveva sia celebrare la gloria e il potere imperiale della casa Flavia che ospitare il popolaccio con divertimenti grossolani e spettacolari. Le gare di poesia non si tenevano al Colosseo. Da un certo punto di vista era l’equivalente dello stadio, dove nessuno si sogna di cacciare i tifosi che si travestono con i colori e gli orpelli delle squadre del cuore, perché lo stadio è un monumento artistico. <strong>Il Colosseo è diventato un monumento artistico tramite un processo che riguarda lo sviluppo dell’apprezzamento dei siti e manufatti archeologici in epoca moderna</strong>. Non è qui la sede di elaborare questo punto.<br />
Vale però la pena di citare un’informazione sul progetto Romaland accarezzato dal sindaco di Roma. Già esiste, infatti, una <a href="http://www.romaland.it/">Romaland </a>a Piazza Armerina, Sicilia,  a circa 150 metri dalla Villa Romana del Casale (autentica). Ma i romani ‘autentici’ vogliono anche loro Roma Antica in versione Eurodisney. Secondo il Campidoglio sarebbe la via migliore per rilanciare il turismo nella <a href="http://www.06blog.it/post/3934/il-rilancio-del-turismo-passa-per-romalandia">Capitale</a>, sceso ultimamente del 5 per cento nelle presenze.  Il Parco, secondo il suo ideatore nonché vicesindaco Mario Cutrufo, dovrebbe attrarre ogni anno 8 milioni di visitatori. “<em>Un progetto ludico &#8211; dice Alemanno &#8211; ma costruito con rigore storico. Il visitatore potrà ritrovarsi fra il pubblico del Colosseo, vincere una corsa di bighe al Circo Massimo, visitare i Fori imperiali o inoltrarsi nei quartieri popolari della Suburra o del Porto di Ostia</em>”. La collocazione della struttura potrebbe essere nella zona nord ovest, pochi km fuori del raccordo anulare. <strong>Ad accogliere i visitatori nei 5 alberghi previsti, i classici gladiatori con armature</strong>. Dopo una certa tiepidezza, secondo <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/04/18/emiro-del-qatar-pronto-finanziare-romaland.html ">Repubblica</a> Sarà lo sceicco del Qatar Hamad Bin Khalifa Al Thani ad investire una parte delle risorse del fondo sovrano per realizzare il parco a tema sulla romanità caro ad Alemanno. C’è però un problemino: numeri emersi dall&#8217;indagine commissionata tempo fa dal Comune a nove società di ricerca (dalla Doxa alla Demoskopea) in otto paesi: dalla Francia alla Russia, dagli Stati Uniti al Giappone. Su 4649 intervistati, il 34% ha giudicato «molto interessante» il parco, il 38% «abbastanza interessante». Una reazione positiva, ma non entusiastica. In sostanza,<strong> i turisti preferirebbero farsi fotografare con i ‘centurioni’ davanti al vero Colosseo, che davanti a quello finto sul raccordo anulare</strong>. Come dargli torto? Per farsi fotografare davanti a quello finto possono andare in parchi a tema a casa loro.<br />
Seguendo <strong>Bourdieu</strong>, vi sono tre modalità distinte di fruizione dei musei, correlate alla classe sociale: i visitatori della classe alta visitano il museo da soli o accompagnati da un amico competente, evitano la folla e le visite guidate, basandosi sulla cultura personale; i visitatori delle classi medie leggono i cataloghi del museo e visitano il museo accompagnati da una guida (umana o audio guida), cercando di apprendere il più possibile. Aspirano a diventare classi colte, ma così facendo sono subordinate ad esse, dimostrando di essere inferiori. La classe operaia non va al museo perché è incapace di decodificare i codici museali, manca del capitale culturale necessario per entrare nelle sale senza provare imbarazzo o sentirsi osservata in modo ostile. Nemmeno la guida può aiutare la classe operaia perché sarebbe la prova della sua ignoranza. Questa analisi era basata su una ricerca condotta negli anni 1960; oggi, con un evidente imborghesimento della cosiddetta classe operaia, che ha accesso alla proprietà privata, almeno della casa (finché l’IMU non gliela porterà via) e accesso al turismo low cost, ma piuttosto sofisticato, la classe operaia ha meno imbarazzo verso il museo. <strong>Sono state proprio le mostre blockbuster ad aprire il mercato museale anche alla piccola borghesia e alla <em>working class</em>.</strong> Roma, come altre città d’arte, può considerarsi a ragione un museo all’aperto, di cui uno dei ‘<em>pieces de résistance’</em> è di certo il Colosseo. A questo punto <strong>la guerra ai centurioni acquista un interessante aspetto di carattere monopolistico</strong>. Nella sua intervista (perte 4), MacCannell aveva detto: “Penso che si stia cinicamente tentando di assicurarsi che i soldi dei turisti restino in particolari zone della città e vadano in specifiche attrazioni”. Detto in altro modo: se le vestali del Decoro Urbano cercano di purificare il Colosseo rendendolo accessibile culturalmente solo alle classi medie con guida autorizzata (e magari un domani solo ai pochi eletti flaneurs), cacciando i centurioni, è perché stanno cercando di orientare le masse popolari verso la prossima Romaland? D’altronde, a Venezia sono decenni che il sindaco fa la guerra ai cosiddetti saccopelisti, cioè <strong>backpackers</strong>, turisti con più entusiasmo che soldi, <strong>trattati alla stregua di invasione di pantegane da cui la città deve essere derattizzata</strong>. Certo, il rapporto tra turismo e città va considerato, ma non qui.<br />
A questo punto, per concludere, accenno all’autenticità dell’esperienza, <strong>quella realtà ‘vera’ e sfuggente a cui il turista aspirerebbe</strong>, secondo MacCannell, e che non lo spaventa. In base a questo concetto, è ovvio che i centurioni che truffano il turista, che si menano per difendere il proprio angolo di marciapiede come fanno le puttane e che si alleano contro il pizzardone invasore, sono la realtà ‘vera’, <strong>l’esperienza genuina di quel <em>back stage</em> che il turista non vede quasi mai, sono la romanità che si arrangia, anche se il centurione è un romeno, che al turista viaggiatore e al flaneur piace di più di qualsiasi figurante della futura Romaland</strong>.</p>
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		<title>Miseria, nobiltà  e decoro urbano (parte 4)</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 16:54:38 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il turismo oggi è un elemento centrale delle economie capitalistiche: si pensa che la gente abbia bisogno di viaggiare per cercare nuove esperienze e modi di vita. Il viaggio è visto come un segno di ricchezza e status e solo i troppo poveri, i vecchi infermi, e i bambini piccolissimi in genere non viaggiano per piacere. Il primo segnale di un diverso ‘clima’ dopo la caduta del Muro di Berlino è stato il flusso di turisti russi e poi cinesi verso le mete più classiche, da Venezia, a Roma, a Rimini, solo per restare in Italia. Vent’anni fa i negozietti della Repubblica di S. Marino, che prima scrivevano i cartelli in tedesco, li avevano quasi completamente sostituiti con cartelli in russo.<span id="more-1086"></span><br />
In un’intervista fatta il 3 febbraio 2005 per la rivista online di Curatorial Practice presso il California College of the Arts, Dean MaCannell fa alcune interessanti affermazioni:<br />
<strong>Domanda:</strong> Dici a un certo punto del tuo libro <em>The Tourist</em> che intere città e regioni sono diventate consapevoli di essere delle attrazioni turistiche. E’ avvenuto anche per istituzioni su larga scala, che allestiscono mostre blockbuster, per esempio. Come si relazione questo genere di consapevolezza con la costruzione di un museo come sito di turismo sofisticato?</p>
<blockquote><p>
<em><strong>DM</strong>: Una delle cose principali che è avvenuta è stata l’emersione non solo della mostra blockbuster, ma l’apparizione della stessa galleria blockbuster. Cominciò con il Guggenheim di Frank Lloyd Wright a New York, ma ora con il Guggenheim a Bilbao, la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles di Frank Gehry, quello che vediamo è che non basta al museo avere una grande mostra, ma che il museo stesso sta diventando un’attrazione turistica di primo piano. Sta così estendendo i muri per l’esperienza turistica, che non hai nemmeno bisogno di entrarci. L’altra cosa che vedo apparire e la considero una tendenza positiva, è che i musei si stanno sempre più assumendo la responsabilità di un’intera gamma di attività che avvengono fuori o nei pressi del museo per creare consapevolezza. C’è molta più presa esterna da parte del museo in termini diessere in grado di programmare e curare e assumersi la responsabilità dell’esperienza al di là delle mura del museo. Penso che gli artisti e i curatori siano meglio attrezzati per fornire una visione della regione che sia più intrigante di quella fornita finora dalle guide turistiche e dagli amministratori. Questa è una delle cose più importanti che sta accadendo data l’importanza attuale del turismo come uno dei cuori economici mondiali. Mi interessa chiunque stia cercando di immaginare come tirarlo fuori dalle mascelle del grande capitale e rimetterlo nelle mani della gente. (…) I pianificatori hanno questa idea che i soldi siano là in periferia e che la gente che vive nelle periferie del mondo abbia paura delle città e non voglia fare l’esperienza urbana completa, ma vogliono essere turisti, così l’idea è di cercare di portarli un ambiente ristretto e controllato. La loro giustificazione ha a che fare con una risposta alla psicologia di un certo tipo di turista suburbano, ma il punto è che finisce per essere un modello economico a proprio uso e consumo. Quello che vogliono fare è focalizzarsi e controllare l’economia dello sviluppo turistico locale e sistemare i distretti in particolari assetti formularci, così possono far pagare il biglietto. Questo è un evento sfortunato perché non ho mai incontrato un turista, suburbano o meno, che sia davvero allontanato dalla paura dell’ignoto. Infatti, penso che i turisti siano spinti dal desiderio di sperimentare l’ignoto, e la maggior parte lo fa. Qualcuno può dire (a San Francisco) posso davvero entrare a Mission? Oso andare a Little Italy? Quello che stanno veramente cercando è il più modesto livello di rassicurazione, così dico ‘Sì, ottimo, non ti succederà nulla, divertiti’, e loro torneranno contenti di aver superato qualsiasi preoccupazione potevano avere. Lo spostamento di pensiero da parte del pianificatore non è una base reale per costruire il settore turistico, ma è la teoria su cui si basa attualmente lo sviluppo turistico. Penso che si stia cinicamente tentando di assicurarsi che i soldi dei turisti restino in particolari zone della città e vadamo in specifiche attrazioni.</em></p></blockquote>
<p>Come si capisce da questi brani dell’intervista a MacCannell, lo studioso, che è un architetto del paesaggio, distingue concettualmente tra ‘viaggiatore’ e ‘turista’. Il suo turista è un viaggiatore e all’interno di questa definizione probabilmente MacCannell non includerebbe chi va tutti gli anni a Rimini o a Mondello e non metterebbe piede a Guggenheim. Questa idea del turista di MacCannell contrasta quella di Urry, secondo cui i turisti visitano luoghi che hanno già visitato attraverso il linguaggio. (continua parte 5)</p>
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		<title>Miseria, nobiltà  e decoro urbano (parte 3)</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 16:01:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nell’Italia degli sprechi sobri capita anche che a Treviso lo stato obblighi il Comune a spendere circa 200.000 euro per abbellire il tribunale con una statua. Nonostante il tribunale sia operativo da due decenni, l’edificio in realtà non può nemmeno completare il collaudo amministrativo perché è sprovvisto di statue, dipinti o altre opere d’arte che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’Italia degli sprechi sobri capita anche che a Treviso lo stato obblighi il Comune a spendere circa 200.000 euro per abbellire il tribunale con una statua. Nonostante il tribunale sia operativo da due decenni, l’edificio in realtà non può nemmeno completare il collaudo amministrativo perché è sprovvisto di statue, dipinti o altre opere d’arte che conferiscano pregio allo stabile, in base a una legge del 1949 che rende obbligatoria l’installazione delle opere d’arte che abbelliscano gli edifici pubblici e a uno stanziamento del Ministero della Giustizia dell’inizio degli anni 1990, che non può essere stornato su nessun altro, più urgente e sensato capitolo di spesa. Un tipico caso di<strong> obbligatorietà dell’azione decorosa ovvero di Implacabile Decoro Urbano</strong>.<span id="more-1082"></span><br />
Chissà, magari i legislatori del 1949 temevano che<strong> l’arte italiana non potesse fiorire senza che lo stato la finanziasse rendendola obbligatoria</strong> e che la vista di edifici pubblici spogli offendesse la sensibilità dell’occasionale <em>flaneur</em>.<br />
Esiste una vasta letteratura sul <em>flaneur</em> e la <em>flanerie</em>, ma cercherò qui di farne un breve profilo. Gregory Shaya (The Flâneur, the Badaud, and the Making of a Mass Public in France, circa 1860–1910. <em>The American Historical Review</em> 109 (1) 2004) scrive che il <em>flaneur</em> è il parigino che assaggia i suoni e le vedute della città mentre passeggia senza meta, una figura comune del XIX secolo in ogni descrizione letteraria delle strade di Parigi. <strong>Il <em>flaneur</em> è l’uomo agiato che vaga per le strade in cerca di qualche soddisfazione per la sua sensibilità eccessiva, è un gastronomo urbano, un conoscitore, un artista.</strong> Come nota Janet Wolff (The Invisible Flâneuse. Women and the Literature of Modernity. <em>Theory, Culture &amp; Society</em> November 1985 vol. 2 no. 3 37-46) se mai è esistita una <em>flaneuse</em>, è stata ignorata dagli scritti dei Baudelaire, Simmel, Benjamin e, più di recente, di Richard Sennett e Marshall Berman, che equiparano il moderno con il pubblico. In ambiente inglese il bighellone <em>flaneur</em> ha difficoltà a trovare il suo gemello; l’unico che può avvicinarsi è <strong>il <em>dandy</em>, un osservatore-partecipante della vita urbana che passeggia tenendo al guinzaglio una tartaruga, elogio della lentezza alla Slow Food, e critica della velocità, uniformità e anonimato della vita moderna</strong>. Il concetto di <em>flâneur</em> è presente nell&#8217;influente opera di Walter Benjamin, ricorre nelle discussioni accademiche sulla modernità, ed è diventato significativo anche in architettura ed urbanistica. Il marxista Benjamin descrive il <em>flâneur</em> come un prodotto della vita moderna e della rivoluzione industriale, appartenente ad un certo tipo di classe sociale, parallelo all&#8217;avvento del turista. Il suo <em>flâneur</em> è un borghese, un dilettante dotato, non coinvolto ma intelligente. <strong>Nella progettazione urbanistica il punto di vista elitario del <em>flaneur</em> è indispensabile per la costruzione del decoro urbano.</strong><br />
