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La costruzione della nazionalità indiana: nazioni ed etnie (Parte 5)

L’etnia, un soggetto sfuggente

Alla fine degli anni Settanta era diventato di moda, tra l’intellighenzia di Manhattan essere “etnico”; è il trionfo dell’hyphenated American , l’americano con il trattino, come italo-americano, irlandese-americano, afro-americano, contro il melting pot, il crogiolo assimilazionista e omogeneizzante che era stato propagandato come meta agli immigrati più o meno recenti e alle associazioni per la gente di colore. Ancora nel 1968 i ministri del culto neri rifiutavano il concetto di razza sostenendo che Dio aveva creato una sola razza, la razza umana, ma già nel 1973 si usava il termine “gruppi etnici” per descrivere i neri e gli altri. Durante gli anni Sessanta l’esistenza del movimento politico nero, da quello per i diritti civili alle Pantere Nere, provocò il passaggio dei neri da “razza” a “etnia” e ciò, di converso, causò l’etnicizzazione dei bianchi, degli asiatici e degli indiani.
Secondo molti antropologi fisici, la parola «razza», come termine biologico, non si applica alle popolazioni umane e gli scienziati sociali trattano le razze come categorie sociali o culturali.

«Per l’uomo comune che usa il termine «razza», esso classifica gli esseri umani secondo presunte differenze biologiche e, per lo più, li posiziona su questa base come superiori e inferiori. Si crede che il bagaglio biologico di un individuo si manifesti nel suo aspetto fisico e in particolare nel colore della pelle, il tipo di capelli e la forma del naso. Si presume che gli individui esibiscano differenze di carattere, personalità e intelligenza biologicamente determinate. Quelli considerati membri della stessa razza dovrebbero essere sostanzialmente simili fisicamente, moralmente e nel comportamento» (Blu 1980:204) .

La «razza nera» non era considerata un gruppo dai bianchi, ma solo una collezione di individui, che erano tutti presunti biologicamente simili, mentre il gruppo etnico è, secondo l’interpretazione della Blu della mentalità popolare della North Carolina e in generale del Sud degli USA, una comunità morale, un gruppo di interessi e non soltanto un aggregato di individui. La categorizzazione etnica popolare riferita dalla Blu classifica gli individui come membri di gruppi che si distinguono gli uni dagli altri sulla base di una “eredità” o background comune, formato cioè dalla nazionalità degli antenati, lingua, razza, religione, costumi, eventi storici o una combinazione di questi elementi. Tuttavia gli immigrati europei dell’Ottocento e del primo Novecento vennero classificati con un vocabolario razziale da quelli che già vi risiedevano.
Max Weber elaborò la nozione di «gruppi etnici» o «comunità etniche», usando gli ebrei europei e i neri degli USA come estremi esempi di comunità paria in una società stratificata in caste. Egli separa analiticamente i due aspetti, quello concettuale e quello sociale, che sono fusi nella definizione popolare riportata dalla Blu:

 «La credenza nell’affinità di gruppo, non importa se ha un fondamento obiettivo o no, può avere importanti conseguenze specialmente per la formazione di una comunità politica. Chiameremo “gruppi etnici” quei gruppi umani che intrattengono una credenza soggettiva nella loro discendenza comune a causa di somiglianze nel tipo fisico o di costumi o entrambe le cose o a causa  di ricordi di colonizzazione e migrazione; questa credenza deve essere importante per la propagazione della formazione di gruppo; di converso, non importa se esiste o no un’oggettiva relazione di sangue» (Weber in Blu 1980:205).

Secondo Hobsbawm (1991:72-76) l’etnia è

«qualcosa che sta in una qualche, non ben definita, relazione con la comune origine e la discendenza da cose dalle quali si suol far derivare le caratteristiche comuni degli appartenenti a un determinato gruppo etnico». «Parentela» e «sangue» presentano evidenti vantaggi quando si tratta di accomunare gli appartenenti a un gruppo e di escluderne gli estranei: sono pertanto un elemento centrale nel caso del nazionalismo su basi etniche».