MacCannell, nel suo <em>The Tourist: A New Theory of the Leisure Class</em>, 1976, teorizzava che i turisti vanno alla ricerca di esperienze autentiche, una costante ricerca di significato, la versione moderna dell’interesse universale per il sacro. <em>Flaneur</em> ancora moderno, il <strong>turista cerca il ‘vero’, il ‘reale’, ‘l’autentico’ trovato nel “backstage delle vite degli altri</strong>”. E’ un viaggiatore erede del Grand Tour romantico, ed è disturbato dall’autenticità preconfezionata dell’industria turistica. Cohen, in T<em>oward</em> <em>a sociology of international tourism</em>, 1972, invece, sosteneva che<strong> la ricerca della novità e della diversità erano un elemento primario nell’esperienza turistica</strong>. La ‘<em>strangeness perspective’</em> si manifesta attraverso un continuo paragone tra la località turistica, di per sé nuova e quindi tendenzialmente estraniante e la località in cui risiede il turista, che nota e familiare e perciò rassicurante. Il <strong>linguaggio crea la sensazione di novità nella sicurezza attraverso l’uso di metafore e similitudini con la funzione di ridurre l’estraneità del luogo turistico</strong>. L’ossimoro si supera con un attento bilanciamento del vocabolario che illustra destinazioni, esperienze e vedute. John Urry, in <em>The Tourist Gaze</em>, 1991, argomentava che la ricerca del piacere individuale fa parte della condizione post-moderna. Mentre nella società industrializzata di tipo fordista il turismo era di massa verso mete prestabilite e istituzionalizzate, nella società post-moderna si va verso una differenziazione della massa, una dissoluzione del gruppo, una ricerca individuale in cui il ‘piacere’ è visto come un obiettivo da raggiungere. L’ultimo stadio evolutivo individuato da Urry è il post-fordismo che segna<strong> il passaggio dal vecchio turismo di massa pre-confezionato e standardizzato, al nuovo turismo che è segmentato, flessibile e su misura</strong>. Urry sostiene che ‘lo sguardo del turista’ è anticipato da un linguaggio mirato che costruisce la realtà in termini positivi, trasformandola da una località anonima e sconosciuta in una destinazione turistica. <strong>I turisti visitano luoghi che hanno già visitato attraverso il linguaggio.</strong><br />
Torneremo quindi alla discussione sul decoro urbano e il turismo (continua parte 4)</p>
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		<title>Miseria, nobiltà  e decoro urbano (parte 2)</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 17:18:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Un chiostro di birra accanto alla Loggia dei Lanzi in piazza della Signoria. E’ questo il decoro?” si chiede il consigliere del Pd Andrea Pugliese su Il Sito di Firenze http://www.ilsitodifirenze.it/content/383-notte-bianca-pugliese-pd-ma-il-senso-del-decoro-e-il-controllo-della-somministrzione-deg . Vediamo allora cosa può essere mai il Decoro. Consultiamo due dizionari: Sabatini-Colletti: decoro [de-cò-ro] s.m.1 Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Un chiostro di birra accanto alla Loggia dei Lanzi in piazza della Signoria. E’ questo il decoro?” si chiede il consigliere del Pd Andrea Pugliese su Il Sito di Firenze http://www.ilsitodifirenze.it/content/383-notte-bianca-pugliese-pd-ma-il-senso-del-decoro-e-il-controllo-della-somministrzione-deg . Vediamo allora cosa può essere mai il Decoro. Consultiamo due dizionari:<span id="more-1077"></span><br />
<strong>Sabatini-Colletti</strong>: decoro [de-cò-ro] s.m.1 Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta: es.salvare il d. 2 Onore; in senso fig., persona o cosa che costituisce motivo di soddisfazione, di vanto: es. essere il d. della famiglia 3 Decorazione, che serve da ornamento; in partic. piastrella con decorazioni.<br />
<strong>Hoepli</strong>: decoro 1 Dignità che si manifesta nell&#8217;aspetto e nel contegno (es.il d. impone, esige che ciò sia fatto); vivere, agire, vestire con d.<br />
Vediamo <a href="http://www.homolaicus.com/linguaggi/sinonimi/hypertext/0368.htm ">qui </a>i sinomimi e i contrari:<br />
<strong>Sinonimi</strong>: compostezza, decenza, dignità, prestigio, contegno, correttezza, educazione, fierezza, lustro, modestia, pulizia, reputazione, proprietà, onore, pregio || Vedi anche: grazia, convenienza, onorabilità, rispettabilità, condotta, splendore, vanto, costumatezza, pudicizia, pudore, verecondia, drittura, onestà, rettitudine, celebrità, fama, rinomanza, risonanza, stima.<br />
<strong>Contrari</strong>: immodestia, indecenza, spudoratezza || V. anche impudicizia, inverecondia, scostumatezza, immoralità, sconvenienza, faccia tosta, improntitudine, impudenza, sfacciataggine, sfrontatezza, faccia di tolla.<br />
Quanto all’aggettivo <strong>Decoroso</strong> vediamo:<br />
<strong>Sinonimi</strong>: castigato, composto, congruo, decente, accettabile, degno, dignitoso, discreto, lecito, morale, presentabile, proprio, pudico, pulito, cristiano || Vedi anche: casto, innocente, moderato, morigerato, onesto, per bene, puro, serio, temperante, verecondo, virtuoso, adatto, appropriato, conforme, congruente, conveniente, opportuno, onorevole, rispettabile, stimabile, medio, passabile, adeguato, corretto, giusto, costumato, civile, distinto, educato, garbato, ben tenuto, curato, lindo, ordinato.<br />
<strong>Contrari</strong>: indecoroso, disdicevole, indecente, dimesso, disonorevole, impreciso, lacero, scandaloso, sguaiato, sporco, storto || V. anche sciatto, trasandato, trascurato, disgustoso, indegno, sconveniente, negligente, immorale, cencioso, straccione, scompisciato, scomposto, sgraziato, boccaccesco, licenzioso, sboccato, criticabile, ingiusto, peccaminoso, perseguibile, reprensibile, vergognoso.</p>
<p>Se ne evince che il decoro è ciò che caratterizza uno stile di vita dignitoso, riservato, corretto nell’aspetto e nel contegno. <strong>Un atteggiamento decoroso è sinonimo di proprietà, pudore, pulizia, castità, verecondia, dignità, decenza, contegno, discrezione, convenienza, dell’essere cristiano, lindo e ordinato. Sobrio è sottinteso.</strong> Chi lo rappresenta è la pietra di paragone su cui confrontare gli altri atteggiamenti. Chi non lo è rappresenta, anche nelle parole espresse nei siti dei vari comuni, <strong>Altro da sé: è il Degrado. Anche nel termine, si scende nella scala dei valori, morali e immobiliari. Chi sta nel Degrado è quindi contrario al decoro, disdicevole, disonorevole, indecente, indegno, sconveniente, ignobile, degradante. E’ anche sporco e lacero, cencioso e straccione. Per questo motivo è peccaminoso e perseguibile</strong>.<br />
Quando un quartiere viene restituito al decoro, in inglese esiste un termine assai chiaro: è gentrificato. Il termine viene da <em>gentry</em>. La landed <em>gentry</em> inglese era una classe sociale che veniva definita piccola nobiltà di campagna. Essa era costituita dai grandi e dai piccoli proprietari terrieri e dai piccoli ereditieri, detti <em>gentlemen</em>. Questa classe sociale deteneva cariche più o meno importanti nelle contee (es. sceriffo, giudice di pace, ecc). La <em>gentry</em> era stata la spina dorsale delle rivoluzioni inglesi del Seicento, prima la Guerra Civile dominata dai Puritani di Cromwell e poi la Gloriosa Rivoluzione. La <em>gentry</em> era <em>upper class</em>, perché composta da proprietari terrieri, non era <em>middle-class</em>, in genere rappresentata da commercianti e artigiani, soprattutto in ambiente urbano. In seguito il termine, però, venne usato in un senso un po’ diverso nel Novecento.<br />
Con il termine <strong>gentrificazione</strong> si indicano i cambiamenti socio-culturali in un&#8217;area, risultanti dall&#8217;acquisto di beni immobili da parte di una fascia di popolazione benestante in una comunità meno ricca. Il termine <strong><em>gentrification</em></strong> è stato introdotto in ambito accademico dalla sociologa inglese Ruth Glass per descrivere i cambiamenti fisici e sociali di un quartiere di Londra in seguito all’arrivo di un nuovo gruppo di classe media. Questi cambiamenti sono tipici nelle periferie urbane ma soprattutto nei centri storici e nei quartieri centrali, in particolare nelle zone con un certo degrado da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi. Nel momento in cui <strong>queste zone vengono sottoposte a restauro e miglioramento urbano, cioè al decoro urbano, espellono i vecchi abitanti a basso reddito. In generale, quindi, il degrado accompagna le classi popolari</strong>, un tempo definite le classi pericolose, e quindi non è un caso che polemiche locali e ordinanze di sindaci e prefetti uniscano concettualmente, e anche a livello verbale, ‘decoro urbano’ e ‘sicurezza’. E’ una <strong>riedizione post-moderna dell’antico concetto greco del<em> kalòs kagathòs</em></strong>, <strong>bello e buono. Il contrario è brutto e cattivo. Decoroso è borghese, indecoroso è popolare</strong>.<br />
In Gran Bretagna, dove il senso dell’appartenenza alle classi sociali è ancora estremamente forte, i valori delle classi popolari sono volutamente differenti da quelli borghesi. A scuola ci insegnano penosi stereotipi dell’inglese con lo humour britannico, la freddezza comunicativa, lo stile di vita decoroso e morigerato, in una parola, represso. Quello che di solito i libri di testo non riportano è lo <strong>stile di vita proletario: sguaiato, chiassoso, smodato nel bere e nel tifo sportivo, sessualmente assai attivo</strong>. Non è un caso che la villana linguaccia di Mick Jagger e le studiate turpitudini dei Sex Pistols siano nati in Inghilterra.<br />
Esiste però <strong>una classe che non è obbligata né al decoro né al degrado: è l’aristocrazia</strong>, oggi assai discreta nell’essere al di sopra e al di là del decoro. Il Settecento, tanto per dirne uno, è un secolo noto sia per i suoi poco decorosi eccessi (esemplificati dal romanzo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tom_Jones_(film)">Tom Jones  </a>di Fielding, ripreso dall’eccellente film del 1963, premio Oscar, prodotto e diretto da Tony Richardson), che per l’affermazione dei decorosi valori borghesi.<strong> Spariscono gli uomini vestiti di colori sgargianti</strong> e appaiono decorosi solo il nero, i grigi, il blu per gli uomini con qualche audace sconfinamento verso il verde scuro e il marrone scuro, qualche colore pastello per le donne in più. Bisognava aspettare Benetton perché un uomo vestito in modo colorato non si sentisse insultare con la frase ”sembri un hippie!” (traduzione: non sei decoroso e/o –spregiativo – sei gay).<br />
<strong>Il decoro è di per sé urbano: il decoro rurale non esiste</strong>. Esiste però l’architettura del paesaggio, che è il suo equivalente. Il termine ‘<strong><em>landscape architecture’</em></strong> nasce non a caso nel secolo borghese per eccellenza, l’Ottocento, con Gilbert Laing Meason nel 1828. E si sviluppa in particolare, manco a dirlo, nei parchi e nei viali cittadini. Tutta la storia dei giardini, peraltro, si muove in ambito aristocratico, in seguito imitato dalla borghesia trionfante. Il <em><strong>landscaping</strong></em> legato al giardino matura dalla fine del XVI secolo in poi e concentra la propria speculazione attorno al giardino come imitazione della natura,in stretto rapporto non solo con la pittura e l&#8217;architettura ma anche con il paesaggio circostante. All’inizio, il <em>landscaping</em> è riservato alle grandi tenute di campagna, che <strong>modificano il paesaggio secondo i criteri del razionale e del pittoresco, dove l’armoniosa bellezza rurale è tutta costruita e non ha nulla a che fare con la durezza della realtà dei contadini</strong>, siano essi <em>crofters</em> e pastori ancora fittavoli o siano stati espulsi dalle terre durante i vari periodi delle ‘recinzioni’. E’ durante il XIX secolo che giardino e urbanistica si legano strettamente con <strong>la nascita del parco urbano, elemento che nelle città europee assume un&#8217;importanza sempre maggiore di educazione alla morale borghese</strong>. Le autorità promuovono la nascita del parco urbano in città come Londra e Parigi in base a molteplici esigenze ideologiche: i cosiddetti &#8220;bisogni del popolo&#8221;, che richiede uno spazio vivibile all&#8217;interno della città, il miglioramento delle condizioni igieniche, l&#8217;attenzione al &#8220;decoro urbano&#8221;, il desiderio di spazi che accrescano il prestigio della città stessa. (continua nella parte 3)</p>
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		<title>Miseria, nobiltà  e decoro urbano (parte 1)</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 16:10:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandra</dc:creator>
				<category><![CDATA[ANTROPO-LOGICA]]></category>
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		<description><![CDATA[Nelle scorse settimane sono avvenuti due episodi che sembrano separati tra loro, ma che invece appaiono due ulteriori esempi dei problemi che attanagliano la gestione delle nostre risorse turistiche e culturali. Non per nulla sono avvenuti in due dei luoghi simbolo del turismo italiano: il Colosseo a Roma e il Ponte di Rialto a Venezia. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle scorse settimane sono avvenuti due episodi che sembrano separati tra loro, ma che invece appaiono due ulteriori esempi dei problemi che attanagliano la gestione delle nostre risorse turistiche e culturali. Non per nulla sono avvenuti in due dei luoghi simbolo del turismo italiano: il Colosseo a Roma e il Ponte di Rialto a Venezia.<span id="more-1075"></span><br />
<strong>Roma</strong>: la Sovrintendenza e l’Alemanno hanno deciso che in nome del Decoro Urbano i <strong>centurioni</strong> che si fanno fotografare con i turisti devono andarsene, perché non ‘decorosi’. Un manipolo di vigili ha cercato, non per la prima volta, di farli sgombrare con la forza, comminando multe pesantissime, anche se i maligni non hanno notato la stessa solerzia contro abusivi di ogni genere, dagli accattoni provenienti dai campi rom, ai vu cumprà ,ai posteggiatori e le guide abusive (per non parlare dei taxi abusivi). Probabilmente perché queste categorie di sbarcatori del lunario sono più violenti, più numerosi o hanno patroni politici più importanti. Così un paio di centinaia di persone che avevano investito in costumi da film peplum, e che erano e sono graditissimi ai turisti, si trovano con il rischio di perdere il lavoro in piena recessione. Di fronte alla proposta dei centurioni di associarsi e regolamentare il mestiere (quindi con l’esborso di eventuali tasse a fronte di un tesserino di permesso) le autorità si sono dimostrate inamovibili, manco fossero l’imperatore Commodo contro il Gladiatore.</p>
<p><strong>Venezia</strong>: un’imprenditrice che ha già un negozio in zona San Marco, dopo un paio di multe salatissime chiude il negozio che aveva aperto sul Ponte di Rialto. La sua colpa? Violazione del Decoro Urbano, ovviamente. <strong>Vendeva bigiotteria di lusso e non gioielli d’oro</strong>, violando un regolamento che il Comune aveva varato nel 2001 perché sul Ponte ci fossero solo gioiellerie. Sfortunatamente, questo balordo tentativo di trasformare il Ponte di Rialto nel Ponte Vecchio di Firenze cozza contro secoli di tradizione:infatti qui sono sempre esistiti negozi di ricami e pizzi, pelletterie, vetri di Murano autentici e fasulli, negozi di souvenir di ogni genere, oltre a bar e trattorie. Il tentativo sarebbe quello, dichiarato senza mezzi termini, di far chiudere tutti i negozi che collidono col senso del Decoro Urbano del Comune, nonostante si tratti di aziende commerciali attive e gradite ai turisti, soprattutto quelli non milionari. Ovviamente la guerra del Comune contro i violatori di decoro lascerà a casa dal lavoro parecchie persone.</p>
<p>Questi due recenti tentativi di proteggere il cosiddetto Decoro Urbano ha illustri precedenti, di cui un importante promotore fu <strong>Alberto Ronchey</strong> (Roma, 27 settembre 1926 – Roma, 5 marzo 2010), giornalista e scrittore italiano, ministro per i Beni e le Attività Culturali nel Governo Amato I e nel Governo Ciampi. Il ministro, infatti, si imbarcò nella persecuzione dei banchetti di souvenir che deturpavano il Decoro Urbano dei muri esterni degli Uffizi e altri musei, causando sconcerto e sgomento in chi si vedeva distruggere lavoro e reddito e una vibrata protesta che però portò solo a una attenuazione dell’ukase ministeriale, che favoriva la costituzione di shop museali gestiti da grossi imprenditori. Un <strong>marketing museale in gran parte fallimentare per quel che riguarda la grande maggioranza dei musei italiani.</strong></p>
<p><strong>Che cos’è il Decoro Urbano, questo moloch cui sono stati sacrificati lavoratori e aspiranti imprenditori?</strong> A guardare solo la prima pagina del sito di <a href="http://www.romanotizie.it/decoro_urbano.html"><strong>Roma Notizie</strong> </a>alle voce decoro urbano  si trovano immondizie versate ovunque e discariche abusive, aree archeologiche nel degrado, marciapiedi dissestati, piazze e parchi giochi abbandonati, manifesti abusivi e quant’altro. Nel sito del <a href="http://www.comune.milano.it/portale/wps/portal/CDM?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/wps/wcm/connect/ContentLibrary/giornale/giornale/tutte+le+notizie/arredo+decoro+urbano+e+verde/urban_security_rapporto"><strong>Comune di Milano</strong> </a>si parla di ‘Design urbano per prevenire la criminalità’ e si afferma che ‘parte da Milano la sfida per rendere le città più sicure coniugando design urbano ed ecologia. Il design può infatti contribuire a creare luoghi d’incontro, illuminare le strade più pericolose e arricchire le funzioni degli spazi verdi urbani’. In una vecchia polemica contro il ministro berlusconiano Sandro Bondi, nell’articolo ‘<strong>Decoro urbano &#8211; <a href="http://www.anci.it/index.cfm?layout=dettaglio&amp;IdSez=808285&amp;IdDett=25587">Orsoni (sindaco Venezia</a>)</strong>: “Ci adegueremo a nuove regole, ma ci diano altre risorse per i restauri”  il sindaco affermava: “Non sono certo io che voglio i cartelli pubblicitari, e&#8217; un problema di risorse”, ripete all’agenzia Ansa il sindaco di fronte all&#8217;ennesima polemica sull&#8217;argomento, innescata dalla richiesta al governo dei direttori di museo di cambiare la legge che permette le enormi pubblicità sui ponteggi dei Palazzi pubblici. ”Se una legge vieterà la pubblicità sui monumenti la osserveremo, ma mi devono dire quali possono essere le forme alternative di finanziamento dei restauri. Del resto, per fare i lavori è necessario coprire i monumenti e anche se sulle impalcature non mettessimo la pubblicità chiese e palazzi sarebbero comunque nascosti alla vista”, conclude Orsoni.’<br />
Giusto, giustissimo, ma perché allora prendersela con chi produce reddito come il negozio di bigiotteria di lusso sul Ponte di Rialto?</p>
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		<title>Chi ha evirato il Primo Maggio?</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 00:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>flavia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[parte II Lo sciopero del 1 Maggio 1886 a Chicago e i &#8220;Martiri di Haymarket Square&#8221; &#8220;Il 1 Maggio del 1886 fu una bellissima giornata a Chicago. Il vento tempestoso dal lago, spesso pungente in primavera, si calmò e ci fu un sole forte. &#8230; Era sabato, normalmente una giornata di lavoro. Ma folle di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>parte II</p>
<p><strong>Lo sciopero del 1 Maggio 1886 a Chicago e i &#8220;Martiri di Haymarket Square&#8221;</strong></p>
<p>&#8220;Il 1 Maggio del 1886 fu una bellissima giornata a Chicago. Il vento tempestoso dal lago, spesso pungente in primavera, si calmò e ci fu un sole forte. &#8230; Era sabato, normalmente una giornata di lavoro. Ma folle di lavoratori ridendo, chiacchierando, scherzando, vestiti con i loro migliori abiti, accompagnati dalle mogli e dai figli si stavano riunendo per sfilare sulla Michigan Avenue&#8221; (R. O. Boyer , H.M. Morais, <em>Labor&#8217;s Untold Story</em>. United Electrical; Radio &amp; Machine Workers of America, 1955 (1970); trad. it: <em>Storia del Movimento Operaio degli Stati Uniti</em>. De Donato 1974, p. 130). Ma la giornata era anche carica di tensione, paura, eccitazione e impazienza. La <em>Arbeiter Zeitung</em> era uscita con un editoriale che diceva: &#8220;Avanti con coraggio! La lotta è cominciata&#8230; Lavoratori la vostra parola d&#8217;ordine sia: Nessun compromesso! I codardi alla retroguardia, gli uomini al fronte! Il dado è tratto! Il 1 Maggio è arrivato&#8230; Pulite i fucili, procuratevi le munizioni. Gli assassini prezzolati dei capitalisti, polizia e milizia, sono pronti ad uccidere. Nessun lavoratore in questi gironi deve uscire di casa con le tasche vuote.&#8221; (L Adamic,<em> Dynamite</em>, Collettivo editoriale Librirossi, 1977, p.54).<span id="more-1059"></span> I giornali padronali non erano da meno; il<em> Chicago Mail</em> aveva scritto: &#8220;Circolano liberamente in questa città due pericolosi ruffiani; due vigliacchi di imboscati che cercano di creare disordini; uno si chiama Parsons, l&#8217;altro Spies&#8230; Segnateli per oggi, teneteli d&#8217;occhio. Considerateli personalmente responsabili se accadesse qualche disordine. E se ciò si verificasse, che servano da esempio.&#8221; (Boyer, Morais, trad. it. 1974: 131). Aggiungendo tensione, all&#8217;ultimo momento il comitato esecutivo del<em> Knights of Labor</em> di Chicago aveva ritirato l&#8217;adesione allo sciopero generale del 1 maggio. Malgrado ciò, lo sciopero generale del 1 maggio per le Otto Ore, una giornata di lotta e non una festa, fu un successo: 340.000 operai manifestarono in tutti gli Stati Uniti, 190.000 erano in sciopero, solo a Chicago 80.000 operai non erano entrati in fabbrica e la maggior parte era alla manifestazione. Scorsero fiumi di adrenalina, ma non successe nulla. Vi furono i comizi, le bandiere nere dell&#8217;anarchia e quelle rosse dei socialisti garrirono al vento, poi la gente tornò a casa, la polizia smobilitò, ma la tensione rimase.<br />
Come chiunque abbaia partecipato a manifestazioni cariche di tensione sa, quando si torna a casa, se nulla è successo, ci si sente come spenti, non sazi, quasi si fosse stati defraudati di qualcosa. Questa sensazione, tipica dei soldati in prima linea, questa esplosione di adrenalina seguita da una snervante attesa si chiama <em>adrenaline hangover</em> (dopo sbornia di adrenalina), e fu in piena crisi da dopo-sbornia di adrenalina che si svegliò Chicago il 2 Maggio. Tutti si attendevano la rivoluzione, ma la rivoluzione non c&#8217;era stata. Anche il 2 Maggio, domenica, vi fu calma.<br />
<strong></strong></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img title="Lo sciopero alla McCormick" src="/blog/wp-content/mccormick.jpg" alt="McCormick's Riots" width="500" height="343" /><p class="wp-caption-text">La carica della polizia alla McCormick. 3 maggio 1886</p></div>
<p><strong>Lunedì 3 Maggio</strong> lo sciopero ricominciò con un&#8217;assemblea di massa degli operai licenziati davanti ai cancelli della McCormick. La <em>Arbeiter Zeitung</em> scrisse: &#8220;La lotta è calda!&#8230; Coraggio! coraggio! è il nostro grido!&#8221; (Adamic, 1977:54). Da febbraio la McCormick, una delle roccaforti della <strong>International Carpenter Union</strong> (Sindacato Internazionale dei Carpentieri), era uno dei punti cruciali della lotta. La direzione in risposta alle richieste operaie aveva licenziato centinaia di operai sindacalizzati e al loro posto aveva assunto dei crumiri che doveva far scortare sul posto di lavoro da 300 agenti (pistoleri) della compagnia privata di sicurezza Pinkerton.<br />
La serrata e la trasformazione della fabbrica in open shop (<em>1</em>) erano un duro colpo per la ICU, il cui leader più energico era Louis Lingg, un operaio tedesco di 22 anni anarchico dichiarato che credeva nella dinamite. In occasione della serrata di febbraio Lingg aveva indirizzato ai suoi iscritti questa circolare: &#8220;..Sono del parere che dobbiamo resistere a questi mostri (cioè ai capitalisti e i pistoleri che assoldano). Dobbiamo combatterli con armi tanto potenti che siano migliori di quelle che loro stessi possiedono; vi invito perciò ad armarvi!&#8230; Il 1 Maggio si sta avvicinando. Vostro dovere è ammazzare i pirati. Vostro dovere è ammazzare le sanguisughe&#8230; Il nostro lavoro deve essere breve; non vogliamo una guerra dei Trent&#8217;anni. Siate decisi!&#8221; (Adamic, 1977:54). Gli operai disoccupati da tre mesi erano alla fame e disperati. Spies, direttore del <em>Arbeiter Zeitung</em> e ottimo oratore sia in lingua inglese che in tedesco, tenne un comizio sulle Otto Ore. Proprio in quel momento ululò la sirena di fine turno e i crumiri uscirono per tornare a casa. Subito scoppiò il finimondo. I crumiri, colpiti con pugni e bastoni, furono bersagliati da pietre, sassi e mattoni. Si udirono anche degli spari. Poi arrivò la polizia che caricò manganellando spietatamente uomini, donne e bambini senza distinzione. La folla indietreggiò e si ruppe, la polizia continuò a caricare, molti finirono sotto gli zoccoli dei cavalli e alcuni lavoratori furono uccisi da colpi d&#8217;arma da fuoco. Alcuni testimoni videro la polizia aprire &#8220;il fuoco colpendoli alle spalle. Ragazzi e uomini furono uccisi mentre correvano.&#8221; (Boyer, Morais, trad. it. 1974: 133).I morti furono sei.<br />
Spies testimoniò in tribunale, &#8220;avevo il sangue agli occhi, e credo che in quel momento avrei potuto fare qualunque cosa, vedere uomini, donne e bambini sotto il fuoco, gente disarmata sotto i colpi d&#8217;arma da fuoco della polizia&#8221; (http://www.chicagohistory.org/dramas/act2/act2.htm) e si precipitò negli uffici della <em>Arbeiter Zeitung</em> dove scrisse la prima pagina del numero dell&#8217;indomani 4 Maggio dal titolo <em><strong>Blood!</strong></em> (Sangue) e la non meno celebre circolare &#8220;<em><strong>Revenge! Workingmen to Arms</strong></em>&#8221; (Vendetta! Alle armi Lavoratori!) in inglese e in tedesco che chiamava i lavoratori alle armi (questo volantino fu poi usato come capo di imputazione n.6 nel processo)</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 493px"><img title="Revenge!" src="/blog/wp-content/revenge.jpg" alt="" width="483" height="640" /><p class="wp-caption-text">La famosa circolare &quot;Revenge!&quot;</p></div>
<p>.<br />
In risposta al massacro alla McCormick, Spies, Fisher, Lingg e gli altri decisero di indire una manifestazione per il 4 Maggio ad Haymarket Square. Il Volantino per la manifestazione preparato da Spies, il famoso <em><strong>Attention Workingmen!</strong></em>, nella sua prima versione di stampa conteneva un invito a venire armati, frase che era stata aggiunta in bozza da Fisher (questa versione fu la prova dell&#8217;accusa n. 5). Spies temendo che la frase allontanasse dalla manifestazione i moderati, impose di toglierla (prova della difesa n.1), ma ormai alcune centinaia di copie della prima versione erano già state distribuite (http://law2.umkc.edu/faculty/projects/ftrials/haymarket/attention.html).</p>
<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img title="Attention Workingmen! " src="/blog/wp-content/attention1a.jpg" alt="" width="300" height="434" /><p class="wp-caption-text">Versione iniziale del volantino &quot;Attention Workingmen!&quot;, prova d&#39;accusa n 5</p></div><br />
<div class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img title="&quot;Attention Workingmen!&quot;" src="/blog/wp-content/attention2a.jpg" alt="" width="300" height="433" /><p class="wp-caption-text">Seconda versione del volantino &quot;Attention Workingmen!&quot;, prova della difesa n.1.</p></div></p>