 Egli ricorda le parole di un nazista austriaco secondo cui la “cultura non la si può acquisire con l’istruzione. La cultura è nel sangue”. Vedremo come gli indiani ondeggino tra il concetto di cultura e quello di sangue nella propria autodefinizione. Come sottolinea Gellner, il collegamento di un popolo con una cultura maggioritaria dotata di scrittura e con l’intermediazione di una religione a estensione mondiale consente ai gruppi etnici di acquisire un patrimonio ideologico che li può aiutare a diventare in seguito nazione. Gellner fa l’esempio dei gruppi africani che hanno sviluppato il loro nazionalismo, ma queste considerazioni valgono, come vedremo, anche per gli indiani americani (Gellner 1985:96) .
La nozione di etnia risale, nella cultura occidentale, all’uso che gli antichi greci facevano dell’uso del termine ethnos, che corrispondeva a una categoria politica contrapposta a quella di polis. Polis aveva una connotazione individuante e positiva; ethnos, invece, una connotazione fluida e in qualche modo peggiorativa.

«Per i greci, infatti, polis connotava la comunità omogenea per leggi e costumi, mentre ethnos designava sia i greci che non erano organizzati in villaggi (per esempio i pastori), sia i «barbari», coloro che non parlavano la lingua greca. L’ethnos designava un popolo dalle istituzioni «indistinte», cioè non dotato di istituzioni capaci di integrarne la vita sociopolitica. Questa connotazione «difettiva» del termine ethnos si manterrà nella storia dell’Occidente sino all’età moderna. L’etnia finirà infatti per assumere, in quest’epoca, le caratteristiche di una «nazione per difetto» o di nazione «diminuita», «incompiuta». Il termine di paragone è, dalla fine del Settecento, la nazione che, come ha detto Ernest Gellner, si presenta come il correlato dell’esistenza di uno Stato con confini definiti, in cui le élite al potere dettano i principi ideologici dell’identità a cui sono tenuti a conformarsi coloro che abitano entro quei confini (Gellner, 1985a). L’etnia, invece, è costituita da individui che aspirano a diventare nazione» (Fabietti 1996:27) .

La Blu osserva che razza ed etnicità sono intrecciate all’interno sia delle concezioni popolari che di quelle dei sociologi.

 «Da un lato, l’etnicità è talvolta vista come un fattore nella razza quando i profani aggiungono dei fattori culturali agli aspetti fisici definenti della razza. Dall’altro, la razza è spesso riconosciuta come un fattore di background nell’etnicità. … Anche tra i sociologi la razza permea le classificazioni etniche. Grazie a Michael Novak (1971), ora abbiamo il termine “etnicità bianca” in riferimento ai polacco-, italo-, greco-, slavo-americani» (Blu 1980:209).

Mentre l’etnicità diventava più di moda nei circoli accademici e nell’opinone pubblica generale e un numero maggiore di persone la vedevano come un aspetto positivo della propria personalità, la razza diventava sempre meno accettabile socialmente. Si assiste così anche in America al fenomeno di de-biologizzazione della razza, dove gli aspetti razziali di un gruppo etnico vengono sottolineati come mai prima e si fa appello agli aspetti «culturali» della razza.
Negli Stati Uniti e in Canada (in misura sempre maggiore) l’identità etnica può, per certi versi essere opzionale; se una persona vuole stare all’interno di una identità etnica, ovviamente deve avere degli antenati di quella identità, ma se gli antenati appartengono a identità diverse, si può legittimamente assumere quella che si preferisce. Naturalmente la scelta sarà influenzata da fattori esterni, come la stima sociale e le circostanze individuali. Qualcuno può anche insistere sul possesso di più di un’identità etnica. Vedremo che questo è un tema particolarmente sentito dagli indiani; un buon esempio ci viene da Michael Dorris autore di romanzi best seller e antropologo di ascendenza modoc, un gruppo indiano della California, che viene, in tutta serietà, definito “di ascendenza francese, modoc e irlandese” nella presentazione del suo articolo intitolato Mixed Bloods (Sanguemisto) su Hungry Mind Review:

 Il mio defunto padre era indiano per via di vari gradi (di sangue) tramite entrambi i genitori, i quali erano loro stessi discesi attraverso la storia da un occasionale antenato inglese o francese. Mia madre è un’unione di merletto irlandese del Kentucky e svizzero dell’Indiana … dovettero andare in California per sposarsi. Io, come risultato, avevo molti parenti che erano più scuri di me e alcuni che erano più chiari e io potevo render conto di ogni tratto del mio essere tramite il riferimento a un pool genetico differente e coordinato nel colore“.

Per questo motivo Dorris, che per aspetto sembrava un irlandese, aveva di solito introdotto personaggi di ascendenza bi o tri-razziale nei suoi libri.
Ci sono però delle limitazioni alla scelta dell’etnia, secondo l’opinione popolare; uno non può cambiare totalmente la sua identità etnica, può solo optare all’interno di una scelta limitata, perciò il solo modo per cambiare identità assumendone una a cui non si ha titolo è di “passare“, cioè fingere di essere chi non si è ed è il solo modo per cambiare il proprio status razziale, una realtà per la quale non c’è rimedio. Molti indiani hanno finto di essere bianchi e molti mulatti chiarissimi hanno cambiato razza abusivamente quando queste etnie erano socialmente ai gradini più bassi, per migliorarsi e, talvolta, poter accedere agli studi. E’ il caso di molti individui tri-etnici (meticci indiani-bianchi o indiani-neri, indiani-neri-bianchi), come Lunga Lancia Figlio del Bisonte, la cui carriera di «indiano» finì tragicamente con un suicidio oppure, oggi che essere indiano comporta diversi vantaggi economici e ideologici, è il caso dei famigerati wannabe (da: I want to be, vorrei essere), bianchi che assumono un’identità indiana, perché hanno “da qualche parte” un antenato indiano. Altri sono bianchi che invece si “convertono” all’indianismo, cioè imitano lo stereotipo indiano e aderiscono alle varie etichette New Age. Gli indiani “autentici” vedono questi individui come fumo negli occhi e lanciano continuamente anatemi contro di loro, come ladri di religione e, perciò, di identità etnica e nazionale.

Blu, Karen I., The Lumbee Problem. The Making of an American Indian People, Cambridge University Press, Cambridge 1980, p. 204.
Gellner, Ernest, Nazioni e nazionalismo, Editori Riuniti, Roma 1985, p. 96.
Fabietti, Ugo, L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1996, p. 27.
Dorris, Michael, Mixed Bloods, in Hungry Mind Review. An Independent Book Review, http://www.bookwire.com/hmr/Review/dorris.html

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La costruzione della nazionalità indiana: nazioni ed etnie (Parte 4)

La parola «nation», nazione, secondo il Webster’s Ninth New Collegiate Dictionary, entra nell’inglese nel XIV secolo e proviene dal latino natus, participio passato di nasci, che passa nella lingua inglese tramite il francese medievale nation, e il cui significato (2) arcaico è: gruppo, aggregato e quello principale, moderno è: 1) a) “Nazionalità, una nazionalità politicamente organizzata; b) una comunità di persone composta di una o più nazionalità e che possiede un territorio più o meno definito e un governo; c) una divisione territoriale contenente un corpo di persone di una o più nazionalità e di solito caratterizzata da dimensione relativamente grande e status indipendente. Il significato 3) è: una tribù o federazione di tribù (come gli indiani americani).