<p>Il <strong>4 Maggio</strong> sera si riunirono ad <strong>Haymarket Square</strong> circa 3.000 persone. Tra la folla vi era anche il sindaco di Chicago Harrison. Spies era l&#8217;oratore, ma a lui si aggiunsero Parsons e ultimo Fielden. Parsons stava finendo di parlare quando il sindaco Harrison decise che la manifestazione era pacifica e se ne tornò a casa non senza aver detto alla polizia che tutto era calmo e che non c&#8217;era bisogno di intervenire (cfr. Adamic, 1977: 56; e Boyer Morais 1974: 134). Poiché aveva cominciato a piovere e Fielden era un oratore mediocre, la folla cominciava a diradare ed erano rimaste circa 500 persone. Improvvisamente arrivò la polizia, contravvenendo gli ordini del sindaco. &#8220;A pochi passi dalla folla il capitano intimò l&#8217;Alt &#8211; e con la spada sguainata, avanzò verso l&#8217;oratore. &#8216;Vi ordino &#8216; disse alzando al massimo la voce, &#8216;in nome del popolo di disperdervi immediatamente e in ordine!&#8217; Ci fu un momento di silenzio assoluto; soltanto il vento tagliente che veniva dal lago sibilava tra la folla e tra le file dei poliziotti, facendo sbattere la pioggia sui volti. &#8216;Ma capitano &#8216; disse infine Fielden, &#8216;noi siamo già in ordine.&#8217;[....] poi all&#8217;improvviso un lampo accecante, una nuvola di fumo grigio&#8230; Qualcuno &#8211; forse un anarchico, forse un provocatore prezzolato &#8211; aveva buttato una bomba dal vicolo vicino alla tribuna degli oratori, poco lontano dal fianco destro del distaccamento di polizia.&#8221; (Adamic, 1977: 56-57). A questo punto la polizia cominciò a sparare sulla folla. Il tutto accadde in due o tre minuti: 67 poliziotti rimasero feriti e 7 morirono. Non si seppe mai il numero dei morti e dei feriti tra i manifestanti.<br />
In seguito la polizia, e gli storici identificarono il dinamitardo in Rudolph Schnaubelt, anarchico e cognato di Michael Schwab, aiuto redattore di Spies, che prima fu fermato e poi rilasciato e che fece perdere le sue tracce. Il rilascio di Schnaubert viene da molti indicato come un segno che l&#8217;uomo era in realtà un provocatore infiltrato.<br />
Lo scoppio delle bomba ad Haymarket Square scatenò la stampa, la polizia, e le autorità. Ci furono centinaia di arresti e tutti i sospetti anarchici furono perquisiti e fermati. Tutti sembravano decisi a dare una punizione esemplare ai dirigenti del &#8220;Terrore Nero&#8221; &#8220;Prima impiccateli e poi giudicateli!&#8221; era lo slogan corrente e il linciaggio l&#8217;umore della folla. I <em>Knights of Labor</em> rilasciarono subito un comunicato in cui si dissociavano da quella &#8220;banda di vili assassini, tagliagole e predoni conosciuti come anarchici che strisciano come sicari per tutto il paese, agitando passioni di ignoranti stranieri, dispiegando la bandiera rossa dell&#8217;Anarchia, provocando tumulti e spargimenti di sangue&#8230; Ci auguriamo che l&#8217;intera banda di fuorilegge sia cancellata dalla faccia della terra&#8221; (Adamic, 1977: 58)<br />
La polizia cominciò a rinvenire bombe e interi arsenali. William Seliger, padrone di casa di Lingg, arrestato, cooperò con la polizia e testimoniò per l&#8217;accusa (http://www.chicagohistory.org/hadc/transcript/volumei/501-550/I548-579.htm) contro Lingg denunciandolo come artificiere e si autoaccusò di aver portato lui stesso bombe in giro per Chicago la stessa sera del 4 Maggio.<br />
Poiché i più importanti leader anarchici arrestati erano al momento dell&#8217;esplosione o fuori città o lontani da Haymarket Square e pertanto non potevano essere gli autori materiali dell&#8217;azione, la pubblica accusa incriminò<strong> Fielden, Parsons, Spies, Schwab, Fisher, Engel, Lingg e Neebe</strong>di cospirazione e assassinio, ovvero di essere i mandanti della strage a causa dei loro articoli e della loro oratoria. Come lo stesso governatore dell&#8217;Illinois John P. Altgeld ammise 7 anni dopo nella motivazione di grazia per Fielden, Schwab e Neebe, il processo si tenne di fronte a una giuria prevenuta, a testimoni falsi e a giudici decisi a condannare alla forca gli imputati.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img title="I Martiri di Haymarket Square" src="/blog/wp-content/haymarket_martyrs1.jpg" alt="" width="500" height="792" /><p class="wp-caption-text">I martiri di Haymarket Square</p></div>
<p>Il 9 agosto Parsons, Spies, Lingg, Fisher Engel, Fielden (graziato nel 1887), Schwab (graziato nel 1887) furono condannati a morte; Neebe a quindici anni. Le arringhe degli imputati alla corte vennero stampate e riportate in tutto il mondo.<br />
Spies disse: &#8220;Se credete impiccandomi di annientare il movimento operaio, allora chiamate il vostro boia&#8230; perché siete incapaci di capire.&#8221; e Neebe: &#8220;Ecco i delitti che ho commesso: ho organizzato i sindacati.&#8221; Engel: &#8220;Sono un uomo troppo sensibile per non lottare contro le condizioni di oggi. Ogni persona riflessiva deve combattere contro un sistema che rende possibile a un singolo rastrellare e ammucchiare milioni in pochi anni, mentre dall&#8217;altra parte milioni di uomini diventano accattoni e vagabondi.&#8221; Lingg: &#8220;Ripeto che sono un nemico dell&#8217;ordine attuale e ripeto che, con tutte le mie forze, finché resterà vita in me, lo combatterò. Dichiaro francamente e apertamente che sono favorevole all&#8217;uso della violenza&#8230;. e quando avrete impiccato noi, allora, state bene a sentire, saranno loro [le centinaia di migliaia di uomini che si ricorderanno le mie parole, NdA] a buttare le bombe! Con questa speranza io vi dico: Io vi disprezzo! Disprezzo il vostro ordine, le vostre leggi, la vostra autorità fondata sulla violenza. Per questo impiccatemi!&#8221; (cfr. Adamic, 1977: 61). Lingg tuttavia beffò il boia facendosi esplodere una capsula di detonatore tra i denti.<br />
<strong>Le esecuzioni avvennero l&#8217; 11 novembre 1887</strong>. Ai funerali a Chicago parteciparono tra le 15.000 e le 20.000 persone che cantarono la Marsigliese e altre 250.000 si affollarono lungo il percorso del corteo funebre. A Livorno, Italia, città storicamente con forte presenza anarchica, vennero assalite alcune navi USA ancorate al porto e la questura dove si credeva si fosse rifugiato il console americano.</p>
<p><strong>Il 1 maggio da sciopero a festa.</strong><br />
L&#8217;inizio dell&#8217;evirazione del 1 Maggio da giorno di lotta &#8211; sciopero generale a festa comincia solo pochi anni dopo la morte dei &#8220;<strong>Martiri di Haymarket Square</strong>&#8220;.<br />
Nel 1889 la<strong> Seconda Internazionale</strong> riunita a Parigi per il centenario della Rivoluzione francese decise una manifestazione per la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore, da tenersi simultaneamente in tutti i paesi, il 1 Maggio del 1890, anniversario della Sommossa di Chicago. Con questa decisione i movimenti socialisti europei, che proprio con la Seconda internazionale rompono definitivamente con gli anarchici, si appropriano di una &#8220;ricorrenza&#8221; anarchica e di &#8220;martiri&#8221; anarchici cominciando a riscrivere la storia a proprio uso e consumo. Il 1 Maggio e la grande manifestazione/sciopero diventarono una scadenza socialista e in particolare del partito socialdemocratico tedesco, del partito socialista francese e di quello italiano che aderì alla proposta nel 1890. Rimasero più tiepide le <em>Trade Unions</em> inglesi e infatti tuttora il 1 Maggio in Gran Bretagna è considerato un <em>Bank Hollyday</em>, il <em>May Day Bank Hollyday</em> (si noti non un <em>Labour Day</em> ma un <em>May Day,</em> festa che si confonde con l&#8217;antichissimo <em>May Day Pole</em>, una festa simile al Calendimaggio) e non una festa ufficiale. Per questo motivo, visto recenti atti di vandalismo, i conservatori britannici hanno proposto di spostare il <em>May Day Bank Hollyday</em> in Ottobre.<br />
Con l&#8217;assunzione del 1 Maggio come scadenza di lotta socialista per la giornata delle Otto Ore il &#8220;colore&#8221; dei martiri di Haymarket cominciò a virare dal nero dell&#8217;anarchia al generico rosso rivoluzionario. Vennero posti in luce quei leader che più erano stati in bilico tra socialismo e anarchia, in particolare Parsons, e vennero lasciati cadere nel dimenticatoio gli anarchici più accesi come Lingg, che tutt&#8217;oggi nei siti anarchici è invece considerato l&#8217;eroe più puro.<br />
Dalla dichiarazione del 1 maggio come giornata internazionale di lotta dei lavoratori e per la giornata di otto ore nel 1889 (dal momento che il 1 Maggio poteva cadere in qualunque giorno della settimana, &#8220;fare festa&#8221; e manifestare per un lavoratore voleva dire fare sciopero), la giornata del 1 Maggio venne per molti anni caratterizzata da gravi tensioni sociali come i <strong>May Day Riots</strong> del 1894, a Cleveland, OH, e il <strong>Maggio del 1898</strong> in Italia che culminò con la carneficina di Bava Beccaris il 9 Maggio a Milano o il 1 Maggio del 1906 in Francia dove settori anarco-sindacalisti della CGT proclamano a gran voce la necessità di tornare alle radici rivoluzionarie del 1 Maggio e a smetterla con le &#8220;passeggiate&#8221;, le &#8220;processioni platoniche&#8221;. Il congresso di Brouges della CGT aveva infatti stabilito &#8220;Il Congresso dà mandato alla CGT di organizzare un&#8217;agitazione intensa e crescente affinché il primo maggio 1906 i lavoratori cessino essi stessi di lavorare più di otto ore&#8221;. (http://xoomer.virgilio.it/primomaggiointernazionalista/argomento04/index.htm#I_moti_per_il_pane). La posizione della CGT contrappone per la prima volta l&#8217;&#8221;esempio americano&#8221; come alternativa al 1 Maggio socialista.<br />
Negli USA, intanto, nel 1898 il presidente Cleveland ufficializzò la Festa del Lavoro, <strong>Labor Day</strong>, subito dopo il famoso <em>Pulmann Strike</em> (Sciopero della Pulmann) che aveva visto ancora una volta polizia e guardia nazionale sparare sui lavoratori in sciopero. Egli accolse la proposta della AFL (<em>American Federation of Labor</em>) e istituì la Festa del Lavoro (NON dei Lavoratori, ovvero <em>Labor Day</em> non <em>Workingmen&#8217;s Day</em>, si badi bene) da tenersi il primo lunedì di settembre come momento di riconciliazione tra lo stato e il movimento dei lavoratori. La data fu scelta proprio per sottolineare la differenza tra questa Festività laica e la<strong> Giornata Internazionale dei Lavoratori</strong> (1 Maggio) che aveva ben precise connotazioni di lotta anarco-socialiste.<br />
La presa del potere dei Bolscevichi in Russia trasformò per la prima volta il 1 Maggio da giorno di lotta a festa statale dell&#8217;Unione Sovietica.<br />
Nell&#8217;Italia Fascista Mussolini istituì la <em>Festa del Lavoro Italiano</em> il 21 aprile, giorno natale di Roma, ma la Germania Nazista dichiarò il<em> 1 Maggio Giornata Nazionale del lavoro</em>, una festa ufficiale dello stato che rese fuorilegge tutte le celebrazioni separate di comunisti, socialdemocratici e sindacati.<br />
Con la<strong> III Internazionale</strong> il 1 Maggio divenne sempre di più una scadenza &#8220;comunista&#8221; e l&#8217;esproprio della stessa nei confronti di socialisti e anarchici procedette in maniera sempre più spedita. Non è forse un caso che proprio il<strong> 1 Maggio del 1937</strong> poliziotti e membri del <strong>Partito Comunista Spagnolo</strong> (PSUC) andarono all&#8217;assalto della centrale telefonica di Barcellona occupata dagli anarchici. Con il 1 Maggio del 1937 comincia il pogrom degli anarchici spagnoli, del POUM (trozkista) e delle brigate internazionali anarchiche da parte del PSUC di osservanza stalinista e delle brigate internazionali legate all&#8217;URSS di Stalin. Nel massacro degli anarchici spagnoli ad opera del partito comunista stalinista si distinse il braccio destro preferito di Stalin nel Comintern: Palmiro Togliatti (leader del Partito Comunista Italiano, PCI) che rimase in Spagna come massimo rappresentante dell&#8217;Internazionale Comunista dal 1936 al 1939.<br />
Con la fine della II Guerra Mondiale il 1 Maggio diventa <strong>Festa dei Lavoratori</strong>, festa laica di stato, nella maggior parte dei paesi del mondo e perde ogni valenza di lotta. In Italia fa eccezione la strage di Portella della Ginestra, in Sicilia.<br />
La risposta della Chiesa Cattolica fu rapida, nel 1955 il Vaticano dichiarò il <strong>1 Maggio Festa di San Giuseppe Lavoratore</strong>, patrono di lavoratori, degli artigiani e di coloro che combattono il comunismo (http://saints.sqpn.com/patrons-of-people-who-fight-communism/). Il Vaticano rispondeva all&#8217;attacco alla sua base territoriale con la secolare, collaudata occupazione religiosa.<br />
La festa laica del 1 maggio (insieme a quella del 25 aprile) furono fortissimamente volute dal PCI che volle da una parte scalzare le feste religiose e dall&#8217;altra costruire una propria religione laica, con riti e sacerdoti propri, da contrapporre alla Repubblica Italiana che si era appena formata. Non è un caso, infatti, che nella discussione delle festività da sopprimere il PCI facesse le barricate (e vincesse) perché restassero <em>1 Maggio e 25 Aprile</em>, come feste statali, ma non mosse un dito per salvare il <em>2 Giugno, Festa della Repubblica</em>. La scelta di abolire la Festa del 2 Giugno e tenere il 1 Maggio (scelta condivisa dai cattolici che avevano come riferimento lo stato estero del Vaticano e le feste liturgiche), rientrava perfettamente nel tentativo di impedire la creazione di una religione laica della Repubblica Italiana che per forza avrebbe fatto riferimento all&#8217;Europa e al Patto Atlantico (NATO). Per contro salvare due feste dichiaratamente collegate con il Comunismo Internazionale permetteva di creare una tradizione laica &#8220;Internazionalista Comunista&#8221; e una cassa di risonanza propagandistica filosovietica e antiamericana. Il progetto, come sappiamo, ha avuto un successo superiore alle aspettative.<br />
I problemi giunsero infatti negli anni 1970, quando sulla scia del Sessantotto, della guerra del Vietnam e delle ondate di pacifismo antiamericano &#8211; ultimi fuochi con i carri armati a Praga e poi l&#8217;invasione dell&#8217;Afghanistan da parte dell&#8217;Armata Rossa, di quell&#8217;impero sovietico che stava marcendo all&#8217;interno &#8211; in Italia cominciarono gli Anni di Piombo. I proclami a favore della lotta armata della sinistra rivoluzionaria (Brigate Rosse, in testa) ricordavano sinistramente quelli dei martiri di Haymarket Square. Quando, dopo l&#8217;uccisione di Guido Rossa e il delitto Moro, il PCI e la CGIL decisero di distruggere le Brigate Rosse e i gruppi armati più o meno spontaneisti, ogni vestigia di anarcosindacalismo doveva sparire. Cominciò allora un&#8217;accurata riscrittura della storia del Movimento Operaio.<br />
Negli anni Ottanta la repressione poliziesco-giudiziaria delle frange di sinistra del movimento (attuata ideologicamente dal PCI secondo il vecchio motto &#8220;Niente alla mia sinistra, e niente che non possa controllare&#8221;), dopo la marcia dei 40.000 alla FIAT, il craxismo e soprattutto dopo il crollo del Muro di Berlino e dell&#8217;Impero Sovietico, restava ben poco dello &#8220;spirito rivoluzionario&#8221; e difficilmente si potevano vendere ai giovani gli ideali socialisti. I giovani intanto stavano sulla loro pelle sperimentando il passaggio dalla fabbrica fordista al<strong> modello di produzione toyotista</strong> e nelle zone più avanzate cominciavano a sperimentare il <strong>modo di produzione 2.0</strong> ovvero il precariato diffuso. Il toyotismo italiano (nel quale rientra anche il miracolo del Nordest) e la produzione modello 2.0 rendevano i nuovi lavoratori estranei al sindacalismo vecchio tipo, nel momento in cui i sindacati (soprattutto attraverso i CAF) si presentavano e si presentano come un&#8217;articolazione dello stato, di fatto come dei gabellieri. Per agganciare i giovani i sindacati si guardarono bene dal fare un&#8217;analisi economica del modo di produzione, ma risolsero il problema del crollo del tesseramento e della scarsa partecipazione alle manifestazioni con il vecchio &#8220;<em>panem et circenses</em>&#8220;. Il concertone del 1 Maggio che si tiene dal 1990 è il capolavoro dei <em>circenses</em> (ma è anche un ottimo affare visto che i sindacati si beccano i diritti televisivi, non pagano una lira di concessione pubblica che resta a carico dei contribuenti romani e vendono gadget alla grande).</p>
<p>La trasformazione del 1 Maggio da giorno di lotta e di sciopero generale a megaconcerto indistinguibile dal Festival di San Remo completa l&#8217;evirazione italiana del 1 Maggio. In questo contesto, quando si è fatto di tutto per trasformare una giornata di lotta in una festa laica dello stato e infine a festival de noantri, perché mai bisognerebbe santificare il 1 maggio tenendo chiusi i negozi? Mica si tiene chiuso perché c&#8217;è Sanremo, allora cari sindacati perché tener chiuso quando voi fate un concerto con omelia?</p>
<p><strong>Note</strong><br />
1) <em>open shop</em> = fabbrica aperta a tutti i lavoratori, in contrapposizione al <em>closed shop</em>= fabbrica dove potevano lavorare solo operai appartenenti al sindacato. Il closed shop è sempre stato una delle richieste cardine delle lotte operaie USA.<br />
<strong>Bibliografia:</strong><br />
R. O. Boyer , H.M. Morais, <em>Labor&#8217;s Untold Story</em>. United Electrical; Radio &amp; Machine Workers of America, 1955 (1970); trad. it: <em>Storia del Movimento Operaio degli Stati Uniti</em>. De Donato, Bari, 1974;<br />
L Adamic, <em>Dynamite</em>, Collettivo editoriale Librirossi, Milano, 1977;<br />
P. Olivara (a cura di), <em>Autobiografia di Mamma Jones</em>, Einaudi, Torino 1977;</p>
<p>http://memory.loc.gov/ammem/award98/ichihtml/hayhome.html</p>
<p>http://www.chicagohs.org/hadc/hadctoc.htm</p>
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		<title>Chi ha evirato il Primo Maggio?</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 21:16:42 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>parte I</em><br />
Arriva il 1° Maggio e come al solito fervono i preparativi per il concertone e per i comizi secondo il collaudato copione di questi ultimi anni, anche se magari beccarsi 43mila euro di multa per &#8220;contratti irregolari&#8221; e mancata osservanza delle misure di tutela della sicurezza nella costruzione del palco non fa fare una gran bella figura ai Sindacati committenti.<br />
Quest&#8217;anno però la Festa dei Lavoratori o Festa del Primo Maggio ha un po&#8217; più di pepe. Motivo: le liberalizzazioni e la decisione di molti commercianti e centri commerciali di tenere aperto e la risposta dei sindacati a scioperare o almeno a mobilitarsi, se proprio non si vuole rischiare il posto. La FILCAMS sottolinea infatti &#8220;il diritto dei lavoratori di onorare le festività e di non essere più considerati impegnati in un servizio essenziale&#8221; (http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=192573&amp;sez=ITALIA). In tutta la polemica contro le liberalizzazioni nel commercio, consumismo no, consumismo sì etc viene sempre sottolineato il fatto che il primo maggio è una festività e che non onorarla è di fatto un insulto contro il lavoro e i lavoratori, una mancanza di rispetto per il &#8220;Lavoro&#8221;, un obnubilamento del senso delle tradizioni, un altro crimine del mercato cinico, consumista e senza valori.</p>
<p><span id="more-1050"></span><br />
Questa della &#8220;mancanza di valori&#8221; è un leitmotiv che ricorre ogni volta che qualcuno vuole fare quello che vuole quando vuole, nella fattispecie il tenere aperto la domenica, nelle feste religiose e in quelle civili. E&#8217; pur vero, tuttavia, che la crisi di valori non viene mai invocata (neppure dalle autorità religiose) né per condannare la vendita di souvenir o immagini di culto o &#8220;reliquie&#8221; nei negozi e nelle bancarelle dentro e fuori i sagrati delle più importanti basiliche (e non mi vengano a raccontare che tra costoro non ci sono lavoratori dipendenti), né per sollevare il problema dei venditori al nero di gadget (bandiere, sciarpe, felpe) durante le manifestazioni sindacali (e anche qui non credo che siano tutti militanti).<br />
Ma i &#8220;valori&#8221; non crescono spontanei come funghi sul legno fradicio. Come tutti i prodotti delle dinamiche sociali vanno coltivati, tramandati nel tempo. Cosa è dunque il Primo Maggio ed è vero che tenere i negozi aperti è tradire o non mostrare rispetto per la Festa dei lavoratori? Il che porta alla domanda il Primo Maggio è una festa? o meglio è nato come una festa o lo è diventato? quando? perché?<br />
E&#8217; interessante che nei giorni che precedono l&#8217;8 Marzo, Festa delle Donne, i media (e anche gli insegnanti) si sbracano a raccontarci la storia che l&#8217;8 Marzo vuole commemorare. La storia delle operaie di New York bruciate vive per l&#8217;avidità del padrone. Le versioni variano, alcune, specie quelle più recenti, sono più morigerate e parlano apertamente di un omicidio bianco, negli anni ottanta e novanta le storie erano più efferate con il padrone che sprangava le porte del sweat shop (fabbrica del sudore) per impedire alle operaie di scioperare. E&#8217; straordinario come, in genere, nessuno racconti la storia che il Primo Maggio vuole commemorare. Al massimo ci si limita a dire che commemora la lotta per le Otto Ore , ma poi si glissa. Perché?</p>
<p><strong>La Lotta per le 8 Ore e il Primo Maggio</strong>.<br />
All&#8217;inizio degli anni 1880 il grande capitale americano si trovava di fronte ad una dura prospettiva: evolversi o perire sotto i colpi della concorrenza europea. Come spesso avviene la svolta fu preceduta da un periodo di prosperità che servì da combustibile a numerose avventure speculative. Nel 1883 la bolla scoppiò e una profonda depressione colpì il paese. Il ciclo depressivo permise ai grandi capitalisti di sbarazzarsi dei loro avversari più deboli, assorbendo le loro imprese; una evoluzione che creò i primi grandi trust (Rockefeller, Morgan, solo per citare i più famosi). Nel 1890 il censimento mostrò che più di metà del reddito nazionale era in mano a 1/8 delle famiglie del paese. In compenso alla &#8220;fine&#8221; del periodo di depressione, nel 1885, vi erano tra gli 1 e i 2 milioni di disoccupati (su 55,5 milioni di abitanti).<br />
Nel 1883, quando iniziò la grande crisi, la classe operaia americana non si era ancora ripresa della pesantissima sconfitta subita nel <em><strong>Great Railroad Strike</strong></em> (Grande Sciopero delle Ferrovie) o <em><strong>Great Upheaval</strong></em> (Grande Sommossa) del 1876-77, né si era ripreso dalla mazzata il <em><strong>Workingmen&#8217;s Party of United States</strong></em> che si sciolse nel 1878 e &#8220;risorse&#8221; poco dopo come <em><strong>Socialist Labor Party</strong></em>. IL WPUS si rifaceva alle teorie di Marx e Lassalle e si collegava alla <em>International Workingmen&#8217;s Association</em>, (in seguito Seconda Internazionale Socialista) seguace delle idee di Marx, Proudhon e Bakunin. Negli anni successivi in tutto il paese continuarono ad accendersi scioperi e agitazioni di minore portata, in genere spontanei e spesso fallimentari, anche per il massiccio impiego di lavoratori immigrati usati come crumiri dal padronato. Tra il 1880 e il 1890, oltre 5.200.000 &#8220;nuovi americani&#8221; entrarono negli USA.<br />
&#8220;I proprietari mettevano gli inglesi contro gli irlandesi e viceversa e i tedeschi contro entrambi&#8230; &#8221; [R. O. Boyer , H.M. Morais, <em>Labor's Untold Story</em>. United Electrical; Radio &amp; Machine Workers of America, 1955 (1970); trad. it: <em>Storia del Movimento Operaio degli Stati Uniti</em>. De Donato 1974, p. 91] &#8220;Durante lo sciopero dei minatori della Hocking Valley, la Coal Exchange of Ohio inviò degli agenti affinché importassero 3.000 Ungheresi e Italiani. &#8230; nel periodo in cui l&#8217;agenzia aveva operato, erano stati importati 14.000 Italiani, di cui 6.000 erano ritornati in Italia&#8221; (J. R. Commons, H. L. Summer et al.<em> History of Labour in the United States</em>. MacMillan, NY, 1918, Beard Books, 2000, vol.2 p.372). Il primo squillo di una possibile riscossa si ebbe con il vittorioso sciopero dei ferrovieri organizzati dai <em><strong>Knights of Labor</strong></em> (ufficialmente <em>Noble and Holy Order of the Knights of Labor, </em>K. of L., o Nobile e Santo Ordine dei Cavalieri del Lavoro) contro la <em>Wabash Railroad</em> di Jay Gould. Jay Gould era considerato l&#8217;epitome del grande magnate e l&#8217;esempio assoluto della stirpe dei<em> Robber Barons</em> (Baroni Predatori) &#8211; un po&#8217; come da noi Agnelli negli anni 1970. Quello stesso Jay Gould, che aveva affermato &#8220;Posso assumere metà dei lavoratori perché uccida l&#8217;altra metà&#8221; (Boyer, Morais, it 1974:89), era stato costretto a riconoscere una organizzazione dei lavoratori e a trattare con loro da pari a pari. Il risultato fu un&#8217;iscrizione di massa ai K. of L. che passarono da 26.000 iscritti nel 1880 a 700.000 nel 1886 (http://occupiedoaktrib.org/2012/04/20/a-brief-history-of-may-day/).<br />
Malgrado la depressione, nell&#8217;insieme, il movimento cresceva in molti ambiti e distretti, e se alcune organizzazioni perdevano iscritti altre crescevano notevolmente. Malgrado ciò la<em><strong> Federation of Organized Trades and Labour Unions of United States and Canada</strong></em> (poi AFL ovvero <strong><em>American Federation of Labor</em></strong>), che cercava di dare una copertura organizzativa nazionale alle varie associazioni sindacali, stava declinando. Nel 1882 la FOTLU aveva proposto di creare la festa nazionale del <em>Labour Day</em> da tenersi il primo lunedì di settembre, ma al momento la proposta era passata inosservata. Perciò nella Convenzione del 1884 la Federazione decise di dare nuova linfa all&#8217;organizzazione assumendo la leadership di una mobilitazione nazionale per la giornata lavorativa di otto ore che era stata proposta dalla <em>Carpenters Union</em> (Sindacato dei carpentieri). All&#8217;epoca la giornata lavorativa media negli USA era di 14 &#8211; 18 ore, ma talvolta anche di più. Nel Minnesota era stata approvata una legge che multava le compagnie ferroviarie che facessero lavorare fuochisti e macchinisti più di 18 ore al giorno!<br />
La proposta di una mobilitazione per le Otto Ore passò e si decise di estendere l&#8217;invito ai K. of L.; dal punto di vista operativo la mobilitazione sarebbe culminata con uno sciopero generale, il 1 Maggio del 1886, giorno a partire dal quale si sarebbe cominciata una giornata lavorativa di Otto Ore. I <em>Knights of Labor</em>, sotto la guida di T. V. Powderly, rifiutarono la proposta, soprattutto a causa della gelosia per la pubblicità gratuita che la FOTLU stava raccogliendo con questa proposta. La posizione del board dei K. of L. tuttavia creò notevoli tensioni con i sindacati di categoria che già avevano altri motivi per contestare la dirigenza. Così uno ad uno sindacati di categoria e comitati sindacali spontanei cominciarono ad aderire all&#8217;idea delle Otto Ore. L&#8217;adesione dei sindacati di categoria appartenenti agli K. of L. garantì sia organizzazione che finanziamenti alla campagna, dato che i K. of L. applicavano il tesseramento locale, mentre la FOTLU non aveva fondi né organizzazione capillare. Il movimento per le otto ore ricevette nuovo combustibile anche dalla violenta campagna stampa. I giornali dipingevano la proposta come &#8220;comunismo fosco e aggressivo&#8221; e affermavano che le Otto Ore avrebbero portato a salari più bassi e miseria favorendo &#8220;l&#8217;ozio, il gioco, la violenza, la corruzione e l&#8217;ubriachezza&#8221; (Boyer, Morais, it 1974:123).<br />
La risposta dei lavoratori fu di creare<em><strong> Height-Hours Leagues</strong></em> (Leghe per le Otto Ore) e uno dei ritornelli della campagna fu la vecchia proposta di Robert Owen, il socialista umanitario che aveva fondato la fabbrica modello di Lanark e che nel 1817 aveva coniato lo slogan &#8220;<em>Eight hours labour, Eight hours recreation, Eight hours rest</em>&#8221; (Otto ore di lavoro, otto ore per divertirci e otto ore per dormire). Di fatto la mobilitazione per le Otto Ore non solo era sfuggita totalmente di mano a Powderly e alla dirigenza dei K of L., ma stava assumendo toni sempre più accesi che lo stesso Powderly contribuiva ad innalzare. Di fronte alla brutale repressione dello sciopero di Hocking egli aveva infatti dichiarato: &#8220;Meglio che ogni sede sia fornita di polvere da sparo, proiettili e fucili quando si va allo sciopero. Infatti durante gli scioperi si chiamano le truppe per schiacciarli e non è possibile difendersi con le sole mani.&#8221; (Boyer, Morais, trad. it 1974:125). In seguito Powderly si rimangiò la dichiarazione, ma ormai il fuoco era acceso. Di fronte al montare della mobilitazione alcune industrie cedettero e concessero le otto ore. Questo non fece che aumentare la mobilitazione. Gli operai e gli attivisti calzavano fieri le loro &#8220;scarpe otto-ore&#8221; e fumavano allegri il loro &#8220;tabacco otto-ore&#8221; per solidarietà con i lavoratori che avevano già ottenuto le otto ore. Mentre la campagna si avvicinava al suo culmine, cominciò a circolare anche la proposta di &#8220;fare 8 ore di lavoro per 10 ore di paga&#8221;.<br />