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La costruzione della nazionalità indiana: nazioni ed etnie (Parte 3)

Non c’è alcun dubbio che il concetto di nazione non si può applicare a nessuna delle società agricole neolitiche nello spettro che va dalle “tribù” della Nuova Inghilterra con i loro sachem (capi) e powwow (sciamani) al chiefdom Powhatan, pur con tutti i suoi gruppi tributari. Ancor meno si può applicare, evidentemente, alle società cacciatrici raccoglitrici in uno stadio tecnologico paleolitico.
Il capitolo tragico e oscuro delle guerre fomentate dalla caccia agli schiavi, che i militanti nazionalisti indiani cercano di ignorare nel modo più assoluto, ci conferma ulteriormente che gli indiani non si potevano considerare una sola nazione. Le tribù aggredivano le tribù e vendevano i prigionieri a inglesi, francesi e spagnoli e da questo gioco al massacro talvolta si salvarono quelli che furono più feroci e aggressivi contro i propri vicini.

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La costruzione della nazionalità indiana: nazioni ed etnie (Parte 2)

La domanda che sorge ora è se esistevano le nazioni in America al tempo della scoperta oppure esse sono state “inventate” dagli europei e si sono poi venute formando a seguito dell’interazione con le potenze coloniali, in particolare l’Inghilterra, e soprattutto della sovrapposizione coercitiva di modelli euro-americani e sono quindi un fenomeno recente. Vediamo come era la situazione in quelle che Pierre Clastres (1977) chiama le “società contro lo Stato” , che, come ha ben dimostrato Donald Leland, non per questo erano necessariamente egualitarie (Leland 1996:145-168) Analizzando i cambiamenti culturali provocati dall’impatto europeo sulle istituzioni culturali native tra il 1000, quando il primo vichingo norvegese pose piede in America e il 1800, quando i neonati Stati Uniti hanno preso forma costituzionale e sono ormai terminate le convulsioni post-rivoluzionarie, Cultures in Contact ci presenta una serie di saggi che ci permette di capire la natura delle società indiane del lato orientale del Nordamerica,all’inizio del cosiddetto periodo storico e nella fattispecie nel XVI e inizio del XVII secolo. READ THE FULL ARTICLE >>

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La costruzione della nazionalità indiana: nazioni ed etnie (Parte 1 di 5)

Gli indiani del Nordamerica appartengono a circa 300 lingue diverse e sono divisi in riserve grandi e piccole che vengono percepite attualmente come delle patrie, anche se la maggior parte degli indiani americani vive in città e molti di essi siano, a tutti gli effetti, da considerarsi detribalizzati. Il nostro scopo è di scoprire se si possono applicare agli indiani le nozioni di nazione e nazionalismo, se essi si percepiscono come un’unica o più nazioni, se i loro vicini e i non indiani in generale li considerano come nazione separata e se esiste un corpus legale, che li considera non solo e genericamente come minoranza, ma come nazione/i.
Non c’è alcun dubbio che, nell’immaginario collettivo, le cosiddette tribù indiane siano percepite come un qualcosa di unico, che esista quello stereotipo di tipo nazionale, “l’indiano medio”, come esiste lo stereotipo dell’italiano, del tedesco, dell’irlandese e così via. Questo è tanto più vero, con l’aiuto di Hollywood e dei media, in una società fortemente etnicizzata come quella nordamericana.
Già in queste poche righe, peraltro, ci scontriamo con parole da definire come “nazione”, “etnia”", tribù”, a cui dovremo poi aggiungere “razza”; quindi procederemo ad esaminare le definizioni correnti per vedere se si applicano agli indiani americani. Il nostro problema sarà poi quello di vedere come gli «abitanti del villaggio primordiale dove tutti si conoscono» (Anderson 1996:25) , si sono trasformati in nazione/i. READ THE FULL ARTICLE >>

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Totem, tabù e art. 18

All’inizio del braccio di ferro tra ministra Fornero e i sindacati su un’eventuale riforma del lavoro, la Fornero affermò più o meno: “L’articolo 18 non deve essere un totem!”. Vari giornali si affrettarono a osservare, più o meno sobriamente a seconda del colore politico, che in realtà intendeva dire non totem, ma tabù. Ma qualcuno ripeté la parola totem versione Fornero, compresa la ministra stessa, felice di averla ‘sdoganata’ in una nuova accezione. READ THE FULL ARTICLE >>

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Tasse ed economia sommersa (parte 3)

Nel suo ottimo articolo Social Crime Revisited (2002) il criminologo John Lea riassume la lunga storia di quello che Hobsbawm chiama per primo ‘crimine sociale’ e constata come con il sorgere e lo svilupparsi del capitalismo una serie di comportamenti sono sempre più criminalizzati, la distinzione tra criminalità e politica, normale vita sociale e crimine diventa più netta. Il crimine predatorio grave diventa l’attività di un sottomondo semiprofessionale e del sottoproletariato, ma il crimine non cessa di esistere nella società. Tuttavia, secondo quanto scrive Thomas W. Gallant (1999) imprenditori privati della violenza come pirati, banditi (e possiamo aggiungere mafiosi) sono stati storicamente fondamentali nel portare il capitalismo e la modernità nei luoghi più lontani e arretrati, e in molti casi si sono confusi con le forze dell’ordine dello stato quando questo è finalmente arrivato. Un esempio per tutti è l’ex bandito che diventa sceriffo nella saga del West americano. A casa nostra vedrei bene in questo senso il fenomeno del pentitismo. Ma per tornare alla domanda precedente (parte 2), cosa era successo? Era successo che come sempre è accaduto nella storia, dimostra Gallant, quelli che non scendono a patti con lo stato vengono repressi, se non hanno un forte protettore esterno, oppure quando lo perdono per vari motivi. Gallant cita tra gli esempi quello dei pirati uscocchi dell’Alto Adriatico che, quando persero del tutto la loro funzione di barriera contro i turchi, vennero rapidamente mesi a posto dalla Repubblica di Venezia e dall’Impero austriaco (dicono che i chioggiotti parlano quel dialetto strano perché discendono dagli uscocchi deportati. Verità o leggenda urbana?). Citando la letteratura antropologica già vista sopra, Gallant afferma che lo stesso fenomeno è storicamente rilevabile per la Sicilia (e possiamo dire per le altre regioni capitalisticamente assai arretrate); quando arriva lo stato con l’immissione di colossali capitali della Cassa del Mezzogiorno saltano equilibri storici e chi non lo capisce e non si adegua, come la mafia stragista, nel giro di pochi anni è messa in rotta. Gli altri tentano il salto capitalista, diventano la mafia imprenditrice. READ THE FULL ARTICLE >>

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Tasse ed economia sommersa (parte 2)

Ong (1999) definisce la ‘cittadinanza flessibile’ come le logiche e le pratiche dell’accumulazione capitalistica che sono prodotte all’interno di particolari strutture di significato sulla famiglia, il genere sessuale, la nazionalità, la mobilità di classe, e il potere sociale. All’interno di queste logiche e pratiche culturali, la globalizzazione ha indotto una situazione di ‘sovranità graduata’, per cui, anche se lo stato mantiene il controllo sul suo territorio, è anche disposto in alcuni casi a permettere che entità corporate dettino i termini per costituire e regolare alcuni domini. Questo fenomeno ha acquisito una vistosa trasparenza proprio con questo ciclo di crisi economica, dove entità sovranazionali non politiche (come la Commissione o il Parlamento Europeo, per esempio), ma ‘tecniche’ come la BCE, le agenzie di rating, l’FMI dettano agende politico-economiche e addirittura cambiano i governi che mostrano una parvenza di opposizione con altri più coerenti, anche per via di appartenenza ‘tecnica’, con l’agenda di queste entità sovranazionali. Tuttavia, afferma Ong, lo spread di sovranità sociale non mina lo stato come locus di sovranità. READ THE FULL ARTICLE >>

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Tasse ed economia sommersa (parte 1)