Negli anni 1880 <strong>Chicago</strong> era la punta di diamante dello sviluppo capitalistico negli Stati Uniti, il luogo dove la ricchezza era più sfacciata e l&#8217;arroganza più violenta. &#8220;In nessun&#8217;altra città americana la divisione di classe era tanto profonda. &#8230; Il ricco di Chicago era famoso per la sua corruzione. Dopo il grande incendio del 1871 che distrusse la città i più devoti cittadini di Boston e di Filadelfia dissero che le fiamme erano un &#8216;giudizio&#8217; mandato dall&#8217;Altissimo sulla moderna città della Pianura.&#8221; (L. Adamic, <em>Dynamite</em>. Collettivo Editoriale Librirossi, 1977, p.47). Questa peculiarità faceva di Chicago anche il centro della propaganda radicale negli Stati Uniti e non a caso visto che la città era il &#8220;capolinea&#8221; dell&#8217;emigrazione tedesca che fin dal 1848 aveva eletto l&#8217;Illinois e il Missouri come propria destinazione. La scelta era dovuta al fatto che la costa orientale (New York e Boston) era stata spartita tra gli indigeni anglosassoni e gli immigrati irlandesi (sopratutto dopo la <em>Great Famine</em>, la Grande Carestia del 1845-52), e non c&#8217;era spazio per i rifugiati politici tedeschi delle fallite rivoluzioni del 1848. Questi ultimi preferirono andare ad ovest nei territori del &#8220;Vecchio Nordovest&#8221; appena assicurati alla colonizzazione dove la violenza xenofoba era meno brutale. Gli immigrati tedeschi portarono con sé il messaggio rivoluzionario europeo, in particolare il &#8220;Manifesto&#8221; di Marx e la mentalità organizzativa teutonica. Le ondate di migranti dalla Germania, dall&#8217;Austria Ungheria e dai paesi slavi (Polonia, Cecoslovacchia, Russia) si riversavano negli stati del Vecchio Nordovest soprattutto nelle zone minerarie della Pennsylvania, nei grandi macelli di Chicago (terminal di tutte le piste del bestiame dell&#8217;Ovest), nella industria alimentare del Missouri e del Kansas, nell&#8217;industria manifatturiera della grandi macchine agricole come la McCormick. Il livello di coscienza di classe di questi immigrati era così alto e l&#8217;adesione alle idee socialiste così diffusa e militante che il New York Times del 25 aprile 1886 (due giorni prima dello sciopero generale del 1 Maggio, o &#8220;<em><strong>der Tag&#8221;</strong></em>, &#8220;il Giorno&#8221; come era usualmente chiamato) scrisse che il movimento per le Otto Ore era <em>un-American</em> (non americano e perciò anti-americano) e che la causa dei conflitti nel mondo del lavoro erano gli immigrati.<br />
La sconfitta alle elezioni municipali di Chicago del <em>Socialist Labor Party</em> diedero una grossa spinta all&#8217;ala più radicale delle confederazioni sindacali e in particolare alla corrente anarchica. Alla fine del 1885, George A. Schilling, socialista, fondò <strong>l&#8217;Associazione per le Otto Ore</strong> cui aderirono le confederazioni sindacali della città compresi gli K. of L., la cui sezione locale era stata fondata dal suo amico Albert R. Parsons e da lui stesso. In prima linea nella lotta per le Otto Ore era la <em><strong>Central Labour Union</strong></em> che nel 1886 rappresentava 22 sindacati di categoria dove erano prevalenti le sigle sindacali tedesche, maggioritarie presso i lavoratori metallurgici, i carpentieri, i sigarai, muratori, i mattonari, i costruttori di carrozze ferroviarie, gli staffatori, e gli addetti ai macelli. La CLU era dichiaratamente affiliata alla <em><strong>Black International</strong></em> (Internazionale Nera o Internazionale Anarchica) e i lavoratori metallurgici avevano costituito una apposita sezione , la <em><strong>Armed Section of the Metal Workers&#8217; Union of Chicago</strong></em>, che aveva l&#8217;obbiettivo di &#8220;prepararsi per la rivoluzione imparando l&#8217;uso delle armi&#8221; (Commons, Summer 2000, vol.2 p.388). Anche la <em><strong>Lehr-und-Wehr Vereine</strong></em> istruiva i suoi membri all&#8217;uso delle armi in sale di ritrovo clandestine e nei boschi. Il principale giornale anarchico in lingua inglese, era<em><strong> The Alarm</strong></em>, fondato da Parson nel 1884 e <em><strong>Die Arbaiter Zeitung</strong></em> era l&#8217;organo ufficiale del movimento sindacale tedesco. La massiccia presenza dei tedeschi nel movimento a Chicago era testimoniata dall&#8217;esistenza di decine di giornali in lingua tedesca.<br />
Fra i leaders a Chicago spiccavano Albert Parsons, che si spostò sempre più su posizioni anarchiche, August Spies, Michael Shwab, Samuel Fielden, Oscar Noebe, organizzatore dei birrai, George Engel, dei fabbricanti di giocattoli, e Louis Lingg, organizzatore del Sindacato Carpentieri. Nel suo &#8220;<em>Dynamite</em>&#8221; il sindacalista Louis Adamic così descrive il gruppo: &#8220;Parlavano della &#8216;rivoluzione&#8217;, di dinamite, di diritti dell&#8217;uomo, giustizia, armi da fuoco, libertà, incendi, e ricevevano una propaganda sensazionale dai grossi quotidiani conservatori che si riferivano alle loro agitazioni come alla &#8216;Minaccia&#8217;. Per alcuni la dinamite era poco più di una parola, simbolo vago della rivolta popolare; per altri &#8211; Lingg per esempio &#8211; era &#8216;il materiale giusto&#8217; <em>[the real stuff</em>]&#8221; (Adamic, 1977:47-48). Inizialmente tiepidi verso la lotta per le otto ore, i dirigenti sindacali di Chicago divennero in breve i principali e più polari attivisti della causa.<br />
Man mano che la &#8220;pazzia delle otto ore&#8221; prendeva piede i giornali padronali si scatenavano. Il 23 ottobre 1885 il <em>Chicago Tribune</em> aveva scritto: &#8220;Ogni lampione di Chicago sarà decorato con la carcassa di un comunista, se ciò è necessario per prevenire ogni sobillazione o tentativo di sobillazione&#8221; (Boyer, Morais, trad. it 1974:128).<br />
Nei due mesi che precedettero il primo maggio la situazione deteriorò notevolmente. Avvennero incidenti a ripetizione e mezzi della polizia, che &#8220;era utilizzata come una forza privata a servizio degli industriali&#8221; (Boyer, Morais, trad. it 1974:128), in assetto antisommossa cominciarono a pattugliare la città. Nel mese di aprile le adesioni allo sciopero del primo maggio aumentarono. Idraulici, gasisti, scaricatori, meccanici, tipografi, calzolai, staffatori, mattonari, fabbricanti di giocattoli, manovali dell&#8217;edilizia, carpentieri e mobilieri, tessili, imbianchini, macellai e anche 35.000 guardiani di bestiame (<em>cow boys</em>) diedero la loro adesione allo sciopero generale. Alla fine di aprile si erano impegnati allo sciopero 62.000 operai di Chicago, altri 25.000 erano pronti a farlo e 20.000, che avevano ottenuto le otto ore senza scioperare, davano l&#8217;adesione per solidarietà (cfr. Boyer, Morais, trad. it 1974:120).<br />
Anche il padronato si preparava al 1 Maggio mobilitando la guardia nazionale, aumentando il numero di agenti Pinkerton (agenzia di vigilanza precursore del FBI), arruolando ausiliari di polizia.<br />
Finché arrivò il 1 Maggio.<br />
&#8212;-<br />
segue la parte II</p>
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		<title>Penis Captivus e Cibi contaminati: gli Hoax scientifici.</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 15:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>flavia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scorrendo i post degli amici su FB, me ne è subito balzato agli occhi uno che riportava al seguente link Cibi contaminati da metalli pesanti ecco l&#8217;elenco delle marche da evitare  (http://ilfattaccio.org/2012/03/06/cibi-contaminati-dai-metalli-pesanti-ecco-lelenco-delle-marche-da-evitare/). Leggendo l&#8217;articolo balzava subito agli occhi che era un hoax (burla, fandonia truffa diffusa via Internet) neanche tanto ben congegnata e mi sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scorrendo i post degli amici su FB, me ne è subito balzato agli occhi uno che riportava al seguente link <strong>Cibi contaminati da metalli pesanti ecco l&#8217;elenco delle marche da evitare</strong>  (<a href="http://ilfattaccio.org/2012/03/06/cibi-contaminati-dai-metalli-pesanti-ecco-lelenco-delle-marche-da-evitare/">http://ilfattaccio.org/2012/03/06/cibi-contaminati-dai-metalli-pesanti-ecco-lelenco-delle-marche-da-evitare/</a>). Leggendo l&#8217;articolo balzava subito agli occhi che era un <em><strong>hoax</strong></em> (burla, fandonia truffa diffusa via Internet) neanche tanto ben congegnata e mi sono chiesta come sia possibile che persone sane di mente e dotate di una certa cultura cadano in queste trappole e, peggio contribuiscano a diffonderle, creando quella Catena di Sant&#8217;Antonio della disinformazione che è lo scopo primo di chi ha ideato l&#8217;<strong>Hoax</strong>.<span id="more-1051"></span></p>
<p>L&#8217;<strong>Hoax</strong> scientifico è una sotto categoria degli Hoax, ben rappresentata in Internet. Esso si basa sulla scarsa conoscenza scientifica degli internauti, anche di coloro che pur avendo un buon titolo di studio sono digiuni di scienza, il che in Italia, visto il bassissimo livello delle conoscenze scientifiche scolastiche, significa la stragrande maggioranza della popolazione. Gli <strong>Hoax</strong> scientifici, a mio avviso, si possono suddividere in due categorie: quelli di &#8220;ambiente&#8221; medico e quelli legati alle scienze dure, soprattutto la chimica.</p>
<p>Spesso negli <strong>Hoax</strong> di tipo medico è palese l&#8217;intento burlesco da pesce d&#8217;aprile. Tra i più famosi Hoax vi è la sindrome del &#8220;<strong>Cello Scrotum</strong>&#8221; o Scroto del Violoncellista (rivendicato dagli autori) (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cello_scrotum/">http://en.wikipedia.org/wiki/Cello_scrotum/</a>) che prendeva in giro il <em>Guitar Nipple</em> (Capezzolo del Chitarrista). Gli autori dello scherzo ritenevano che il <em>Guitar Nipple</em> fosse a sua volta uno scherzo. Il termine Guitar Nipple comparve per la prima volta in una lettera al <em>British Medical Journal</em> (27 April 1974 p-226) e la storia sembrava effettivamente fare il verso al <em>Jogger&#8217;s Nipple</em> una patologia documentata presso corridori su lunghe distanze che produce irritazioni e sanguinamento del capezzolo simili a quelle provocate dall&#8217;allattamento al seno.</p>
<p>Un altro <strong>Hoax</strong> famoso è il &#8220;<strong>Penis Captivus</strong>&#8221; (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Penis_captivus/">http://en.wikipedia.org/wiki/Penis_captivus/</a>), un &#8220;crudele&#8221; scherzo che ho potuto verificare di persona dato che molti miei studenti maschi adolescenti regolarmente mi chiedevano informazioni in merito (ed erano tragicamente seri!!). Il &#8220;Penis Captivus&#8221; si basa sulla ancestrale paura psicanalitica e mitica della vagina dentata o &#8220;cannibale&#8221; e poggia la sua base &#8220;scientifica&#8221; (!) come particolare variante del vaginismo. Secondo la teoria del &#8220;Penis Captivus&#8221; i muscoli della vagina chiudono il pene in una morsa tale che è per il &#8220;malcapitato&#8221; impossibile uscirne.</p>
<p>Come si può notare da questi due esempi, gli <strong>Hoax</strong> di tipo medico sono spesso goliardici, eccezion fatta per quelle catene di Sant&#8217;Antonio che riguardano finti malati di cancro da aiutare (una lista delle più famose  truffe è qui: <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_cancer_victim_hoaxes/">http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_cancer_victim_hoaxes/</a>), o quelli che segnalano l&#8217;insorgenza di gravi malattie a causa dei vaccini. Per renderci conto dei danni causati da questa seconda categoria basta osservare la sentenza di un giudice di Rimini (n° 2010\148, Ruolo n°2010\0474; Cron. N° 2012\886; e <a href="http://ferrandoalberto.blogspot.it/2012/04/vaccini-e-autismo-incredibile-sentenza.html">http://ferrandoalberto.blogspot.it/2012/04/vaccini-e-autismo-incredibile-sentenza.html</a>) che ha riconosciuto un collegamento tra vaccino MPR e autismo in base a un articolo sbugiardato, il cui autore, un medico inglese, è stato radiato dall&#8217;albo (<a href="http://medbunker.blogspot.it/2009/11/vaccini-innocui-o-velenosi-iii-parte.html">http://medbunker.blogspot.it/2009/11/vaccini-innocui-o-velenosi-iii-parte.html</a>).</p>
<p>La seconda categoria sono gli <em>Hoax &#8220;chimici</em>&#8220;, un campo dove l&#8217;ignoranza regna sovrana e il pregiudizio trionfa.</p>
<p>Il primo e più famoso <strong>Hoax</strong> su chimica e alimenti vide la luce nel 1976 (ben prima di Internet) e, visti i tempi, ebbe una diffusione sconvolgente. Il <strong>Volantino sugli additivi alimentari distribuito dall&#8217;ospedale di Villejuif</strong> (<a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Fichier:Tract_de_Villejuif_2.jpg">http://fr.wikipedia.org/wiki/Fichier:Tract_de_Villejuif_2.jpg</a>; e <a href="http://www.olavia.com/hoax-additifs/">http://www.olavia.com/hoax-additifs/</a> per il testo completo), in Italia tradotto spesso con Villarjuif, fu il padre di tutti gli <strong>Hoax</strong> sugli additivi inquinanti chimici. Il volantino, che passava di mano in mano attraverso fotocopie, ebbe una diffusione spaventosa e si suppone che almeno 7 milioni di persone in tutta Europa ne furono &#8220;esposti&#8221; e circa il 50% delle casalinghe francesi. L&#8217;autore dell&#8217;originale non fu mai scoperto, ma il danno fu enorme soprattutto per l&#8217;ospedale di Villejuif che ancora lotta contro la violenta diffamazione (<a href="http://www.igr.fr/fr/page/communique-sur-les-additifs-alimentaires_12/">http://www.igr.fr/fr/page/communique-sur-les-additifs-alimentaires_12/</a>) e anche per i prodotti di cui invitava il boicottaggio, prima fra tutti la Coca Cola, probabilmente il vero obiettivo dell&#8217;Hoax, ma soprattutto per i piccoli prodotti locali associati nella denuncia per fare confusione. Il fenomeno del Volantino di Villejuif fu così imponente che divenne oggetto di studio (J. N. Kapferer &#8220;A Mass Poisoning Rumor in Europe&#8221;. <em>The Public Opinion Quarterly</em>, Inverno 1989, <strong>53</strong> (4): 467–481).</p>