Il rapporto tra tassazione, controllo dei pagamenti dovuti allo stato ed economia sommersa, in nero o anche criminale è un tema che è più antico dello stato nazionale, ma che viene trattato in modo scientifico a livello teorico fina da XVIII secolo. I primi autori che analizzano il contrabbando all’interno di un contesto socioeconomico sono due padri fondatori del pensiero occidentale illuminista: Cesare Beccaria e Adam Smith. Che colui che scrisse Dei delitti e delle pene (1764) come critica al processo giuridico abbia anche pubblicato una serie di articoli sul rapporto tra tariffe contrabbando nel giornale Il Caffè, raccolti nel Tentativo analitico sui Contrabbandi (1764) non stupisce, al contrario, come non stupisce che nel 1766 Dei delitti e delle pene venne incluso nell’indice dei libri proibiti a causa della sua distinzione tra reato e peccato. Una distinzione che il circo mediatico giudiziario italiano sembra aver dimenticato. D’altronde anche lo stato sembra convinto della necessità di imporre quelle che i canadesi chiamano sin taxes, tasse sul peccato, intese a punire fumatori, bevitori di alcolici, giocatori d’azzardo ecc. (ma non droga e prostituzione che per ragioni ‘morali’ vengono lasciati alle cure di altri enti regolatori per la tassazione, cioè alla cosiddetta criminalità), un concetto che in Italia si è esteso, in versione pauperistica catto-comunista, al tassare ulteriormente il ‘lusso’ e i ‘ricchi’, anche se è stato già pagato il dovuto e crea recessione.
Il problema che affronta Beccaria è fino a che punto conviene introdurre merci di contrabbando in un determinato Stato a secondo dei tributi e dell’efficienza dei controlli. La quantità x esprime la porzione di valore delle merci che si deve introdurre per pareggiare il conto con il dazio. Quindi se si riesce a introdurre più di tale quantità conviene ricorrere al contrabbando. Viceversa se si tratta di stabilire un dazio e si conosce il valore della merce che si riesce a sequestrare si può calcolare fino a che punto conviene spingere la tassazione. Dalla formula data da Beccaria, che graficamente si esprime mediante un’iperbole, si ricava che se si riescono a sequestrare i due terzi del valore di una merce si può imporre un dazio fino al valore doppio della merce. Se invece si riesce a sequestrare solo un terzo del valore il dazio non può superare la metà del valore. Il problema che vuole affrontare – servendosi della «algebra», vale a dire di metodi quantitativi, applicabile a «tutto ciò che in qualche modo può crescere o diminuire» – è così enucleato dallo stesso Beccaria: «si cerca per quanto valore di una data merce i mercanti dovrebbero defraudare la regalia cosicché, anche perdendo il resto, si trovassero per il guadagno del contrabbando collo stesso capitale di prima. Il determinare una tal quantità generalmente può servir di lume a construire una tariffa».
Anche Adam Smith riconobbe il rapporto tra alte tariffe e contrabbando e osservò che c’è qualcosa di perverso nel punire i contrabbandieri, dato che è la legge che per prima ha creato la tentazione al crimine. Nella Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), comunemente nota come La Ricchezza delle nazioni, Smith, figlio di un funzionario delle dogane, lui stesso, per qualche tempo, impiegato nelle dogane, annota: il contrabbandiere «biasimevole per aver violato le leggi del suo paese, è spesso incapace di violare quelle del diritto naturale e sarebbe stato sotto ogni aspetto un cittadino eccellente se le leggi del suo paese non avessero reso un crimine ciò che la natura non ha mai inteso come tale». Egli scrive anche che il risparmio, essendo una condizione per la divisione del lavoro, è un elemento determinante per lo sviluppo economico. Anche se non lo dice, se ne ricava che chi tassa in maniera eccessiva il risparmio, impedisce lo sviluppo economico, la Ricchezza della Nazione, e chi si sottrae alla tassazione eccessiva, come il contrabbandiere, è reso perversamente un criminale dalle leggi del suo paese. Lo sviluppo dell’illegalità è conseguenza della «tariffa», se essa è molto alta diviene conveniente agire illegalmente, se lo è troppo allora si è in presenza della possibilità di lucri immani. Vale la pena di notare che esiste un concetto del genere, quello della ‘tentazione irresistibile e perversa’, anche nella tradizione islamica. Un racconto narra la storia di un califfo che mette alla prova il suo visir, che in sua assenza ruba dal tesoro denaro per curare la figlia, ma è scoperto e condannato a morte. Interviene il Profeta, che dichiara che la colpa del furto non è del visir, ma del califfo, che sapendo la situazione di necessità del visir, lo aveva messo in tentazione irresistibile. Così il visir fu graziato.