<p>Ma perché il volantino ebbe quell&#8217;effetto e quella diffusione. A mio avviso il volantino aveva due punti di &#8220;forza&#8221;: l&#8217;antiamericanismo e l&#8217;antisemitismo. Il volantino infatti invitava chiaramente al boicottaggio di Coca Cola, Schweppes, Canada Dry e altre marche e aveva perciò una vasta platea che andava dall&#8217;estrema sinistra antiamericana (non dimentichiamo che nel 1975 chiude la guerra del Vietnam) alla destra francese gollista e nazionalista che aveva il suo &#8220;mito&#8221; in Asterix. La scelta poi del Centro di Villejuif (tra tanti ospedali e centri antitumori disponibili) vellicava inoltre anche i sentimenti antisemiti sia del pubblico di destra che di quello di sinistra, schierato a fianco della causa palestinese. Il nome Villejuif (tradotto letteralmente Città ebreo ovvero ghetto) permetteva un accostamento semiotico subliminale tra veleno, profitto ed ebrei che funzionava in ogni caso, sia che l&#8217;operazione riuscisse ovvero che la gente credesse al volantino (agli ebrei nessuno ha mai negato l&#8217;intelligenza brillante) sia che fosse sbugiardata ovvero che si scoprisse che era un falso (non si dice &#8220;falso come Giuda&#8221;). Il volantino ebbe una enorme diffusione anche in Italia, soprattutto nelle scuole superiori dove i soliti insegnanti di buona voglia, ma di scarsa cultura, lo diffondevano per primi tra gli studenti e fu sponsorizzato dalle prime riviste alternative di antimedicina dell&#8217;epoca. La sua diffusione ebbe un andamento carsico, scomparendo e riaffiorando negli anni ottanta fino a riesplodere su Internet. Il volantino di Villejuif, che attaccava i &#8220;conservanti e gli additivi&#8221; nei cibi, dava anche una giustificazione scientifica (!) alla chemiofobia e per un ideale di vita<em> chemical-free</em> (senza chimica) condensato nello slogan &#8220;ritorniamo alla natura &#8211; basta con l&#8217;industria e il progresso&#8221; che stava prendendo piede in quegli anni assieme ad un altro pilastro reazionario, il principio di precauzione. Nello specifico quale era l&#8217;astuzia del volantino? il fatto di porre le sigle senza mettere il nome del composto chimico o naturale cui si riferivano. Ad esempio veniva additato come pericolosissimo lo E330 che non è altro che l&#8217;acido citrico che si trova comunemente negli aranci, nei limoni etc. e che è un composto di fondamentale importanza nel ciclo di Krebs, il ciclo metabolico presente in tutte le cellule che utilizzano ossigeno nel processo della respirazione cellulare. In sintesi l&#8217;acido citrico è un composto fondamentale nel processo di degradazione dei carboidrati, dei grassi e delle proteine in anidride carbonica, acqua e energia chimica. Poiché la digestione e la respirazione sono indispensabili alla vita, non c&#8217;è bisogno di indicare quale bufala fosse il famigerato volantino. Perché l&#8217;acido citrico era stato classificato come il prodotto più pericoloso dall&#8217;ignoto boicottatore? Esistono molte ipotesi, personalmente ricordo che all&#8217;epoca l&#8217;acido citrico era presente nelle etichette della Coca Cola come E330 (derivante da succo di lime ed essenza di limone), perciò è probabile che il vero obiettivo della campagna diffamatoria fosse di boicottare la Coca Cola e tutto il resto fosse un danno collaterale. Resta comunque il fatto che nessuno dei divulgatori &#8220;in buona fede&#8221; del volantino si preoccupò di contattare la &#8220;fonte&#8221; dello stesso ovvero il Centro antitumori di Villejuif per sincerarsi della veridicità dello stesso. Tutti si ingozzarono la panzana felici e contenti e la diffusero (anche molti docenti di materie scientifiche!).</p>
<p>Un analogo <strong>Hoax</strong> anche se di minor danno fu quello collegato al boicottaggio della Palmolive per la presenza nei suoi prodotti del solito componente descritto come altamente cancerogeno. Fu il famoso comunicato sulla <strong>Palmolive e il Sodium laureth Sulphate</strong>, dove astutamente veniva descritta una fantasiosa quanto surreale telefonata tra l&#8217;autrice (?) dell&#8217;inchiesta e un avvocato (?!) della Palmolive, per garantire i gonzi che erano state fatte delle ricerche.</p>
<p>Un altro famoso <strong>Hoax</strong> &#8220;chimico&#8221; fu lanciato volontariamente nel 1990 (dopo la resurrezione su internet del famigerato volantino di Villejuif e di altre truffe scientifiche di varia gravità) per denunciare come la mancanza di cultura scientifica esponesse la gente (soprattutto i maniaci della cospirazione e di ogni dietrologia) a tragiche figuracce. L&#8217;Hoax in questione è il <strong>Dihydrogen Monoxide</strong> (Monossido di Diidrogeno) o DHMO (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dihydrogen_monoxide_hoax/">http://en.wikipedia.org/wiki/Dihydrogen_monoxide_hoax/</a>). Il DHMO Hoax fu creato da Eric Lechner, Lars Norpchen e Matthew Kaufman, studenti dell&#8217;Università di California, nel 1990, ma divenne famoso quando uno studente di 14 anni, Nathan Zohner, lo presentò come caso di una sua ricerca scientifica intitolata &#8220;Quanto siamo creduloni?&#8221; nel 1997. Nathan Zohner raccolse numerose firme su una petizione che chiedeva di bandire la DHMO, che era parte di una azione di massa organizzata dalla <em>Coalizione per bandire il Dihydrogen Monoxide</em>. La petizione, astutamente congegnata, informava che il DHMO era il principale costituente delle piogge acide, produceva bruciature gravissime, era letale se inalato, era presente nelle cellule tumorali dei pazienti ammalati di cancro terminale e così via, e aggiungeva che malgrado ciò era utilizzato come solvente industriale, nelle centrali nucleari, nella ricerca sugli animali, nei pesticidi e nel cibo spazzatura. Quello che la petizione NON diceva è che Dihydrogen Monoxide è uno dei nomi dell&#8217;ACQUA secondo la convenzione IUPAC. Posso assicurare per esperienza personale che la suddetta petizione viene firmata bulgaramente da studenti e insegnanti delle scuole superiori di Padova quando opportunamente presentata, ovvero se presentata da una fonte &#8220;autorevole&#8221;.</p>
<p>La storia del <strong>DHMO Hoax </strong>ha creato anche il termine <em>Zohnerism</em> per riferirsi all&#8217;uso di informazioni scientificamente e matematicamente corrette per portare un pubblico scientificamente e matematicamente ignorante a conclusioni sbagliate.</p>
<p>Ma veniamo al comunicato da cui siamo partiti  <strong>Cibi contaminati e termovalorizzatori</strong>. Il tratto comune con i precedenti Hoax è che anche in questo caso chi mangia i prodotti citati si becca il cancro. Il comunicato è palesemente un Hoax e il suo scopo, neppure tanto recondito, vuol portare al boicottaggio di prodotti di marchi come Mc Donald, Lindt, Motta, Sanson, Barilla e altri prodotti più o meno di moda o abbastanza sconosciuti che vengono aggiunti per far sembrare la ricerca(!) super partes. Come si fa a vedere che è un <strong>Hoax</strong>? Per prima cosa il titolo &#8220;Un recente studio&#8221;. In nessun luogo, è mai citato né il titolo dello studio, né il nome degli autori, né dove è stato pubblicato né quando. Quando si trova una notizia con questa intestazione è come se l&#8217;autore dicesse &#8220;Vi prendo per i fondelli&#8221;. Questa vaghezza è l&#8217;equivalente scientifico di quelli che fanno phishing scrivendo &#8220;Caro Cliente, dacci il numero della tua carta di credito&#8230;&#8221;. Nessuna persona di buon senso cade ormai in questa trappola, ma nell&#8217;ignoranza scientifica e col pregiudizio ideologico che aleggia nel Belpaese, la stessa cosa in campo scientifico non suscita neppure un briciolo di sospetto. Chi sono i due scienziati di Modena, pronti a giurarlo, ma che restano anonimi? Anche qui i due scienziati (?) dichiarano di aver informato le ditte, ma che queste non hanno risposto. E perché mai avrebbero dovuto rispondere a quello che sembra più un tentativo di estorsione che una comunicazione scientifica? Perché ogni scienziato sa quale è la prassi: pubblica, con nome e cognome e titolo accademico, i dati della ricerca su una rivista scientifica prestigiosa (o su Internet se nessuno la vuole) spiegando per filo e per segno metodologia di campionamento, metodologia di analisi e risultati (anche un comune telespettatore di CSI sa queste cose!). Nella pubblicazione scientifica non occorre mettere il nome delle marche (in Italia i periti chimici sono tenuti al segreto d&#8217;ufficio), basta la scritta campione A, B e così via. Se i dati sono rilevanti sotto il profilo penale (ovvero mostrano parametri che si discostano da quelli previsti dalla normativa italiana vigente) si fa denuncia alla magistratura e si segnala la cosa ai NAS, non si butta fuori un volantino anonimo su Internet! Questo si fa se i dati sono fasulli o taroccati come la stessa struttura del volantino dimostra.</p>
<p>Il &#8220;recente studio&#8221; accusa i <em>termovalorizzatori</em> come causa dell&#8217;inquinamento da metalli pesanti nei cibi elencati nella apposita lista. Ora qui c&#8217;è il trucco, infatti i termovalorizzatori non sono ovunque, ma in luoghi ben specifici, hanno dei filtri particolari (se sono a norma e non della criminalità organizzata sono particolarmente attenti proprio a bloccare i metalli pesanti) e l&#8217;area di ricaduta dell&#8217;eventuale particolato è facilmente definibile, perciò i prodotti inquinati devono provenire da luoghi ben specifici. Ora è evidente che, se non altro per motivi economici (costi di trasporto, magazzino, deperibilità delle materie prime e modo di produzione on demand), la farina con cui sono fatti i pandori Motta, i tortellini Fini, i biscotti Bistefani, proviene da differenti località e all&#8217;interno della stessa ditta da diverse fonti per una stessa partita di prodotti: ad esempio i Pandori di Natale. Nel caso di farine esse provengono da diversi mulini che ottengono le granaglie da diversi fornitori, perciò è impossibile che l&#8217;intero prodotto sia contaminato sempre e comunque. Altrettanto si dicasi degli hamburger McDonald. I McDonald sono dati in leasing e proprio per questo si servono localmente. La McDonald controlla che i prodotti siano fatti secondo dei particolari protocolli, ma chiunque sa che un hamburger mangiato al McDonald dell&#8217;EUR a Roma è molto diverso da quello mangiato a Padova e da quello mangiato a New York. Tutti con i metalli pesanti? al massimo, scientificamente parlando, dovrebbero esserlo quelli con carne proveniente da mucche che pascolavano presso i termovalorizzatori (accettando l&#8217;ipotesi scientificamente errata che gli inquinanti passino direttamente dall&#8217;aria all&#8217;erba e dall&#8217;erba alla carne del bovino indifferenti a ogni ciclo metabolico).</p>
<p>Un altro problema è la genericità dell&#8217;inquinante: cosa vuol dire metalli pesanti? è un termine generico che comprende tutto e niente e questa vaghezza è di per sé indice di frode. Facciamo un esempio sia il ferro che il mercurio sono metalli pesanti, ma mentre il ferro è tollerato fino a 200 microgrammo/Litro (1 microgrammo è uguale a un milionesimo di grammo), il mercurio deve essere al disotto di 1microgrammo/Litro (in Italia, in USA l&#8217;ordine di grandezza accettato è dell&#8217;ordine di un nanogrammo, ovvero un miliardesimo di grammo). Entrambi sono assorbiti dal corpo umano, ma in modi e organi diversi. Ora scrivere metalli pesanti è una boiata pazzesca. Quale metallo, in che stato di ossidazione, in che quantità e in che prodotto, questo dice una pubblicazione scientifica, che tra l&#8217;altro dovrebbe tener conto che molti &#8220;metalli pesanti&#8221; sono presenti nel corpo umano come &#8220;oligoelementi&#8221; ad esempio il ferro (emoglobina), lo zinco (assorbimento del complesso vitaminico B e componente dell&#8217;insulina), il manganese (catalizzazione degli acidi grassi, del colesterolo e delle proteine), il cromo (metabolismo del glucosio e nel trasporto e codifica delle proteine), tanto per citarne alcuni.</p>
<p><strong>PER RICONOSCERE UN HOAX SCIENTIFICO IL PRIMO FATTORE E&#8217; LA GENERICITA&#8217;</strong>.</p>
<p>Interessanti sono anche i commenti al &#8220;comunicato&#8221;. Buona parte degli intervenuti dimostrano di non aver letto, né tantomeno capito, il &#8220;messaggio&#8221;. Il blog è pieno di inviti a mangiare biologico e sano, e a chilometro zero, ma nessuno di quei cerebrolesi (a parte un tizio di Milano) si rende conto che, se mangi a kilometro zero prodotti biologici prodotti a pochi kilometri da un termovalorizzatore (che in base allo &#8220;studio&#8221; è causa dell&#8217;inquinamento), fai il pieno di metalli pesanti tutti i giorni e crepi di cancro che è una bellezza, almeno stando allo &#8220;studio&#8221;. Teoricamente hai più possibilità di sfuggire ai metalli pesanti, se mangi una delle marche di cui il volantino porta il nome perché statisticamente le materie prime provengono da differenti parti del territorio.</p>
<p>Concluderò con un evviva a Darwin! di questo passo la selezione naturale passerà non solo attraverso la selezione del più forte, ma anche attraverso quella del meno scemo, meno ignorante e meno ideologizzato. Prosit!</p>
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		<title>Antropologia applicata e il concetto di &#8220;policy&#8221; (parte 3)</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 15:14:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide</dc:creator>
				<category><![CDATA[ANTROPO-LOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[policy]]></category>
		<category><![CDATA[professione]]></category>