Donnan e Wilson (Donnan, Hasting and Thomas M. Wilson (1999) Borders: Frontiers of Identity, Nation and State, Oxford: Berg) osservano che gli antropologi non sono estranei allo studio delle attività economiche illegali e semilegali, che fioriscono ai margini dell’attività economica principale, talvolta in modo parassitario, ma contribuendo anche, altre volte, al suo effettivo funzionamento. Anzi, sostengono questi autori, il metodo antropologico è l’ideale per esplorare aspetti particolari di queste economie di confine, ‘ombra’, ‘nere’ o ‘informali. Donnan e Wilson sono anche svelti a comprendere la natura ambigua di quella che chiamano una ‘economia sovversiva’, dato che da un lato queste attività non giocano secondo le regole dello stato e ignorano, contestano e sovvertono il potere statale, ma allo stesso tempo, d’altro lato, sono raramente rivoluzionarie, dato che in qualche modo devono la loro esistenza a quel potere e, in particolare, all’esistenza di confini. Come metafora il confine è visto come uno spazio liminale, una regione sperimentale di cultura da Turner (V. Turner, Dal rito al teatro, Bologna, Il Mulino 1986 (ed. orig. New York 1982), uno stato intermedio (a betwixt and between state) che gli iniziati attraversano nei riti di passaggio. Nel campo dei cosiddetti Cultural Studies, Homi K. Bhabha (I luoghi della cultura, Meltemi Editore, Roma, 2001, ed. orig. London 1994), tra gli altri, analizzando l’ibridità, parlava di interstizi come della sovrapposizione e dislocamento di domini di differenza. La nozione di intersizialità si adatta molto bene alla definizione degli spazi di confine, sia metaforici sia fisici, come il confine svizzero o quello di S. Marino dove transitano capitali, oppre il mare di Lampedusa dove transitano clandestini, o quelli austriaci, svizzeri e sloveni, dove vanno a fare il pieno di carburante gli italiani ammazzati dalle accise. (continua)

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Multiculturalismo à la carte: il caso del barcone maledetto

Tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre sono apparsi sui quotidiani degli articoli che sembrano riferirsi a uno stesso episodio, ma che a una seconda lettura riportano a episodi differenti, confusi nella mente del cronista e impaccati in un’unica storia. Anche i dettagli variano, la guerra etnica sembra essere tra nigeriani e ghanesi contro magrebini, che hanno la peggio, oppure i nigeriani aggrediscono i ghanesi e dei nordafricani non c’è menzione, oppure la cosa è in gran parte un ‘affare’ nigeriano, vittime e carnefici. Ma un dettaglio è sempre lo stesso: i riti magici vedono un gruppo di nigeriani, a volte insieme a donne nigeriane che guidano il rito, fanno dei sacrifici agli dei del mare per placarli, oppure cercano il ‘giona’ (avete visto Master e commander? È quello che porta sfortuna), colpevole di aver fatto andare in avaria il motore, o ragioni simili. In qualche caso uniscono l’utile al dilettevole e buttano fuori bordo anche quelli che protestano o in qualche modo disturbano, compreso un bimbo che piange troppo e la madre incinta. Al momento sono sicuri almeno due episodi, uno avvenuto in maggio e uno in agosto, con esiti simili ma protagonisti diversi. READ THE FULL ARTICLE >>

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