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		<description><![CDATA[Vediamo alcuni limiti e punti di debolezza della discplina antropologica quando si intenda applicarla a questioni di policy e, in generale, in un contesto di cambiamento sociale. La situazione, descritta dagli antropologi di molti paesi, è presto detta: tutti evidenziano come l&#8217;antropologia abbia &#8220;grandi potenzialità&#8221; di applicazione e come sia &#8220;utile e necessaria in un molto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vediamo alcuni limiti e punti di debolezza della discplina antropologica quando si intenda applicarla a questioni di policy e, in generale, in un contesto di cambiamento sociale. La situazione, descritta dagli antropologi di molti paesi, è presto detta: tutti evidenziano come l&#8217;antropologia abbia &#8220;<em>grandi potenzialità</em>&#8221; di applicazione e come sia &#8220;<em>utile e necessaria in un molto sempre più connesso e globalizzato</em>&#8221; ma nel momento del suo coinvolgimento concreto in molteplici programmi di ricerca, programmazione, sviluppo e applicazioni mostri talmente tante e tali vulnerabilità da non incidere in maniera rilevante nei processi pubblici, finendo spesso con l&#8217;amara sensazione che la montagna, per l&#8217;ennesiama volta, abbia partorito un topolino. Vediamo più in dettaglio queste criticità, più volte segnalate anche da antropologi dell&#8217;American Anthropological Association e dal gruppo &#8220;applicato&#8221; di Practicing Anthropology.</p>
<p><span id="more-1047"></span></p>
<p>1) <strong>La letteratura antropologica, in massima parte, non ha alcuna utilità per chi elabora policy e per il pubblico in generale</strong>. Chi scrive di antropologia lo fa secondo gli standard dell&#8217;accademia, scrive per i propri pare, con i quali condivide teorie, pratiche e gergalità, e al fine di massimizzare il valore delle pubblicazioni per lo specifico contesto accademico le riempie di dettagli, fa infinite introduzioni teoriche, revisioni bibliografiche, disquisizioni terminologiche. Come è chiaro, tutto ciò non riscuote il minimo interesse in chi cerca informazioni e contestualizzazioni per affrontare problemi concreti. Questo stato di cose è perfettamente logico, ma resta illusorio pensare di fare antropologia applicata con gli strumenti dell&#8217;antropologia accademica in quando la ragione sottostante i due tipi di consocenza è completamente diversa. Tradizionalmente, gli <strong>applied</strong> trovano la produzione accademica verbosa, incapace di fare il punto, astratta e stilistica; gli <strong>academics</strong> trovano le (rare) pubblicazioni applicate superficiali, scarsamente fondate teoricamente, poco inclini a rappresentare la complessità dei problemi.</p>
<p>2) <strong>L&#8217;antropologia ha uno sguardo ampio e articolato sulla realtà, ma fatica a focalizzarsi su questioni particolari in maniera approfondita.</strong> Basta ascolta due antropologi che dialogano e, dopo qualche minuto, partendo da qualsiasi argomento X, si troveranno a disquisire, con furore metafisico, sulla natura umana e sui grandi sistemi. A volte questo atteggiamento ipergeneralizzatore risulta stucchevole, direi imbarazzante agli occhi di chi legge e osserva. Ci sono problemi notevoli di gestione dei livelli di analisi, criticità che rende gli impianti argomentativi degli antropologi spesso vacillanti, poco credibili, difficili da sostenere con convinzione, poco inclini a essere trasformati in <strong>indicazioni operative concrete</strong>, che è ciò che cercano i policy makers e i committenti in generale.</p>
<p>3) <strong>Spesso gli antropologi sono pessimi comunicatori quando si rivolgono al grande pubblico</strong>. Abituati a discutere e riferire ai loro pari, oppure ad insegnare ai loro studenti, gli antropologi non hanno ancora una solida cultura e pratica della comunicazione pubblica. Il &#8220;pubblico&#8221;, i portatori di interessi nei vari progetti, le comunità presso cui si lavora, le organzzazioni, le aziende, i politici, gli opinion leaders, il mondo là fuori, insomma, non è composto da altri antropologi e da studenti, bensì da persone di status e condizione completamente diversi. Parlare con il gergo accademico o, al contrario, ipersemplificare pensando di parlare a perfetti profani (se non idioti), raramente si rivela efficace. Saper tarare il proprio discorso in funzione di chi lo deve recepire è una grande abilità professionale che manca in gran parte nel mondo antropologico. Il che fa perdere di efficacia ai messaggi trasmessi e rinforza lo stereotipo dell&#8217;antropologia come sapere criptico, da iniziati, contenente chissà quale preziosa verità sull&#8217;umano. Più solleticare l&#8217;ego, far sentire speciali, certo, ma non fa sviluppare pubblicamente la disciplina&#8230;.è segno di professionalità saper adottare il linguaggio e lo stile di discorsi e documenti in funzione di chi lo dovrà poi utilizzare.</p>
<p>4) <strong>Gli antropologi devono accettare il fatto che la cultura è ovunque, e agire di conseguenza.</strong>  Impressionanti barriere ideologiche non permettono all&#8217;antropologia di uscire dagli angusti spazi dove si è volontariamente rifugiata. L&#8217;ossigeno, in quegli spazi, sta per finire. Fuor di metafora, è necessario che gli antropologi vengano formati per agire realmente nel mondo contemporaneo, in tutti i suoi ambiti e aspetti. E&#8217; improtante far capire che in antropologia applicata si devono affrontare contesti di ricerca infinitamente più ampi che nella ricerca accademica di base. Un antropologo applicato non si occupa di sviscerare i significati di un rito particolare dal punto di vista di chi lo esegue, ma lavora su progetti che interfacciano comunità umane, burocrazie, sistemi economici e di potere, logiche di profitto e di salvaguardia, gruppi di pressione, fazioni contrapposti e generatrici di conflittualità diffusa. E&#8217; centrale che l&#8217;antropolgo applicato si renda conto che esistono innumerevoli domini culturali specifici che vanno trattati con pari dignità e sottoposti a pari analisi, al fine di elaborare e implementare le migliori policy possibili. Dal punto di vista professionale, un codice culturale di una burocrazia occidentale ha lo stesso valore di quello prodotto dagli abitanti di un villaggio della Nuova Guinea, le logiche culturali che strutturano una multinazionale hanno lo stesso valore, ai fini operativi, che quelli che fanno funzionare i diversi movimenti di azione politica e ecologica. E&#8217; una questione di <strong>professionalità responsabile</strong>: una volta scelto di operare come professionisti della cultura, le ricerche e le analisi devono interessare tutti gli attori in gioco e non solamente quelli che meglio si adattano alla propria ideologia personale. Credo che un pesante e irriflessivo carico di ideologicità sia ciò che ancora limita lo sviluppo di un&#8217;antropologia pubblica moderna capace di analisi sociali adeguate e di valore per la società stessa.</p>
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		<title>Antropologia applicata e il concetto di &#8220;policy&#8221; (parte 2)</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 21:01:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide</dc:creator>
				<category><![CDATA[ANTROPO-LOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[policy]]></category>

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		<description><![CDATA[Policy è quindi analizzare la realtà, evidenziare problemi all&#8217;interno di scenari, elaborare dei progetti aventi precise finalità e realizzarli attraverso interventi concreti. E&#8217;, in altre parole, costruire e sviluppare nuova realtà partendo da una situazione data. L&#8217;antropologo che partecipa all&#8217;elaborazione di direttive di policy e alla loro implementazione concreta trova nella propria disciplina sia delle teorie utili e degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Policy è quindi analizzare la realtà, evidenziare problemi all&#8217;interno di scenari, elaborare dei progetti aventi precise finalità e realizzarli attraverso interventi concreti. E&#8217;, in altre parole, costruire e sviluppare nuova realtà partendo da una situazione data.</p>
<p>L&#8217;antropologo che partecipa all&#8217;elaborazione di direttive di policy e alla loro implementazione concreta trova nella propria disciplina sia delle teorie utili e degli strumenti efficaci che dei limiti intrinseci piuttosto evidenti. Prendendo degli spunti dagli argomenti che A. Ervin presenta in &#8220;<em>Applied Anthropology. Tools and perspective for contemporary practice</em>&#8221; cercheremo di chiarire questi squilibri che ancora non consentono all&#8217;antropologia applicata di diffondersi a applicarsi in maniera estesa nel dominio pubblico sia in ambito di policy che in altri settori.</p>
<p>Punti di forza dell&#8217;antropologia applicata alla policy</p>
<p><span id="more-1033"></span></p>
<p>1) <strong>la prospettiva sistemica-funzionale-olistica</strong></p>
<p>L&#8217;antropologo guarda sempre ai contesti, alla visione d&#8217;insieme, al sistema di relazioni che esiste tra attori, rapporti di forza, significati e simboli. Questo spesso basta a distinguerlo da altri scienziati sociali aventi formazioni diverse, più inclini a privilegiare alcune parti dei sistemi piuttosto che cercare di scoprire la logica che lega le stesse parti tra loro. Nell&#8217;analisi e implementazione di policy ciò è un punto di forza innegabile, perchè sforzarsi di conoscere le relazioni tra le variabili è più importante per prevedere gli effetti di una policy che non conoscere in dettaglio il comportamento solo di alcune variabili. Questa disposizione analitica olistica permette di ridurre il rischio che policy mosse da buone intenzioni producano pessimi effetti concreti nella vita delle persone.</p>
<p>2) <strong>l&#8217;approccio emico e l&#8217;analisi valoriale</strong></p>
<p>Adottare l&#8217;approccio emico significa sforzarsi di comprendere la realtà guadando con gli occhi e adottanto i valori delle persone presso le quali il proprio lavoro avrà impatto. Una delle attività principali dell&#8217;antropologo è comprendere a fondo le caratteristiche tipiche, strutturali, le dinamiche e le vulnerabilità di sistemi di riferimento culturale altri. E&#8217; banale ricordare che policy identiche introdotte presso gruppi di persone diversi possono dare esiti opposti. Interventi in ambito educativo, medico e ecologico, tipici della policy, vanno attentamente studiati esplicitando, in maniera articolata e con l&#8217;aiuto delle persone che le recepiranno, i sistemi percettivi, simbolici e valoriali tipici della popolazione/organizzazione/istituzione che dovrà poi inglobarli nella propria quotidianità.</p>
<p>3) <strong>la comparazione cross-culturale </strong></p>
<p>Questo è forse il più antropologico dei punti di forza. L&#8217;antropologia ha un enorme database disciplinare che cataloga moltissimi piani di polivy elaborati da Homo Sapiens per far fronte ai propri problemi. Credo che la comparazione sia innanzitutto una abito mentale: all&#8217;antropologo applicato dovrebbe risultare automatico, davanti ad uno specifico problema da affrontare, andare a documentarsi su come abbiano reagito, e reagiscano oggi ad esso, altre popolazioni, culture, istituzioni di altri paesi e continenti. E&#8217; un abito mentale, una abilità di base, nella cassetta degli attrezzi dell&#8217;antropologo applicato. Ciò ha innumerevoli benefici, in primis poter capire regolarità e diversità nei problemi e nelle soluzioni, trovare idee e spunti altrove per affrontare problemi qui e ora, relativizzare situazioni e innovare scartando a priori soluzioni già dimostratesi inefficaci in contesti simili. Per fare questo è fondamentale che gli antropologi applicati alzino lo sguardo dal loro terreno d&#8217;azione locale e comincino a considerare il globo tutto come lo spazio della loro azione. La tensione globale-locale nutre lo strumento comparativo cross-culturale.</p>
<p>4) <strong>il metodo etnografico</strong></p>
<p>L&#8217;antropologo fa etnografia ed è in gran parte su questa forza di produzione della conoscenza che basa la propria autorevolezza. Che sia presso una popolazione lontana dal proprio luogo di vita o in qualche contesto sotto casa, cambia poco. La sostanza è che una abilità che prevede di saper stare in contesti peculiari mantenendo attivazione cognitiva, emotiva, relazionale e, al contempo, presenza umana e habitus scientifico non si trova in chiunque, nè si sviluppa in breve tempo. Essa produce quando è presente consocenza veramente preziosa e difficilmente ottenibile con altri metodi. E&#8217; per questo che ha valore. Ed è quel valore che viene cercato quanto gli antropologi applicati vengono interprellati per aiutare ad elaborare policy. L&#8217;etnografia, tra i quali si annoverano anche le numerose RAP (rapid assessment procedures) tipiche dell&#8217;antropologia applicata, sono il fiore all&#8217;occhiello della pratica antropologica.</p>
<p>5) <strong>capacità interdisciplinari</strong></p>
<p>Senza interdisciplinarietà l&#8217;antropologo applicato è zoppo. Utilizzare la parola &#8220;antropologia&#8221;, quindi la prospettiva più ampia sull&#8217;uomo, essendo &#8220;solo&#8221; antropologi applicati rischia di costare molto caro nei contesti applicativi, dove le conoscenze necessarie, anche solo per inquadrare i problemi (problem setting), sono sempre crescenti. L&#8217;antropologia come disciplina ha al proprio interno una intrinseca interdisciplinarietà, che collega la biologia alla cultura alla socialità umana: questo modello di conoscenza rende gli antropologi molto flessibili nell&#8217;integrare conoscenze provenienti da altre branche del sapere che sono centrali per la policy e il lavoro in equipè, tipicamente management, diritto, economia.</p>
<p>6) <strong>valorizzare la comunità</strong></p>
<p>L&#8217;antropologia applicata è una scienza delle comunità. La capacità dell&#8217;antropologo di mappare strutture, concettualizzare processi e interfacciare gruppi, istituzioni e livelli organizzativi più elevati è il fondamento dell&#8217;antropologia della policy, che si occupa proprio di interventi di comunità. L&#8217;antropologia sociale fornisce teorie e strumenti molto fini per l&#8217;analisi sociale e delle reti, mentre quella culturale permette di modellizzare gli esiti dell&#8217;incontro tra sistemi ideologici e valoriali diversi (pensiamo all&#8217;incontro tra un sistema &#8220;burocratico&#8221; e uno &#8220;tribale&#8221; ma anche &#8220;associativo&#8221; o &#8220;industriale&#8221;). La capacità di tarare diverse policy in funzione del gruppo o del sistema che le riceverà passa soprattutto attaverso la possibilità di comprendere a fondo le caratteristiche antropologiche della comunità di riferimento.   (<em>fine parte 2 &#8211; seguirà parte 3 sui punti di debolezza</em>)</p>
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